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Il Pavor Notturno, o con una terminologia latina più appropriata Pavor nocturnus (in italiano: terrore notturno, terrore nel sonno), come il più noto sonnambulismo, rientra nelle parasonnìe, cioè stati di  perturbazioni non patologiche del sonno.

Sono stati di paura che vengono vissuti durante il dormiveglia e che portano il soggetto spaventato a svegliarsi in quanto l’emozione provata è forte e spaventosa, o comunque ci porta delle preoccupazioni che ci fanno destare.

Questo significa che possono succedere a chiunque, in momenti di particolare stress emotivo e quindi pur alterando le nostre condizioni fisiologiche del sonno non causano una vera e propria malattia, ma situazioni di disagio che ci allarmano e non lasciandoci riposare serenamente ci disturbano anche nella resa quotidiana.

Solitamente sono i bambini i soggetti più facilmente soggetti a tale tipo di sonno anomalo, ma non lo sono meno nemmeno gli adulti, solo che ci spaventiamo meno, ci agitiamo ma comprendiamo la condizione di sogno e incubo, quindi riusciamo a rilassarci e riaddormentarci.

Mentre per i bambini lo spavento di un una paura vissuta nel sonno fa sempre paura, terrorizza e si sente il bisogno di chiamare i genitori, solitamente la mamma in quanto è la figura genitoriale maggiormente rappresentativa della rassicurazione e dell’affettuosità di cui il piccolo in tal momento ha bisogno.

I grandi anche quando hanno degli incubi riescono a razionalizzare meglio la situazione e quindi a risolverla, prendendosi una tisana, riprendendo consapevolezza della realtà e quindi una condizione di tranquillità che porta il soggetto a calmarsi e a riprendere il sonno interrotto.

Per quanto riguarda i bambini esso è  più frequente nei maschi (circa 3% nei bambini, un po’ meno nelle bambine); di solito compare fra i 2 e i 12 anni, e tende a scomparire del tutto con l’entrata nella fase pre o adolescenziale.

 

 

Come si manifestano le crisi

 

 

Le crisi di Pavor nocturnus sono davvero impressionanti ma perché derivano dalla paura vera.

Il bambino lancia un grido, con gli occhi sbarrati, a volte serrati, con una forte attivazione del sistema nervoso autonomo: è sudato, ansante, pallido, a volte paonazzo, ha le pupille dilatate, il respiro corto e frequente, la frequenza cardiaca aumenta come anche il tono muscolare.

È probabile che si associ ad enuresi, cioè alla pipì fatta a letto, ma non dobbiamo dimenticare che anche noi adulti in situazioni si estremo spavento tendiamo ad avere delle piccole o micro perdite urinarie, quindi il rilassamento della vescica è connesso alla maggiore concentrazione del controllo della nostra mente in altre parti del corpo, quale ad esempio il calmare attacchi di panico o rallentare la tachicardia e cercare di razionalizzare la situazione vissuta.

Il bambino, non essendo ancora in grado di avere delle risposte intellettive ed emotive così mature e razionali tende a fare l’unica cosa possibile, quella di piangere, disperarsi e chiamare la mamma.

Quando il genitore accorre viene solitamente sconvolto dallo stato e dal gradi di agitazione del piccoli, che però ripeto è una reazione del tutto normale al fatto che si è spaventato e si è trovato al buio, da solo in una camera chiusa senza la percezione dei familiari.

Il bambino infatti si agita in movimenti scomposti, irrigiditi, grida, piange, ma di un pianto disperato che mette a disagio i genitori, sembra in preda al terrore, e si comporta in modo anomalo, sia oi gesti che col comportamento,come per esempio se stesso combattendo col il suo fantasma immaginario.

Di solito la crisi dura pochi minuti, ma anche da 10 a 30 minuti, alla fine il bambino torna a dormire d’un sonno profondo, come non fosse successo nulla.

In realtà spesso capita che il piccolo ritorni a riprendere il sonno mai interrotto, in quanto la fase di veglia in realtà era una semi-veglia, la cosiddetta fase NON-REM, un fase di sonnambulismo, pertanto è facile che una volta rassicurato e riadagiato nel suo lettino torni a dormire nel suo sonno profondo come se non si fosse mai interrotto per la crisi di paura.

