Il serial killer è il criminale perfetto

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Senza voler sembrare insensibile verso le numerose vittime di criminali tanto crudeli e feroci, vorrei porre lo studio su basi meramente scientifico-criminologiche di tali tipi di assassini.

Essi sono l’essenza del crimine visto nella sua massima estensione, la combinazione perfetta del male, l’incarnazione della crudeltà e la personificazione della patologia che diventa letale.

Si può dire che il serial killer, come tipologia di criminale, è di per sé un delinquente perfetto in quanto completo ed avente, in maniera più o meno accentuata, tutte le caratteristiche criminologiche che appartengono agli altri malviventi che commettono reati.

La completezza del serial killer sta nella vastità degli interventi disumani e illegali che essi pongono in essere ogni volta che attuano un’azione, la programmano e la portano a termine, spesso vantandosene ed usandola per prendere in giro le autorità che faticano a decifrare il motivo del loro agire e ad identificarli.

Se gli altri delinquono più o meno lo stesso tipo di reato, minore e meno letale, raramente invadono la sfera appartenente ad una diversa tipologia di reato, infatti le recidive, cioè le condanne reiterate nel tempo e successive alla prima, sono spesso, per non dire sempre, della stessa tipologia del primo tipo di reato penale violato.

Per fare un esempio, un ladro tenderà a commettere sempre reati di furti, con alcune varianti che possono riguardare le circostanze che costituiscono le aggravanti, le condizioni ambientali e il metodo, ma nella maggioranza dei casi si tratta sempre dello stesso tipo di furto, con le medesime caratteristiche oggettive.

Un ladro dunque non sarà mai un truffatore, un violento od aggressivo, un assassino.

Il serial killer invece parte con dei reati comuni, minori, e poi si evolve, aumenta la sua audacia e la portata del suo crimine, diventando più efferato, più importante numericamente parlando e con metodi sempre più raffinati ma più cruenti, aggiungendo nuovi tipi di tortura e spesso trovando il modo di prolungarla il più possibile.

È un assassino in evoluzione, in estensione, come una forma di dipendenza tossicomane egli aumenta sempre la sua dose e raddoppia l’intensità ed il piacere che ne trae.

Si può dire dunque che il serial killer può essere tutti i tipi di criminali messi insieme e riuniti in una sola persona.

Nella sua vita commette una varietà infinita di reati minori, di vario tipo, spesso cominciando dall’infanzia o nella tenera età, raramente inizia in età adolescenziale, ancor più raro che lo diventi da adulto, sempre comunque egli commette atti di violenza ed aggressività, reati che possono andare dal furto al danneggiamento, alla violenza sugli animali, comportamenti antisociali, disturbo della quiete pubblica, atti di libidine, violenza sessuale anche solo tentata, lesioni, truffe, adescamenti, spaccio ed anche omicidio, per poi passare ai tanti e diversi atti omicidiari, proprio per questo assume la denominazione di serial killer volendo aver riguardo al reato più grave e dominante nella sua escalation.

Ma non dobbiamo dimenticare che il serial killer non è soltanto colui che uccide le persone, è colui che da piccolo torturava ed uccideva gli animali per provare il piacere di procurare dolore e la morte, da lì inizia la sua attività criminale e sarà poi tutta un crescendo di bestialità.

 

 

Tutti abbiamo il senso del crimine innato

 

 

Tutti noi abbiamo degli istinti primordiali assopiti e calmierati dall’educazione, dalle convenzioni sociali, dalle regole che ci condannano se commettiamo delle illegalità.

Pertanto spinti o convinti di voler essere adeguati all’ambiente e di cercare di vivere al meglio, col fine di creare il senso della civiltà e della evoluzione, un vero progresso che è anche accrescimento delle regole di buona condotta e del senso civico, l’uomo ha modificato se stesso rendendolo un essere socievole, benevolo verso gli altri e generoso, almeno in molti casi, con delle varianti più o meno significative.

Ma tutti noi siamo dei potenziali criminali, tutti noi possiamo desiderare ad un certo punto della nostra vita, a causa di eventi scatenanti la nostra rabbia, di violare la nostra ordinaria ed ordinata educazione e commettere atti ed avere comportamenti brutali, abominevoli, aggressivi e perché desiderare la morte altrui.

