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Ho già anticipato l’argomento della depressione, come mal di vivere nel mio articolo quando il male ti porta via… , sottolineando il desiderio del mal di vivere che affligge chi soffre di depressione, anche non necessariamente di tipo grave.

La grafologia, come analisi clinica sulle condizioni psicofisiche del soggetto scrivente è in grado di individuare quei segni che individuano lo stato depressivo e gli stati umorali ad esso conseguenti.

Il simbolo grafologico più determinante per tale condizione sono la scrittura discendente, cioè calante verso il basso, come se il soggetto non avesse più la forza nemmeno di reggersi sul rigo di base dello scritto, proprio come gli pesa ogni cosa,  non trovando più il valore ed il piacere di fare e di vivere.

Un altro segno determinante sono le cosiddette code di volpe, cioè arrivato in fondo al rigo lo scrivente anziché andare a capo e mantenere una certa armonia ed ordine nello scritto, proseguisse come se non si fosse accorto del margine finale, discendendo pertanto con lo scritto verso il basso.

Tale segno grafologico è rilevatore inoltre di un’altra condizione grave spesso connessa alla depressione in forma grave, che è quella del pensiero suicidario, in quanto, proprio come nel gesto, descritto nell’articolo di cui al link dove vi sono anche delle immagini esplicative, il soggetto non vede la barriera il limite alla fine determinata dal margine e dalla fine del foglio, ma prosegue comunque, come se decidesse di gettarsi, di cadere verso il basso, di cercare l’oblio nel fondo senza fondo.

Ma vi sono anche altri segni grafologici sintomatici degli stati depressivi.

In “Phsychopathologie et ‘Ecriture'” Forence Witkoswski (2005) riassume alcune “caratteristiche grafologiche presenti nelle grafie di persone suicidate:

– spazio ampliamente decentrato,

– assenza o massiccia presenza di angoli,

– tratto grafico decentrato,

– collegamenti tra le lettere globalmente difficoltosi,

– forme incomplete, lettere malformate, illeggibili,

– pressione grafica senza differenziazione nel gioco dei pieni e dei filetti, spesso molto leggera,

– eclatanti disomogeneità: nel calibro, nella forma, nella direzione del tracciato, ecc…,

– tratti fortemente ripassati, correzioni, ritocchi,

– zona media malformata, spesso ridotta a tratti orizzontali, oscillazioni a destra e a sinistra,

– frequente il calibro fortemente rimpicciolito.[1]

Molti grafologi sono concordi nel ritenere che la scrittura stentata, disarmonica, disomogenea, e soprattutto con andamento discendente sia un chiaro sintomo di un forte disagio emotivo, invalidante del suo vivere quotidiano, una insofferenza di tipo non temporanea o passeggera, ma un pensiero negativo e pessimistico persistente.

Tale disagio emotivo emerge necessariamente dalla scrittura che è il saggio principe della personalità di un soggetto.

Essa è il test di personalità più completo, attraverso il quale si possono leggere non solo il carattere del soggetto ma anche i suoi desideri e i timori, ed il come si pone nell’ambiente e verso gli altri.

Interpretando il tratto, la pressione, l’uso dello spazio, l’andamento sul rigo, le modalità di scrittura si leggono i caratteri ed i sentimento dello scrivente.

L’esistenza di determinati segni, quali ad esempio la pendente la discendenza di grado elevato, la presenza di contratture, di cancellature, possono esprimere disagio ed angoscia.

Allo stesso modo anche la scrittura estremamente rigida ed impostata più esprimere delle difficoltà personale, caratteriale ed emotivo.

La coesistenza di determinati segni e la loro intensità esprime le difficoltà personali.

I segni e gli elementi che parlano di disagio interiore possono esprimere una condizione di patimento, di depressione del soggetto che spesso è la condizione del suicidio, ma non è necessariamente il presupposto del gesto.

Scientificamente non è stata dimostrata la connessione del suicidio ad un segno scrittorio particolare, o ad alcuni di essi che possano caratterizzare od anticipare l’azione.

