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Per complesso d’inferiorità si intende quella sensazione che un soggetto ha di sentirsi non capace quanto gli altri, non abile quanto gli altri e non del medesimo valore, quindi di non avere le stesse chances, di non poter fare lo stesso tipo di lavoro, o non bene quanto gli altri, e di non poter raggiungere gli stessi obbiettivi.

Quindi, temendo il fallimento e la vergogna che ne consegue non arriverà mai a mettersi realmente in gioco, a rischiare di provare testando così di fatto i propri limiti, scoprendo che non sono veri o derivano solo ad una supposizione, paura o timore del soggetto, nella maggior parte dei casi infatti si tratta di quest’ultima situazione.

Il complesso di inferiorità è quindi un disagio che può rimanere nell’ambito dei fattori ansiogeni ma che non incidono in maniera determinante sulla vita quotidiana, oppure può essere talmente grave da essere considerato una patologia che ha le sue radici nella bassa autostima e nella mancanza di sicurezza e fiducia delle proprie capacità.

Chi ne soffre è una persona estremamente insicura, sfiduciata ed arrendevole e focalizza la sua esistenza su difetti immaginari sia a livello fisico che intellettuale.

E’ condizionato dalla sua insicurezza rischiando di avere una vita meno gratificante di quanto potrebbe: tutto quello che fa o non fa sarà filtrato dal proprio senso di inferiorità.

Secondo Alfred Adler, psicologo allievo di Freud, esistono due tipi di complesso di inferiorità:

Il complesso di inferiorità primario:

in tale tipologia del disagio la sua origine risale al periodo infantile, quando il bambino sperimenta sentimenti di debolezza, impotenza e dipendenza. In seguito, crescendo, questi sentimenti possono essere rafforzati dai giudizi negativi dei genitori, dai confronti negativi con fratelli, o dai compagni di classe, o nei rapporti di coppia dall’altro sesso o quello frequentato.

Il complesso di inferiorità secondario:

In tale tipologia il disagio si sviluppa nella fase adulta ed è legata alla sensazione, spesso inconscia, di non essere in grado di raggiungere sicurezza e successo. La persona sperimenta sentimenti negativi rispetto alle sue capacità e si sente inferiore agli altri, che considera persone sicure e di successo.

Anche se Adler fa risalire tale sentimento di tipo secondario ad una fase adulta le origini rimangono sempre da ricercare nell’infanzia o nella prima adolescenza dove l’insorgere dei timori legati al paragonarsi con gli altri è più facile, anche se rimane latente e quindi non osservabile sino a quando l’adulto è chiamato a compiere atti di responsabilità o di azioni che presuppongono una certa dose di assertività e di dominanza della situazione, condizioni che mancano quando ci si sente inferiori o non all’altezza.

 

 

Quando si sviluppa il complesso di inferiorità

 

 

La maggior parte delle persone che soffrono del complesso di inferiorità pensano che questo sia dovuto a un loro difetto, spesso fisico, o al fatto che non sono abbastanza competenti in alcuni ambiti, che non siano capaci o all’altezza della situazione.

Si tratta di veri e proprie limitazioni mentali perché semmai una persona può dire solo di non essere capace in un tal compito soltanto dopo averlo provato, e non soltanto una volta, preso atto della sua incompetenza può sempre imparare il sistema per poterlo portare a termine, dunque l’incapacità a fare qualcosa è molto relativa e spesso dovuta a preconcetti superabili.

Il limite mentale si forma sempre nella tenera età o nella fase adolescenziale, ma può essere superato quando il soggetto acquista maggiore autostima e capacità di autocritica, resilienza e personalità, quindi in una fase che presuppone già una certa maturità e capacità di affrontare le avversità.

Alcune persone che hanno un carattere forte, deciso e tenace, non si fanno dominare dai loro limiti spesso fisici o clinici e mirano a realizzare nella loro vita tutto ciò che desiderano.

Non sono soltanto coraggiosi ed audaci, sono soprattutto testardi che non si fermano al primo intoppo, e sta tutto qui il segreto del riuscire a superare i propri limiti.

