Quando la competizione è positiva
20/12/2016
Capire se stessi per poter diventare ciò che si vuole
21/12/2016

La competizione nei bambini

I bambini non percepiscono il senso della competizione perché è un sentimento tipicamente ed esclusivamente adulto.

I bambini semmai assimilano gli atteggiamenti dei grandi e li eseguono per compiacere il genitore o l’adulto che gli sta accanto e mai perché in tal modo appagherebbero un loro desiderio.

La competizione è un sentimento che non ha soltanto  aspetti negativi, anzi percepita nella maniera adeguata può essere stimolante e costruttiva perché stimola la persona a fare di più e meglio allargando i suoi orizzonti.

Ma i bambini non hanno progetti o mire espansionistiche, non hanno ambizioni, possono desiderare il giocattolo di altri bambini semplicemente perché notano qualcosa di diverso che loro non hanno a disposizione, ma se imparano fin da piccoli il rispetto delle cose altrui non patiscono nemmeno tale capriccio.

Pertanto il senso del competere non appartiene ai piccoli ma soltanto ai grandi ed è a loro che deve essere semmai imputata la competitività che dimostra un bambino o un ragazzino.

Diventare competitivo per un essere che ancora non concepisce tale malizioso senso di rivalsa significa cercare il modo di appagare l’adulto per avere approvazione, riconoscimento, affetto ed attenzione.

Il bambino ha bisogno soltanto di cure affettive, non di trofei, il riconoscimento sociale, sportivo, plateale gli serve soltanto per gratificare l’adulto che ama e per cui farebbe qualunque cosa.

I piccoli vorrebbero, e dovrebbero, soltanto giocare.

Va benissimo dedicare parte della loro giornata a qualche attività che li responsabilizza e li attiva mentalmente su impegni che accrescono il suo impegno, ma ciò non deve essere fuorviante dalla loro fanciullezza e dalla necessità di essere vissuta in modo completo.

Si notano sempre più spesso piccoli che vengono stimolati ad essere sportivi ed artisti campioni ad età sempre più ridotta o ad essere oggetto di pubblicità sui media e sui social.

Ciò appaga l’adulto non il bambino.

Lo sport e l’arte sono estremamente educativi ma devono essere affrontati con uno spirito adeguato che trova soddisfazione nelle esigenze dei minori non negli interessi dei grandi.

Purtroppo non si diventa campioni se non si è investito buona parte dell’infanzia a prodigarsi ed allenarsi, ma così facendo si dimentica che c’è un tempo che deve essere rispettato.

I bambini devono poter fare i bambini, giocare spensierati tanto l’età degli impegni e delle responsabilità arriveranno ma privare un piccolo della sua infanzia è creare un adulto che non ha vissuto tale sua età.

Ingenerare degli stimoli competitivi è non solo diseducativo ma fuorviante dei sentimenti infantili.

I genitori che stimolano i loro piccoli a fare meglio contrapponendoli ai loro coetanei o compagni di scuola fanno il grosso errore di istigare un sentimento che non appartiene ad una fase evolutiva che è di pura curiosità e conoscenza.

Il bambino si trasforma in un competitore per assecondare le richieste del genitore o del caregiver, per rendersi più importante ai suoi occhi e per assecondare i suoi desideri.

Certo, è appagante e gratificante per un genitore avere un figlio dotato che si esibisce ottenendo apprezzamenti e riconoscimenti, ma lasciamo anche a quel figlio la possibilità di vivere la sua età.

Quando la carriera artistica o sportiva richiedono impegno e dedizione va ponderato anche il tempo del gioco e del divertimento, della possibilità di vivere coi coetanei e di giocare, di essere un individuo che non ha responsabilità e impegni.

Ritengo che se un bambino si dimostra estremamente competitivo coi compagni o coetanei il problema va ricercato nel rapporto tra genitore e figlio e nella forzatura di un desiderio sentito e desiderato più dal grande che dal minore.

I bambini non sono competitivi, lo sono gli adulti e come tali hanno anche la responsabilità dell’esempio e dell’insegnamento.