La grafologia si esprime con cautela nel ritenere che soltanto un determinato segno, o più segni, possono esprimere il desiderio del suicidio in quanto troppo diverse e specifiche sono le condizioni che precedono o inducono all’atto.

I grafologi sono concordi nel ritenere che la sussistenza di determinati segni, quali una grafia stentata, lenta, addossata, minuta, discendente, possono corrispondere ad uno stato depressivo grave, preludio al gesto del suicidio, in quanto la malattia si esprime proprio attraverso l’incapacità a vivere e vedere un futuro senza angoscia e pena.

La scrittura del depresso è una grafia che non si sviluppa verso destra, verso il futuro, una grafia sinistrogira, che retrocede.

La scrittura discendente esprime l’incapacità a reggere le tensioni della vita, una mancanza di sostegno e vigore che solitamente si riconduce ai depressi.

Secondo il Vigliotti il riscontro di determinati segni tipici dello stato predisponente al suicidio non sono il sintomo del suicidio stesso, ma rappresentano uno stato di disagio che può portare anche ad un tal gesto, ma comunque non necessariamente.

L’essere depressi o non amare la vita non può presupporre la possibile scelta di porvi fine definitivamente attraverso il suicidio.

Sussistono però, sempre secondo il Vigliotti, delle combinazioni grafiche che possono rilevare una realtà suicidiaria, nel senso di desiderio del gesto, dell’intento.

Il gesto grafico segue l’evoluzione della nostra personalità a diversi livelli: corporea, mentale e spirituale.

Un equilibrio (anche se con notevoli oscillazioni) del gesto grafico presuppone un ritmo a livello delle strutture cerebrali adeguato con buone connessioni.” [2]

Quando si riscontra nella scrittura una patologia del tratto grafico, una disarmonia, uno squilibro all’interno del medesimo scritto o in quello storico, allora si deve accendere il campanello di allarme.

I segni che rilevano per l’autore sarebbero:

– oscura, ingorghi nel tratto che può essere anche sporco, piccola, titubante (visione della realtà non chiara)

– intozzata II modo, aste assottigliate, sovrapposta, discendente (ipersensibilità e crollo dell’IO)

– confusa, disturbi dell’organizzazione spaziale, stretta di lettere (senso dell’IO non stabile)

– largo tra parole, minuziosa, ricci del soggettivismo, angolosa, intozzata II modo, aste assotigliate (ipercritica e autocritica)

– rovesciata, largo tra parole, aste ritorte, ricci della fissazione, disomogeneità pressorie (lotta interiore con tormento)….

Le combinazioni possono essere infinite tanto quanto la particolarità di ogni caso di suicidio.

La sussistenza di più segni o costellazioni di segni devono avere una certa incidenza non solo in termini quantitativi ma anche qualitativi nella grafia per poter essere il sintomo di una situazione a rischio.

Il pensiero suicidiario aumenta nella costanza ed intensità se i segni complessi considerati sono presenti in una grafia con un basso grado di organizzazione (antiestetica, snervata, un po’ oscura) oppure con un alto grado di organizzazione (quasi rigide, schematiche pur nel loro dinamismo).”[3]

Lo stesso Vigliotti individua due segni maggiormente riscontrati nei casi di suicidio: la sinuosità dell’onda e l’occhiello “in“.

Il primo elemento, la sinuosità dell’onda, non corrisponderebbe ad un vero e proprio segno, ma ad una caratteristica complessiva dello scritto.

La sensazione di armonia e sinuosità che emerge da un contesto grafico valutato attraverso il raffronto di diverse righe, le quali danno contezza di una musicalità della scrittura, di un morbido procedere quasi a seguire il respiro vitale della persona.

Per poterla rilevare occorre esaminare uno scritto piuttosto lungo, vengono valutate soltanto le prime righe e le ultime, evidenziando la sinuosità del tracciato, l’andamento dello stesso sul rigo, come a comporre un filo che leghi il tracciato in modo da creare un andamento seguente.