Altre persone, dotate sempre del medesimo forte carattere ed anche molta auto ironia, possono trarre vantaggio da questo presunto “difetto” imparando ad essere più resilienti, mettendolo in mostra e puntando sulla sua valorizzazione, tanto da farlo diventare il loro punto di forza.

La maggior parte delle persone invece tende a svalorizzarsi, spesso senza un concreto motivo, ma solo perché è sempre stato sfiduciato, inibito e svalorizzato, tutti questi giudizi hanno creato la personale convinzione che effettivamente quello è il valore della persona.

Cadere in queste trappole mentali è molto semplice, più difficile uscirne.

 

 

 

Il pericolo della sovracompensazione

 

 

Le persone che si sentono inferiori hanno un vissuto in cui qualcuno le ha fatte sentire tali ed il modo di valutarsi è diventata una consapevolezza, un modo di pensare che è diventata abitudine che si sono trascinati fin nell’età adulta.

Pieni di insinuazioni sbagliate che non contestano e non mettono alla prova, così smentendole, invece di costruire, attraverso una giusta ed adeguata autocritica, un valutazione personale che fosse congrua, adeguata e giustamente critica ma anche benevola e positiva, tenendo conto di ciò che può essere vero ed escludendo tutto ciò che deriva dagli altri ed origina da pura maldicenza, invidia, disprezzo, cattiveria e tendenza a manipolare il pensiero dell’altro.

Spesso l’atteggiamento di certi genitori a criticare e sottovalutare il figlio deriva da un loro bisogno malsano di mantenere il controllo su di essi, non pensando che questo loro atteggiamento distrugge l’autostima del figlio che rimarrà minata anche quando sarà adulto.

Chi si sente inferiore tende a comportarsi come tale in tutti gli aspetti della sua vita, tendono ad isolarsi per paura di un confronto e del giudizio degli altri, che ritengono ovviamente essere negativo, per il timore di fare figure e di fallire.

In pratica rendono vere le loro fobie realizzando il sistema chiamato “delle profezie che si autoavverano”, si è talmente convinti di una cosa che sicuramente accadrà, nel senso che qualunque cosa avvenga verrà interpretata nel modo unidirezionale imposto dalla nostra mente.

Altre invece reagiscono attivando un sistema di compensazione, uno dei meccanismi difensivi studiati per primo da Sigmund Freud, le persone con un complesso di inferiorità reagiscono attivando inconsciamente un meccanismo di sovracompensazione, cioè, cercano di compensare il “difetto” ponendosi un obiettivo quasi impossibile da raggiungere che li ossessiona e finisce per causargli ancora più problemi.

Porsi dei limiti irraggiungibili è fallire in partenza, quindi è il soggetto si crea di fatto la giustificazione pratica della sua sensazione, confermando la sua inferiorità e costringendo ad adeguarsi ad essa senza porvi rimedio.

Se da una parte la compensazione implica l’imparare a sviluppare alcune risorse per riequilibrare una carenza, un deficit, un limite fisico o psichico, utilizzando altre parti od elementi che invece possono agire pienamente ed essere efficienti, superando il problema con altre modalità, anche insolite o inusuali ma comunque efficaci, la persona tenderà non solo a migliorarsi ma con tutta probabilità si aiuterà nel superare il suo senso di inferiorità sconfiggendolo del tutto.

Nel caso della sovracompensazione interviene un doppio fattore conflittuale: il desiderio di sentirsi superiore, e la paura di mettersi realmente alla prova con un progetto più fattibile.

Il soggetto sceglie di seguire il primo illudendosi nella realizzazione e nascondendo i propri veri sentimenti di inferiorità.

Le persone che implementano un meccanismo di sovracompensazione mostrano spesso comportamenti estremi, cercano di eccellere in alcuni ambiti a qualsiasi mezzo proiettando una falsa immagine di sicurezza. Per esempio, un uomo con un complesso di inferiorità associato con la mascolinità, può reagire con atteggiamenti misogini che lo inducono a disprezzare le donne.