Se non lo facciamo è solo per l’autocontrollo ben funzionante e la buona educazione ricevuta, se lasciassimo decidere solo al nostro istinto saremmo tutti più violenti e saremmo tutti un po’ più delinquenti.

A volte basta un evento fortemente traumatico, basta una situazione di stress eccezionale, basta subire un dolore immensamente forte ed insopportabile e subito esce la parte di noi primordiale aggressiva, violenta, cattiva.

In fondo si tratta di doverci difendere di reagire alle situazioni avverse, e se è in ballo la nostra vita, la nostra incolumità o quella delle persone a noi care, istintivamente ed inconsapevolmente ci trasformiamo nelle persone che in condizioni normali non saremmo mai.

I killer sono nati, vissuti e cresciuti in un ambiente malsano, disfunzionale, crudele, con forme di violenza ed abusi sia psicologici che fisici più o meno gravi, è ovvio che con un imprinting del genere l’aggressività non poteva che diventare una normale forma di comunicazione, che col tempo tende sempre a degenerare ed evolversi se non immediatamente curata e repressa.

 

 

Fattori che agevolano lo sviluppo del senso criminale

 

 

Geneticamente ed emotivamente, per istinti primari acquisiti ancor prima della nascita e codificati nei nostri geni, ogni persona potrebbe essere predisposta a sviluppare tendenze omicide.

Se non li commette è per l’autocontrollo acquisito all’interno di un ambiente civile e adeguato alle regole che in esso vigono sia civili, penali che del senso civico e della buona convivenza.

Tuttavia possono verificarsi degli “eventi traumatizzanti” che possono compromettere il normale ed ordinario sviluppo e creare devianze più o meno gravi a livello comportamentale.

Le devianze più lievi possono passare inosservate o comunque tollerate, pensate ad esempio agli atti di bullismo o ad atteggiamenti aggressivi dell’età adolescenziale, dove ogni comportamento anomalo e distorto viene giustificato con l’età in corso, e spesso sottovalutato, perché da adulto l’aggressività, pur non comportando nessuna violazione delle norme penali, può esternarsi con comportamenti manipolatori, asociali, di disinteresse verso l’altrui sofferenza o provocare sofferenze in modo subdolo e celato da un’apparente perbenismo.

Ci troviamo di fronte ad una persona cattiva, crudele ma trattenuta nell’agito e contenuta nelle reazioni, ma sono le stesse reazioni che invece inducono altre persone meno controllate a commettere atti violenti o criminosi.

Una famiglia abusante, genitori alcolizzati, sessualizzazione precoce e socializzazione frustante sono alcuni dei fattori che potrebbero potenzialmente traumatizzare un bambino e farlo crescere deviato.

Il killer seriale è una persona estremamente intelligente capace di pianificare ogni mossa mesi prima di compierla e di nascondere ogni elemento che possa ricondurre a lui.

Spesso il loro narcisismo e la loro consapevolezza di essere intelligenti li porta a “giocare” con le forze dell’ordine mandando messaggi o informazioni per una “caccia al tesoro”, un modo per loro divertente di prendersi una rivincita da un’infanzia infelice, piena di abusi e di una vita con poche soddisfazioni e pochi momenti di realizzazione personale.

Le fantasie che caratterizzano il serial killer sono violente, distruttive e compulsive, immaginano molto prima di agire di violentare, uccidere, torturare e inferire sulle loro vittime e pregustano il sentimento di piacere che proveranno ad atto compiuto.

Le metodologie variano da soggetto a soggetto, ognuno ha il proprio inquietante modo di uccidere.

Generalmente non vengono utilizzate armi da fuoco perché ritenute “rapide”, ma c’è chi preferisce le armi bianche, quelle che non sparano proiettili per intenderci, al fine di meglio godere del dolore inferto alle vittime.

Sono predilette le armi da taglio, gli oggetti contundenti e tutti gli attrezzi utili a torturare una persona lentamente.

Infatti lo scopo del serial killer non è uccidere e basta, ma torturare e seviziare lentamente la vittima, di dominarla e di avere il controllo si di lei e sulla sua vita.

 

 

Il vissuto è l’indice della tendenza a delinquere del soggetto

 

 

Il vissuto mentale del serial killer è spesso caratterizzato da una sensazione di inadeguatezza e da un basso livello di autostima, molto spesso legati a traumi infantili, umiliazioni, abusi sessuali o a una condizione socio-economica particolarmente deprimente.

Il crimine costituisce in questi casi una fonte di compensazione, dalla quale trarre una sensazione di potenza, di riscatto sociale, di vendetta e di rivendicazione del proprio essere e delle proprie capacità fino ad allora sottovalutate o disprezzate.

Queste sensazioni possono derivare sia dall’atto omicida in sé che dalla convinzione di poter superare in astuzia la polizia.

L’incapacità di provare qualsiasi forma di empatia per la sofferenza delle vittime, altra caratteristica comune ai serial killer, è definita in psichiatria col termine psicopatia.

Associata al sadismo e al desiderio di potere, essa può condurre alla tortura delle proprie vittime, o a tecniche di uccisione che prevedono un supplizio, prolungato nel tempo, della vittima.

Data la natura morbosa, psicopatica e sociopatica, della condotta criminale del serial killer, nella maggior parte dei processi, gli avvocati difensori, invocano l’infermità mentale.

Questa linea di difesa, però, fallisce quasi sistematicamente nei sistemi giudiziari come quello degli Stati Uniti, in cui l’infermità mentale è definita in base alla capacità o meno di distinguere il bene dal male nel momento in cui l’atto criminale viene consumato.

I crimini dei serial killer sono quasi sempre premeditati e il killer stesso fa capire di avere chiara consapevolezza del loro significato assolutamente inumano e gravemente immorale.

Totalmente diversa invece è la situazione italiana dove la patologia può escludere la capacità di intendere e volere o gravemente scemarla finendo per rendere il criminale non punibile per la patologia di cui è affetto.

E tutti i criminali hanno qualcosa di patologicamente sconnesso altrimenti sarebbero dei regolari cittadini osservanti della legge.

 

 

La capacità di intendere e volere di un assassino

 

 

Ai sensi dell’art. 85 c.p. “Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui l’ha commesso, non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità d’ intendere e di volere”.

Ai fini della punibilità, pertanto, è necessario che il soggetto sia pienamente capace di intendere e di volere.

Per “capacità di intendere” ci si riferisce al fatto che il soggetto, al momento della commissione del reato, sia consapevole del significato del gesto o del comportamento che sta mettendo in atto, mentre la “capacità di volere”, invece, è relativa alla capacità del soggetto di esercitare con piena volontà quel tipo di comportamento, senza vincoli o forze esterne che lo condizionino.

Quando entrambe o anche solo una delle due vengono a mancare la persona non è imputabile e quindi non è punibile.

Alla luce di ciò, seppur affetto da un disturbo della personalità, non è detto che il serial killer non sia capace d’intendere e di volere al momento della commissione del reato.

In altri termini, è ammissibile che al momento della commissione del fatto la persona possegga entrambe le capacità in quanto, nonostante le sia stato diagnosticato il disturbo, in quel momento esso non stava interferendo con le sua capacità di intendere e di volere.

Per questo ciò che interessa al magistrato ai fini dell’imputabilità è la presenza di una forma di infermità che al momento del fatto sia stata di entità tale da alterare queste capacità.

Di fatto è impossibile dimostrare che nel momento in cui ha commesso il fatto fosse incapace mentre fosse capacissimo per tutto il resto del tempo, pertanto, nel dubbio si propende per la soluzione più benefica in quanto la legge italiana prevede che egli sia condannato solo in caso di assoluta certezza dell’esistenza di quella volontarietà dell’azione delittuosa.

L’art. 88 c.p. afferma riguardo al vizio totale di mente: “Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità d’intendere e di volere”. Questo significa che le condizioni che determinano un’incapacità di intendere e di volere devono essere dovute ad uno stato di infermità: questo deve determinare uno stato mentale tale da annullare tale capacità, configurando così un vizio totale di mente. Dunque il soggetto in tal caso non sarebbe imputabile, ma se venisse ritenuto socialmente pericoloso ne verrebbe disposto il ricovero nelle strutture su menzionate (art. 222 c.p.; si veda Corte Costituzionale, sentenza 8 luglio 1982 n. 139).

Completa la disciplina in materia l’art. 89 c.p., che si occupa del vizio parziale di mente e ci dice: “Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità d’ intendere o di volere, risponde del reato commesso; ma la pena è diminuita”. Anche in questo caso è previsto un eventuale ricovero in caso di pericolosità sociale (art. 219 c.p.; Corte Costituzionale, sentenza 15 luglio 1983 n. 249).