Al mattino è probabile che non ricorda nulla, perché della crisi non era consapevole in quando non cosciente, o per lo meno incosciente per la fase di semiveglia. Se viene svegliato, qualcosa ricorda, ma a ben guardare i ricordi sono legati più alla fase del risveglio che non al momento della crisi.

 

 

Un fenomeno innocuo

 

 

La crisi si verifica con frequenza variabile, irregolare, non prevedibile (anche una sola volta nella vita) in una fase di sonno non-REM, o sonno profondo, quindi non durante un sogno, che avviene solo nelle fasi di sonno REM.

Dunque non è un incubo. Come abbiamo detto non è espressione di disturbi neurologici, né di disturbi affettivi, né di disturbi relazionali e non è un attacco di panico: si tratta del risultato di un’attivazione del sistema limbico (gestore delle emozioni), probabilmente dell’amigdala, che si realizza non in conseguenza di esperienze vissute.

Per chiarire come possano realizzarsi crisi così clamorose ma del tutto innocue, bastano due semplici esperimenti:

  • Se uno preme lievemente un dito su un occhio, a volte vede delle immagini geometriche luminose coloratissime come quelle d’un caleidoscopio, dette fosfeni, che sembrano muoversi, fluttuare, roteare. Si vedono cose che non esistono. Ma non c’è da inquietarsi: sono il risultato d’una eccitazione della retina non provocata dall’impatto con la luce. Non hanno alcun significato patologico
  • analogamente, se si guarda il cielo sereno sdraiati per terra, si possono vedere delle palline traslucide vaganti nell’aria lungo linee strane, senza che ci siano nell’aria. Sono i globuli rossi che passano nelle arteriole della rètina. Li vediamo perché puntiamo gli occhi verso una realtà indefinita che non possiamo mettere a fuoco. Quando guardiamo qualcosa di concreto (una casa, un libro, un paesaggio), non vediamo le palline fluttuanti, perché siamo “distratti” dalla percezione della realtà su cui siamo concentrati

 

 

Cosa fare per calmare il bimbo

 

 

Quando si assiste a una crisi di Pavor nocturnus conviene, come coi sonnambuli, non fare nulla.

Non toccare il bambino, ma solo prevenire l’eventualità che nei gesti inconsapevoli si faccia male; non cercare di “farlo ragionare” nella vana speranza di riuscire a contattarlo e rassicurarlo; non cercare di svegliarlo: può essere traumatico l’impatto (per lui insensato) con gli adulti che lo circondano stralunati per la loro angoscia.

Tutt’al più si può parlargli con voce tranquilla e toni bassi,non importa ciò che si dice: è il suono e la melodia sedativa, calmante della voce che lo tranquillizza, non sono le parole ma soltanto il suono percepito.

Se strappato dal sonno profondo, circondato da facce angosciate che chiedono di cos’ha paura, il bambino interrogato può presentare un’immagine simbolica dell’esperienza traumatica che non è quella della crisi inconsapevole, ma quella del risveglio forzato: qualcuno entra nella mente, come un ladro nella casa, per derubarlo (del sonno) e sostituirsi a lui (che vorrebbe dormire) o ai genitori (che mai lo rapirebbero dal sonno).

Traumatico è invece il risveglio forzato, non la crisi.

Nel dormiveglia, nel sonno REM e nello stato di veglia c’è esperienza, perché c’è consapevolezza, mentre nel sonno profondo tutto questo non c’è e non viene percepito. Il dispiegamento di forze per consolarlo e rassicurarlo è fuori luogo e controproducente.

 

Ricapitolando: la crisi di Pavor nocturnus

  • Insorge fra i 2 e i 12 anni
  • dura da pochi minuti a mezz’ora
  • frequenza irregolare
  • avviene nel sonno profondo non-REM in cui non c’è consapevolezza
  • molto impressionante all’apparenza: il bambino (non contattabile perché non consapevole: sta dormendo nel sonno profondo) sembra in preda al terrore
  • non patologica
  • non dà conseguenze
  • non connessa a traumi o problemi emotivi o relazionali
  • bisogna non fare niente
  • finisce da sola
  • è un’attivazione del sistema limbico non causata da vissuti emotivi
  • le crisi cessano da sole in adolescenza.

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