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Abusopolitania: l’abuso dei più deboli

Con il termine Abusopolitania si intende l’abuso dei più deboli, in tutte le forme che la debolezza possa rappresentare.

Col termine di abuso si intende innanzitutto l’utilizzo di una forza personale e dominante sull’altro, dovuta a maggiore prestanza fisica ma anche psicologica, e diretta a procurare un danno o uno situazione sfavorevole alla vittima per il puro piacere di infliggere dolore, sofferenza o anche per puro menefreghismo.

Si può in tal caso parlare di abuso nei confronti delle donne, dei minori, se non addirittura infanti, di persone malate o anziane, tutti coloro che non sono in grado di difendersi e di opporre una pari forza di reazione e di respingimento.

Tra le peggiori forme di abuso nei confronti dei più deboli e fragili c’è sicuramente la violenza psicologica, perché a differenza di quella fisica non lascia tracce sul corpo e pertanto non è immediatamente visibile e può passare inosservata per anni.

Però esistono delle modalità comportamentali tra la vittima ed il carnefice che determinano l’esistenza di una situazione di abuso, solo che purtroppo solo gli esperti la riconoscono e quando le persone si rivolgono a loro per chiedere aiuto il danno è già successo.

Ecco perché ritengo che la più importante forma di tutela e protezione da parte dei deboli sia la prevenzione e la conoscenza delle modalità con cui si esplica affinché possa essere notata e denunciata quando il processo è in atto e non degenerato.

La violenza psicologica può avere conseguenze anche più nefaste di quella fisica, perché è più sottile e insidiosa, più perversa, può essere anche molto difficile da individuare, per questa ragione la vittima può essere addirittura portata a ignorarla e sottovalutarla.

In realtà, è una delle forme di esercizio di potere e controllo sull’altro tra le più potenti e distruttive.

Quando è molto grave, la violenza psicologica porta a distruggere psicologicamente l’altro. Nei casi più “lievi” (ma comunque pericolosi), si tende a sottolineare l’inferiorità di chi ci sta accanto, in ogni momento. La vittima perde coscienza del proprio valore e si sente lesa nella propria integrità morale e psicologica.

Sul mio sito potete trovare degli articoli di approfondimento cliccando sul link che segue, argomento che sono trattati ed analizzati, anche grazie agli studi clinici dei maggiori esperti sulla questione, nel mio libro intitolato “La violenza contro le donne” che trovate tra le mie pubblicazioni

Come  e perché si crea una vittima di violenza

La violenza psicologica della donna maltrattata

Il processo di vittimizzazione della donna vittima di violenze

Gli effetti della violenza sulle donne

La violenza è un fenomeno transgenerazionale

Cerchiamo di riassumere gli aspetti sintomatici del problema e cercare di capire come riconoscerla.

Distacco emotivo

La vittima di violenza psicologica si sente molto spesso isolata, vive in un mondo come un’osservatrice esterna, non come una persona partecipe, è tutto come sospeso nel vuoto, bloccato.

Le persone affette da distacco emotivo non avvertono un malessere psicologico, ma neanche possono dire di star bene. Spesso non provano più emozioni.

Quando “dovrebbero” sentirsi felici, in realtà non lo sono, questo distacco ha spesso come conseguenza la disperazione e la sensazione di essere sbagliati, queste persone si sentono danneggiate in maniera permanente, non in grado di provare più emozioni in maniera ‘normale’.

Costante bisogno di approvazione

È una delle conseguenze più insidiose, perché si manifesta sotto forma di comportamenti socialmente accettabili.

È ‘obbligatorio’ essere belli, essere di successo, ci si concentra tantissimo sul proprio aspetto fisico e su ciò che gli altri pensano di noi.

In realtà, in sottofondo, una voce cerca di convincerci che non siamo abbastanza se gli altri non ci approvano sempre, costantemente, questa è una bugia radicalmente impressa nel cuore di molte vittime di abusi.

Il nostro valore come esseri umani non dipende dal nostro successo o dal nostro aspetto, né da quanto gli altri ci lodino.

Anche perché questa fame di approvazione non è mai placata. E si trasforma allora in senso di colpa, senso di fallimento, gelosia.

Risentimento

Il risentimento è come un sedimento che si accumula sul fondo di un fiume nel corso degli anni.

È una generale sensazione di malessere nei confronti di chi ci circonda e della realtà.

Le cose “non dovrebbero andare così”, la gente “non dovrebbe comportarsi in questo modo”, i segni più comuni di questo atteggiamento sono l’irritabilità, il senso di colpa, la frustrazione e la costante impazienza, ci sono anche conseguenze fisiche: cambiamenti di pressione sanguigna, senso di oppressione al petto, al cuore.

Questa continua sensazione di risentimento è altamente tossica, anche se non è semplice liberarsene.

Innanzitutto, non dobbiamo sentirci in colpa se proviamo risentimento: è una cosa naturale, tra i metodi di guarigione più consigliati quando si ‘soffre’ di risentimento è cominciare a perdonare se stessi, non concentrarsi, cioè, sulle cattiverie altrui, ma avere un po’ di compassione per se stessi e per le ferite che ci portiamo dentro.

Analisi continua dei comportamenti altrui

Lentamente, nelle persone vittime di violenza psicologica viene meno la fiducia negli altri, in tutti gli altri.

Si analizza ossessivamente ciò che fanno le persone che ci circondano, ciò che dicono, ciò che pensano, e si cade in uno stato di paranoia evidente.

Si tratta ovviamente di meccanismi di protezione: non si vuole apparire deboli o mancanti di fronte agli altri.

Ansia e depressione

Come abbiamo accennato, le vittime di abusi e violenza psicologica avvertono tutta una serie di disturbi, fisici, psicologici e psicosomatici, come l’insonnia, per esempio, disturbi dell’alimentazione e dell’appetito.

Spesso si avverte paura costante, sensazioni di morte e disperazione, è il modo in cui il corpo e la mente cercano di dire ‘basta’ agli abusi.

 

L’abuso dei minori

L’esigenza di delineare in dettaglio cosa può o non può esser identificato come “abuso” ha evidenziato le varie sfaccettature del problema e la complessità intrinseca che lega molteplici costrutti psicologici, giuridici, medici e sociologici in un concetto tutt’altro che lineare.

Si tratta di descrivere oggettivamente quali comportamenti messi in pratica da un individuo siano ritenuti inappropriati, nel senso che potrebbero mettere in pericolo l’integrità fisica e psicologica dell’abusato, ma è altresì necessario valutare gli effetti che questi comportamenti provocano sul minore, tenendo conto di una prospettiva generale da applicare specificatamente ad ogni caso presentato.

Da un punto di vista sia medico sia legale, prove concrete e palesi di maltrattamento sono maggiormente tenute in considerazione poiché facilmente registrabili e foriere di sdegno, soprattutto durante un caso legale.

Questa predilezione va a scapito del maltrattamento psicologico; per questo motivo, tutte le definizioni dovrebbero tener conto di entrambi gli aspetti: da una parte, devono elencare minuziosamente gli atti compromettenti, dall’altra, devono spaziare in un’area più soggettiva che tenga conto del vissuto del minore e di come questi comportamenti influenzino il suo benessere.

Compito non facile, dato che «l’impatto di una qualsiasi azione che un essere umano compie nei confronti di un altro essere umano non è in relazione lineare con la natura dell’azione stessa» (Gullotta & Cutica, 2009), poiché un numero sostanziale di variabili, tra cui la famiglia, la cultura, lo sviluppo, potrebbero non determinare cambiamenti essenziali in un determinato soggetto, quando invece potrebbero provocare ferite traumatiche in un altro.

Questo processo di interiorizzazione degli eventi è costituito dalla resilienza, composta da un insieme di fattori che entrano in gioco quando l’individuo affronta eventi stressanti o traumatici e ne determinano il grado e il tipo di influenza sul soggetto.

Una resilienza ottimale si definisce in base a due tipi di fattori, vale a dire i fattori psicosociali e i fattori individuali, e bisognerebbe favorirne lo sviluppo e la competenza poiché aiuterebbe a ridurre gli effetti di rischio.

Ad oggi, la definizione di abuso sessuale proposta da H. Kempe sembra essere quella più completa ed esaustiva; egli, infatti, considera abuso su minori «il coinvolgimento di bambini e adolescenti in attività sessuali che essi ancora non comprendono completamente, alle quali non sono in grado di acconsentire con totale consapevolezza o che sono tali da violare tabù vigenti nella società circa i ruoli familiari».

Questo include pedofilia, stupro, incesto, e qualunque altro atto di violenza sessuale, o comunque tutte le situazioni in cui un minore viene sfruttato per il soddisfacimento sessuale di un adulto, o se questi è coinvolto in attività sessuali non appropriate per il suo sviluppo psico-fisico o se vi si ritrova senza aver avuto la capacità o la possibilità di esprimere alcun consenso.

Le forme di maltrattamento minorile

Premesso ciò, si possono distinguere quattro principali forme di maltrattamento minorile (Cicchetti & Cohen, 2006), spesso co-presenti, cioè sul bambino vengono attuate diverse forme di abuso:

  1. L’abuso fisico, rappresentato da azioni fisiche dolorose volontariamente inflitte al minore.
  2. La trascuratezza, che sta nel non saper fornire supporto ai bisogni base del minore in ambito fisico, educativo o emotivo, mostrando disinteresse o ritardo nell’intervento.
  3. L’abuso emotivo, in cui le funzioni di supporto del caregiver vengono a mancare o sono avverse alle richieste emotive del minore; questo tipo di abuso è quasi sempre presente.
  4. L’abuso sessuale, che comprende atti sessuali (carezze, rapporti sessuali, esibizionismo, sfruttamento della prostituzione o produzione di materiale pornografico) ai danni del minore. Inoltre, possono distinguersi diversi gradi di invasività a seconda della durata degli abusi (che possono essere episodi isolati o perdurare a lungo) o in relazione al ruolo svolto dal minore abusato, e cioè attivo o passivo. Il ruolo attivo rimanda ad atti effettivamente compiuti dall’adulto sul minore, mentre il ruolo passivo vede il minore come spettatore di comportamenti sessuali.