Costringere il piccolo ad avere delle mire che non sente è forzare la sua evoluzione con sistemi che non gli appartengono e che non comprende, anche se capisce perfettamente l’effetto che ha sui genitori e parenti, perché è questo il desiderio del piccolo: gratificare l’adulto per essere più amato.

Non confondiamo allora l’affetto e la cura del figlio con quello che lui deve restituire per averne dell’altro.

Meglio avere un figlio sano e sereno che un bambino che soffre di competizione quando dovrebbe dedicarsi unicamente al gioco ed alla gioia di essere un ragazzino.

2 Comments

  1. Sara ha detto:

    Sono capitata su questo articolo cercando informazioni su come superare il mio senso di colpa di mamma. Ho un bambino di 15 mesi che ancora non parla e cammina a stento, anche se lo stimoliamo, anche se frequenta un micronido, anche se passa tempo all’aperto, nella natura, e ha frequenti interazioni sia con coetanei sia con adulti. Vivo questa cosa malissimo, nonostante le rassicurazioni del pediatra, proprio a causa del confronto con altri bambini coetanei e con le loro (a volte spietatamente competitive) madri. Faccio addirittura parte di un gruppo whatsapp dove si fanno paragoni sui progressi di tutti e il mio è sempre quello piu’ indietro, letteralmente su tutto. Tant’è che vorrei togliermi dal gruppo e smettere di frequentare queste ragazze perchè sento che io e mio figlio siamo troppo inadeguati. Nel profondo di me stessa desidero solo che mio figlio cresca felice, indipendente e senza paturnie. Per ora è un bimbo socievole, sorridente e che si interessa a tutte le cose che lo circondano, e anche alle persone. Non ha praticamente mai avuto nessun problema a dormire nè a mangiare, nè problemi di salute, tant’è che ho vissuto il primo anno con lui con grande serenità e soddisfazione, fino a rendermi conto un paio di mesi fa di questi benedetti “ritardi”. Soffro davvero tanto quando penso che lo aspettano potenzialmente anni di confronti continui, e che per il momento è in ritardo rispetto alla media, quindi lo sarà probabilmente anche nelle future tappe della crescita (non so come funzioni in Italia, viviamo in Francia e qui un bambino che non sa parlare bene al momento in cui comincia la materna è già considerato ritardato. Uguale se non sa scrivere all’inizio della prima elementare – e non alla fine come verrebbe naturale pensare.) Mi arrovello tra i sensi di colpa pensando a quali stimoli aggiuntivi avrei potuto o potrei dargli per farlo arrivare “al livello” degli altri. Leggo libri su libri e cerco di applicare tutto cio’ che posso nei limiti del possibile (ho anche un lavoro a tempo pieno, che per me è fonte di soddisfazione economica e personale e che non intendo lasciare; ma so che il tempo che passo lavorando non posso passarlo con il mio bimbo, a parlargli e a stimolarlo. Mi spiace ancora di piu’ stressarlo quando lo vedo stanco e bisognoso semplicemente di coccole e di mangiare e dormire).

    Quali sono i metodi pratici per uscire da questa impasse? Cosa potrei fare per smettere di sentirmi cosi’ preoccupata e giudicata? Ho paura di trasmettergli questa ansia e che questo non possa che peggiorare notevolmente le cose per il suo futuro!

    • Non deve confrontare suo figlio con gli altri, ogni bambino ha i suoi tempi ed i suoi ritmi personali nello svolgere compiti o nel relazionarsi, questo non significa che ha dei problemi magari è semplicemente più riflessivo o più timido.
      Il confronto continuo degli altri invece è estremamente deleterio perché lo fa sentire incapace e non al pari degli altri, dandogli la sensazione di essere un diverso, di non essere uguale agli altri e quindi tenderà a rendere sempre meno e ad emarginarsi.
      Se proprio vuole farmi valutare la maturità congitiva di suo figlio, che non ha nulla a che vedere con la resa pratica provi a farmi valutare alcuni dei suoi disegni, nel caso decidesse di procedere in tal senso mi scriva privatamente via mail e le darò tutte le indicazioni: info@marilenacremaschini.it
      Marilena

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *