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Balbuzie: risolverle con un discorso da re.

– Lionel: C’era ancora qualche balbettio.

– Bertie: Ho dovuto farlo qui e lì, così sapevano che ero ancora io.

(dialogo tratto dal film “Il discorso del Re”, di Tom Hooper, 2010)

Questo scambio di battute è tratto dalle scene finali del bellissimo film “Il discorso del re” interpretato da due attori magistrali come Colin Firth nella parte di Re Giorgio VI e Geoffrey Rush nella parte del logopedista Lionel Logue.

Non racconto la trama del film, tra l’altro tratto da una storia vera, per chi ancora se l’è perso, accenno soltanto al fatto che il Re aveva un forte problema di balbuzie e Lionel è il logopedista nominato per risolvere questo imbarazzante problema per un reggente che deve fare discorsi al suo grande pubblico.

Il disagio porta al soggetto grande imbarazzo nel privato e in un ambiente ristretto figuriamoci quanto è costretto, per lavoro, funzioni o ruoli, a dover parlare in pubblico.

La frase riferita in questo toccante momento riguarda la sicurezza acquisita del re, ormai curato dal suo deficit del linguaggio, ma che torna ad essere balbuziente per il suo popolo, per ricordare a tutti che lui è quello di sempre, ma più forte perché ora è consapevole del fatto di aver superato le proprie barriere personali e non gli importa di essere balbuziente oppure non perché non è più il difetto a dominare e condizionare negativamente la sua vita, ma è lui ad essersi ripreso la possibilità di gestire la sua vita.

Il re è consapevole del cambiamento ed ha acquisito quella identità che stava in lui nascosta e timorosa del suo difetto di pronuncia.

Ma cosa sono le balbuzie?

Le balbuzie sono definite come il disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo in modo fluente e scorrevole a causa di arresti, ripetizioni, prolungamenti di un suono che hanno carattere d’involontarietà.

La balbuzie sono un disturbo infantile molto comune soprattutto tra i maschi.

Nei bambini che balbettano spesso si riscontra un eloquio nervoso a ritmo rapido ma questo non è certo la causa della loro balbuzie, sono piuttosto un sintomo del tentativo di affrontarla.

Di conseguenza, i consigli “stai tranquillo” o “rallenta” possono talvolta rispondere ai sintomi funzionali del parlare, ma non colpiscono la balbuzie in sé, anzi a volte aumentano l’agitazione dell’oratore e il suo disagio compromettendo la conclusione della frase pensata.

Il nervosismo e il ritmo rapido dell’eloquio sono il risultato della paura di balbettare e della vergogna, perché il balbuziente, essendo consapevole del suo difetto, teme l’ostacolo ancora prima di incominciare a parlare e questa sentimento negativo lo porta ad agitarsi a vivere il momento con ansia con l’effetto di aggravare lo stato della balbuzie.

Ma la balbuzie è un difetto comune a molte persone anche a personaggi famosi che hanno fatto la storia, ma che con un percorso adeguato hanno saputo risolvere.

Per fare un esempio: l’italiano Paolo Bonolis, Marilyn Monroe, Winston Churchill e, più indietro nel tempo, Alessandro Manzoni, Demostene fino a risalire addirittura a Mosè che, proprio perché balbuziente, parlava tramite suo fratello Aronne.

Ricerche recenti sostengono l´idea che le balbuzie siano un disturbo multifattoriale.

Possono essere presenti cause genetiche, avere dei famigliari balbuzienti comporta per i figli maschi il maggior rischio di nascere con tale difetto di pronuncia; possono derivare da problemi fisiologici, come per esempio la difficoltà in vari parametri di decodificazione uditiva, coordinazione motoria, e in alcuni parametri di controllo neuropsicologico degli emisferi.

Possono esserci problematiche nello sviluppo del linguaggio, perché l’ambiente famigliare non favorisce un discreto apprendimento; può derivare da eventi traumatici che influiscono emotivamente sulla sicurezza e sulla stima del soggetto, rendendolo più delicato e sensibile a determinate difficoltà di comunicazione e relazione sociale tra cui, maggiormente importante, è il linguaggio e la sua modalità espressiva.

I bambini non balbettano tutti allo stesso modo.

La ricerca ha distinto almeno tre tipi di balbuzie diverse, prendendone in considerazione il tipo di blocco fonatorio:

  • balbuzie clonica quella caratterizzata dalla ripetizione di parti della parola, interne, iniziali o finali che siano;
  • balbuzie tonica, invece, è quella in cui si assiste ad un vero e proprio blocco della parola;
  • balbuzie mista, infine, si caratterizza di un misto tra le due forme precedenti.