Il risultato sarà un andamento più o meno ondulatorio dello scritto.

Confrontato lo scritto nel suo insieme si potranno verificare le eventuali omogeneità.

Diverso è il caso del segno “occhiello ‘in'” definito dall’autore il segno principe dell’autodistruttività, di seguito una scrittura che riporta alcuni occhielli di tale tipo cerchiati con del colore rosso per essere meglio evidenti.

 

 

La considerazione del segno “occhiello in” circa il segnale di un pensiero suicidario del Vigliotti, elemento principe dell’auto-aggressività, sostenuta anche da un altro grafologo  Antonello Pizzi.

Pizzi chiama il medesimo segno Occhielli intra-ferenti e lo  definisce come: “espressione di istanze inconsce autoaggressive o di esigenze autopunitive ed agiscono come sabotatore interno“… “sopratutto in presenza di snervatezza, cedimenti ed assenza di tratto, qualche taglio t discendente.[4]

L’autolesionismo, per l’autore Pizzi, ricorre anche in ipotesi di automutilazione e negli atti di autolesionismo, e nei casi più gravi anche di suicidio.

La malattia della depressione si caratterizza per l’angosciante disagio personale che porta il soggetto a non aver più stimolo per la vita.

Non si tratta di dolore o patimento, ma proprio la mancanza di esso, una forma di insensibilità e di disinteresse che raggiunge l’apice nella mancata voglia di vivere, di avere una speranza di guarigione, di vedere un futuro.

Spesso, nei casi di depressione, determinante è la storia famigliare disfunzionale nel rapporto soprattutto quello con la madre e la mancanza di un rapporto equilibrato ed affettivo con essa.

In fondo la madre è la prima persona con il bambino cui viene a contatto dopo la nascita, da cui riceve, amore, rassicurazione e sicurezza.

E’ il genitore che “mette al mondo” e che forma il primo e solido contatto con l’ambiente, con gli altri, col mondo esterno, su cui si struttura la stima e la considerazione della persona.

Se una persona si sente amata dalla madre, sarà indotta a ritenere che anche le altre persone che incontrerà nel suo percorso di vita saranno disposte ad amarlo.

Diversamente si creerà il timore e la paura di essere non amati, abbandonati e rifiutati,  lacuna che crea paura anche la paura del futuro e del domani.

Il disagio e la sofferenza interiore hanno creato le basi fertili per la depressione.

Moretti definisce la scrittura come un’attività atta a rappresentare le funzioni più delicate del cervello.”[5]

Attraverso la scrittura “L’intera personalità psicologico-mentale e somatica viene descritta nei suoi comportamenti affettivi, volitivi e pratici, tenendo presente che ogni soggetto è in evoluzione e che ciascuno è frutto della sua storia“.[6]

La depressione si caratterizza come una perdita del sé; è come se la persona perdesse il contatto con se stessa, con le proprie risorse interne, con il proprio corpo e, infine, con il mondo esterno.

Ne deriva una specie di desertificazione della propria vita, priva di desiderio ed energia.”[7]

Secondo la grafologa Soldati Camosci la depressione nella scrittura si mostrerebbe nel seguente modo.

Le principali caratteristiche grafologiche degli individui affetti da depressione sono il rallentamento psicomotorio, con carenze della pressione grafica, l’indecisione, la mancanza di vivacità, la distorsione dell’oggettività, della logica e del ragionamento.”

“Le righe di scostano dall’orizzontale e scendono verso il basso (Discendente progressivo, come se il rigo si tuffasse nel vuoto).

“I filetti perdono la loro dimensione di slancio verso l’alto e, quasi inavvertitamente, si abbassa il corpo della lettera successiva che progressivamente discende al di sotto del rigo.”

“Tutti gli indici di riflessione, resistenza, intelligenza e considerazione tendono a ridurre la tenuta (Aste con concavo a destra, Discendente e Pendente sopra i 5/10); alcune righe si discostano dalla orizzontalità e scendono verso il basso con un tracciato più o meno sfumato.