Carl Gustav Jung soleva affermare che: “Se teniamo conto che per effetto della compensazione psichica una grande umiltà è assai prossima all’onnipotenza e che “ai voli troppo alti e repentini sogliono i precipizi esser vicini”, possiamo facilmente scoprire, dietro la presunzione i tratti di un angoscioso senso d’inferiorità” .

 

 

Complesso d’inferiorità e narcisismo

 

 

Un esempio di sovracompensazione è la scelta del narcisista e delle trappole che egli realizza per attirare le sue vittime, coloro che sazieranno il suo senso di inferiorità e di debolezza facendolo sentire un donnaiolo subdolo ed un infedele patologico.

Percependosi deboli e inadeguati cercano in maniera disfunzionale di dimostrare al mondo di essere degni di valore, di essere adorati ed invidiati, adottano schemi comportamentali, dove cercano il protagonismo a prescindere e mettono se stessi e l’immagine di sé davanti ad ogni cosa, non per nulla si riconosce il narcisista dal fatto che ama solo se stesso e sa parlare soltanto di se, come se non esistesse nessun’altro.

Questi individui,  incapaci di ammettere i propri errori, non hanno l’umiltà per sostenere fallimenti, lottano strenuamente, pronti a passare sopra le vittime del loro sterminio, obbedendo a un copione che prevede solo la vittoria, mosso da un senso di inferiorità nascosto, che li spinge a uno sforzo immane nel dimostrare a se stessi e al mondo di valere, la lotta per affermarsi li porta pertanto a sviluppare un disturbo narcisistico di personalità.

Così, dietro a menzogne e realtà puramente inventate si inventano di essere un personaggio, che a volte si trasforma nel principe azzurro, meraviglioso e che vi farà sentire una vera regina, per poi diventare un orco, fatto di pura cattiveria, crudeltà e manipolazione per farvi sentire in colpa di tutti i suoi torti e bugie, non appena avrà capito, che da innamorate, vi ha in pieno possesso e controllo, quindi può abbandonarvi per dedicarsi ad un nuovo oggetto del suo piacere.

 

 

 

Come superare il complesso di inferiorità

 

 

Innanzitutto il soggetto che vuole affrontare al sua fobia deve partire dal presupposto che si tratta di una paura di natura meramente mentale, psicologica, che non ha alcun fondamento concreto, ma diventa concreta quando la mente ci convince che sia così, inesistente di fatto ma viva dunque solo nelle vostre impressioni, e come tutte le paure può essere sconfitta.

L’unico modo di affrontare una nostra paura è analizzarla, comprenderne l’origine, frammentarla per sezionarla e riuscire a motivarla o giustificarla e quindi affrontarne un aspetto per volta, in un  luogo alla volta e con brevi passi di un percorso che porta sicuramente al loro superamento, che certamente non può essere immediato.

Solitamente il tempo impiegato per superare una fobia è direttamente proporzionato alla grandezza della paura e quanto essa sia radicata in voi e da quanto tempo.

Ma se si incomincia a piccoli passi, le iniziali sensazioni positive possono essere di aiuto e di stimolo per procedere oltre sino ad arrivare a dei risultati apprezzabili.

Inoltre è molto importante evitare il continuo confronto con la sicurezza degli altri ed i risultati da questi ottenuti, bisogna invece valutare la propria persona, le proprie capacità ed abilità e metterle a frutto, valorizzarle, usarle per raggiungere dei progetti più semplici, scopi fattibili, superati i quali, la soddisfazione e la gratificazione che lasciano sarà sufficiente a spronarvi a fare cose più grandi.

Non pretendete subito di raggiungere le stesse mete degli altri, ma pensate a delle vostre mete che saranno i primi step di un lungo percorso.

La visione in breve aiuta a sentirvi più capaci nella realizzazione, toglie la paura del risultato finale, più grande ed impegnativo, e vi da entro poco tempo delle soddisfazioni che lasciano delle sensazioni positive e stimolanti per il futuro.

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