In Italia, la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ha steso delle linee guida sugli abusi in età evolutiva con lo scopo di chiarire gli standard per rilevare, diagnosticare e trattare gli abusi sui minori (SINPIA, 2007) e, in merito agli abusi sessuali, presenta una distinzione a seconda del rapporto che intercorre tra l’abusante e l’abusato:

  • intrafamiliare, commesso dal genitore, da un parente convivente (o meno) con il minore o da un amico di famiglia;
  • extrafamiliare, compiuto da un soggetto estraneo al minore e/o alla famiglia;
  • perifamiliare, che comprende quello istituzionale, di strada, a fini di lucro e da parte di gruppi organizzati.

Tra gli abusi sessuali intrafamiliari, la SINPIA riconosce un sottogruppo di denunce infondate e rimarca soprattutto gli effetti negativi sulla psiche del minore derivanti dal coinvolgimento in tali accuse.

Situazioni di questo tipo si verificano generalmente durante casi di separazioni conflittuali in cui i coniugi tentano di screditare l’altro per ottenere l’affidamento dei figli. Blush e Ross (1987) hanno trovato una definizione per questo fenomeno, detto Sindrome da accuse sessuali in divorzio, che accade prevalentemente in una famiglia disfunzionale in cui un coniuge denigra l’ex compagno e, contemporaneamente, dipinge un’immagine di sé affidabile e rassicurante.

Questa situazione può vedere anche il coinvolgimento di minore se si è in presenza della sindrome di alienazione genitoriale, in cui il minore, manipolato dall’adulto, si unisce alla campagna denigratoria.

Casi ancor più particolareggiati sono quelli in cui diversi equivoci rendono il genitore ansioso, fino ad autoconvincersi di un reato che non è realmente accaduto, poiché trae conclusioni in modo affrettato.

Avere stime precise del fenomeno risulta, però, molto problematico.

In primis c’è, come si è detto, il problema delle false denunce e, in secondo luogo, si deve tener presente che non tutti gli abusi che accadono vengono denunciati, quindi è altamente probabile che il numero di denunce sia minore rispetto agli abusi effettivamente compiuti: questo avviene perché, spesso, la denuncia non viene fatta dal coniuge o dal bambino, ma da una segnalazione delle autorità competenti, ad esempio la scuola, o da un parente, che si accorgono del cambiamento repentino del minore.

Un’idea della vastità del fenomeno può essere data dalle situazioni di emergenza gestite da linee telefoniche di supporto come il servizio 114 – emergenza infanzia del Dipartimento delle Pari Opportunità (Osservatorio, s.d.) che, tra il 1° ottobre 2011 e il 31 dicembre 2012, è intervenuto in un totale di 1.893 emergenze riguardanti dei minori su territorio nazionale. Di queste, 83 erano i casi di abuso sessuale, cifra sempre più in aumento, e il 64,1% delle vittime è rappresentato da bambini al di sotto degli 11 anni di età, principalmente di genere femminile.

Si ritiene che il numero crescente di denunce riportate non indichi un effettivo aumento dei maltrattamenti verso i bambini, bensì un cambiamento nella sensibilità nei confronti del fenomeno, che ha portato ad una maggiore presa di coscienza rispetto alla necessità di intervenire per offrire maggiore protezione.

Infine, secondo i dati sui presunti responsabili dell’abuso, è possibile delineare nei dati del 2013 come il 53,9% fosse stato riconosciuto come abusante un membro appartenente al nucleo familiare.

Nonostante diverse teorie tentino di delineare caratteristiche definite delle famiglie abusanti, mancano studi empirici che effettivamente dimostrino l’esistenza di condotte tipiche.

La storia personale dei genitori sono strettamente legate all’abuso: molti dei genitori abusanti sono stati a loro volta vittime di punizioni corporali e maltrattamenti, e alcuni lo ritengono un metodo legittimo per educare i propri figli.

La trasmissione intergenerazionale dell’abuso ammonta a circa un terzo dei genitori abusati  (Cicchetti & Toth, 2006), il che fa pensare alla presenza di molte altre variabili che interagiscono a formare una figura genitoriale abusante, quali, ad esempio, lo status socioeconomico, il malfunzionamento della coppia, o sconvolgimenti della quotidianità familiare e relative difficoltà di adattamento della stessa.

Alla base si ritrova una disfunzione nella relazione tra i componenti, in cui la violenza trova la sua massima espressione.

È infatti presente una chiara destabilizzazione dei ruoli all’interno della coppia coniugale e tra le generazioni, in cui le gravi mancanze di uno stile di attaccamento sano denotano confusione riguardo alle funzioni generazionali da rispettare.

Comunque, si parla in generale di sex offenders per identificare quei soggetti che presentano un comportamento patologico legalmente perseguibile.

Secondo una ricerca di Abel (1990), il sex offender sviluppa i suoi comportamenti devianti molto presto, e cioè, in media, intorno ai 18 anni.

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