“Si riscontra anche un’assenza di validi indici di resistenza: non c’è l’energia necessaria per respirare profondamente e tutto questo mostra l’essere sopraffatto da un senso di fallimento.”

“Altri segni caratteristici sono la disuguaglianza di inclinazione, la presenza di freni dopo gli impulsi iniziali e il tratto non omogeneo.”[8]

Per le persone malate di depressione l’esistenza diventa qualcosa di insostenibile, un’angoscia che non ha rimedio o soluzione.

Anche il solo vivere quotidiano diventa un tormento.

Desiderare di porre fine a tale sofferenza è la motivazione di un gesto che per gli altri può apparire assurdo, inspiegabile, inaccettabile.

L’elemento che accumuna i suicidi da me analizzati è l’esistenza della patologia della depressione in forma grave ed invalidante.

Tutti i casi esaminati hanno raccontato di diversi e ripetuti tentativi di suicidio perpetrati sin dall’infanzia, circostanza che esclude la eccezionalità dell’azione suicidaria.

Il suicidio è un gesto programmato, voluto, anelato e ripetutamente cercato.

I tentativi di suicidio non sono altro che la ricerca della morte coltivata poco a poco, in modo da non averne paura, ma ripetuto perché il desiderio di porre fine alla propria esistenza supera la paura di morire e la voglia di vivere.

Dunque è la depressione, manifestata attraverso il desiderio di terminare la sofferenza e l’angoscia attraverso un atto auto-distruttivo, il comune denominatore che unisce le storie dei personaggi narrati.

Pertanto, sono i sintomi della depressione a dover essere rilevati nelle grafie dei suicidi.

Quando si evidenziano tali segni, la loro individuazione, in grado ed intensità, concomitanza, deve indurre il sospetto che possano sussistere delle condizioni favorenti il suicidio.

I segni che evidenziano il disturbo depressivo sono la discendenza nell’andamento del rigo, la scrittura che cede verso la fine del rigo (chiamata coda di volpe), la pressione disomogenea, non uniforme, un calibro piccolo, una scrittura Lenta, Disordinata, Confusa, Tentennante, eccessivamente arrotondata e con Largo Di Lettera Sopra Media, occhielli incompleti o interferenti, “m” e “n” ad arco.

Segni che contraddistinguono un disagio interiore e la difficoltà nel gestire emozioni e rapporti umani.

Alto grado di Pendente con Stretto tra Parole e Disordinata sono segni caratterizzanti l’impulsività, la mancanza di controllo delle proprie emozioni e reazioni, la mancanza di considerazione per le conseguenze delle proprie azioni“. [9]

Anche una grafia eccessivamente rigida ed impostata può essere il sintomo di una difficoltà interiore di separarsi dalle norme sociali per raggiungere una individualità e personalizzazione, che caratterizza e contraddistingue l’essere umano rendendolo unico e particolare.


[1] Tratto dallo studio “Scrittura e suicidio” di Angelo Vigliotti, ibidem, pag. 36 e dall’articolo: “Marilyn Monroe – Suicidio o omicidio” di Grazia Maria Traglia, pag. 17, pdf dal sito: www.cepic-psicologia.it/index.php?option=comcontent&view

[2] Vigliotti, Scrittura e suicidio, ibidem, pag. 10.

[3] Vigliotti, Scrittura e suicidio, ibidem, pag. 12.

[4] Antonello Pizzi, “Psicologia della scrittura“, Roma, Armando Editore, 2007, pag. 343.

[5] Maria Giuseppina Soldati Camosci, “La depressione dalla scrittura“, ibidem, pag. 16

[6] Ibidem.

[7] Maria Giuseppina Soldati Camosci, “La depressione dalla scrittura. Segni grafologici ed espressioni comportamentali“, Mesagne, Sulla rotta del sole Giordano Editore, 2009, pag. 32.

[8] Soldati Camosci, ibidem, pag. 29.

[9] Pensiero tratto dal manuale di Francesco Rende “Grafologia tecnica di personalità”, e.books.

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