Entrambi gli articoli di legge fanno riferimento alle infermità senza chiarire cosa debba intendersi per tale. Non resta quindi da chiedersi: quali sono queste infermità?

Ci sono due scuole di pensiero: la prima, quella più datata, sostiene che le anomalie capaci di influire sulla capacità d’intendere e di volere sono unicamente le malattie mentali in senso stretto (insufficienze cerebrali e psicosi acute croniche), la più recente, invece, ricomprende nel concetto di infermità anche le nevrosi e le psicopatie gravi.

La diatriba è stata risolta dall’importante sentenza delle Sezioni Unite n. 9163 del 2005, con la quale si è stabilito che i disturbi della personalità possono escludere o scemare grandemente la capacità d’intendere e di volere, ma solo se sono di consistenza, intensità, rilevanza e gravità tali da concretamente incidere sulla stessa.

Non assumono rilievo ai fini dell’imputabilità le altre “anomalie caratteriali” o gli “stati emotivi e passionali”, che non rivestono i cosiddetti connotati di incisività sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente.

È necessario, poi, che sussista un nesso eziologico tra il disturbo mentale ed il fatto di reato, così da ritenere il secondo casualmente determinato dal primo. In sostanza, il disturbo mentale può ritenersi responsabile del comportamento del soggetto autore di reato, soltanto quando le sue caratteristiche siano strettamente correlate col reato stesso.

In conclusione, la figura del serial killer ben delineata sotto un profilo criminologico continua ad essere oggetto di discussione e scontro col mondo forense e giudiziario, proprio per i mille dubbi interpretativi che la legge lascia come lacune incolmabili, non superati da una Magistratura che appare troppo spesso molto cauta nelle condanne che sarebbero invece doverose.

4 Comments

  1. Isa ha detto:

    Essendo appassionata di delitti irrisolti e persone scomparse sono abbastanza informata anche sui casi più famosi di serial killer. Ho letto tutto ciò che si poteva leggere sul Mostro di Firenze, e non credo che Pacciani e i compagni di merende fossero coinvolti se non come semplici guardoni: per me furono solo dei capri espiatori che forse sapevano qualcosa ma non potevano difendersi. Su questo caso ho un’idea piuttosto bizzarra (ma condivisa da molti che si sono presi la briga di indagare e notare certe inquietanti coincidenze).
    Un serial killer può essere il classico uomo “perbene” e insospettabile, perfettamente inserito nella società. Credo comunque che qualsiasi serial killer abbia una vena di pazzia (magari nascosta molto bene) che lo porta a uccidere senza un valido motivo una determinata categoria di persone per un senso di “giustizia” personale mentre cova rabbia e rancore. Mettendomi nei panni di una persona “geniale” ma cinica e priva di scrupoli posso pensare anche a un gusto particolare nel creare panico e nel sogno di passare alla storia. Con i mezzi moderni oggi possiamo scoprire moltissimi assassini, ma fino a 40 anni un assassino astuto poteva farla franca.
    Il detenuto a cui mi sono interessata e con cui ho fatto amicizia purtroppo ha pochissime speranze di cavarsela se le indagini non vengono riaperte. E’ stato condannato sulla base di pochi indizi, ma soprattutto su pregiudizi circa il suo carattere. Se davvero è innocente come ho sempre creduto si tratta di un tremendo errore giudiziario dovuto anche alla sua incapacità di far fronte al circo mediatico e alle provocazioni degli inquirenti. Tutto molto triste, per questo gli sto vicino.

    • Gli errori giudiziari sono più numerosi di quel che una persona media può pensare, purtroppo….
      Corcordo con lei circa Pacciani e i sui compagni di merenda: troppo sempliciotti ed ignoranti, nemmeno tanto intelligenti nè organizzati, quindi incapaci di commettere tanti reati che sono rimasti irrisolti proprio per la capacità di nascondere le tracce, e di non permettere lo svolgersi legale delle indagini viste le alte sfere coinvolte.
      Se volesse fare un articolo sul caso che sta seguendo, puntando molto sulle prove e sui fatti, glielo pubblicherei molto volentieri, se acconsente mi contatti via mail.
      info@marilenacremaschini.it.
      A presto
      Marilena

  2. Isa ha detto:

    Fino a 40 anni fa intendevo… ho dimenticato “fa”. 🙂

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