La balbuzie può essere classificata come:

  • primaria quando si presenta intorno ai tre anni,
  • secondaria, con insorgenza intorno ai sette anni, e caratterizzata da consapevolezza da parte del bambino che si trasforma progressivamente in ansia e insicurezza.

La comorbità, cioè la coesistenza, tra il problema della pronuncia e dell’ansia è stato confermato da diverse ricerche.

È stato stimato che circa il 50 % degli adulti balbuzienti soffrono di un disturbo d’ansia, generalmente ansia di tipo sociale o fobia sociale.

A livello emotivo è stato riscontrato che il balbuziente sviluppa spesso rabbia verso se stesso, aggressività mascherata verso gli altri, vergogna per le prese in giro, sensi di
colpa, che lo portano a sentimenti di scarsa autostima, scarso senso di autoefficacia, vissuto persecutorio.

Il balbuziente è teso nel mascherare la sua difficoltà e manifesta spesso atteggiamenti di rinuncia e fuga davanti alle situazioni ansiogene, più tenta di evitare di balbettare più ne resta condizionato.

Dentro di sè la persona vive tutti i sintomi tipici dell’ansia e dello stress: alterazione del ritmo cardiaco, della sudorazione, contrazione dei muscoli del diaframma e dei muscoli della respirazione.

Caratteristica di questo disturbo è l’andamento periodico, il presentarsi in circostanze particolari e ben precise, nelle quali il soggetto non riesce a controllare l’ansia scatenata da persone o situazioni che gli incutono timore, come per esempio durante le presentazioni, colloqui, interrogazioni, parlare in pubblico.

L’ingresso nella scuola elementare rappresenta un periodo critico dove il più delle volte, il bambino che balbetta acquista consapevolezza del suo disturbo.

Sarà però, solo nella prima adolescenza (12-13 anni) che il disturbo balbuzie investirà e condizionerà negativamente tutta la persona, incidendo in maniera determinante sull’immagine del sè, sulla progettualità e sulle relazioni sociali e sentimentali.

Molti potrebbero sviluppare un senso di umiliazione auto-percepita un basso senso di autoefficacia relazionale che potrà portare a una chiusura verso le relazioni.

La maggior parte delle persone che presentano questo disturbo lo vivono come un tabù, una vergogna da nascondere e mascherare il più possibile agli altri ma anche a se stessi.

Per questo motivo tendono a rimandare la possibilità di una terapia, anche se essa potrebbe risolvere questo disagio o comunque compiere buoni passi avanti per ritrovare una migliore qualità di vita.

Consigli pratici per i genitori per risolvere il problema

Ai genitori è richiesto soprattutto di avere tanta pazienza, perché è molto importante che il bambino si senta a proprio agio anche quando balbetta, non si senta rifiutato o deriso, ma sostenuto ed apprezzato per le sua altre qualità e capacità.

Ecco alcuni consigli pratici che i genitori dovrebbero seguire.

  • Non anticipare il suo pensiero, finendogli le parole o le frasi che sta dicendo.
  • Lasciagli tutto il tempo di cui ha bisogno per esprimere il proprio pensiero e non mettergli fretta mentre sta parlando, non usare espressioni tipo “dai su!” “allora, cosa mi vuoi dire “, “sbrigati”…
  • Far in modo che il bambino capisca, osservando il comportamento non verbale e le espressioni mimiche facciali dei genitori o delle altre persone con cui si trova a discorrere, che si è interessati a quello che sta dicendo e non a come lo dice e con quali difficoltà.
  • Non ripetere, mentre balbetta, frasi del tipo “parla lentamente”, “fai un bel respiro”, “rilassati, stai tranquillo”, “pensa a quello che devi dire prima di parlare”, “parla bene”, “smettila di balbettare”, perché tutti questi consigli, anche se fatti con l’intento di aiutarlo, in realtà aumentano la sua ansia della prestazione aumentando il problema e la difficoltà di pronuncia.
  • Rispettare sempre i turni comunicativi, non interromperlo quando parla né sovrapporsi al suo discorso o interromperlo per la fretta di passare ad altro, non concludere le frasi al suo posto.

Nei casi particolarmente gravi è meglio ricorrere ad un logopedista che saprà risolvere sicuramente la difficoltà impostando delle tecniche risolutive, con dei compiti da eseguire a casa insieme ai genitori.

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