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Col termine free bleeding si intende la visione esistenziale secondo la quale la donna, e l’essere umano in generale, deve essere il più libero possibile di vivere se stesso ed il proprio corpo anche nelle occasioni che potrebbero creare imbarazzo.

Nel caso del free bleeding si tratta per la donna, come suggerisce il termine, di essere libera di lasciar fluire le mestruazioni senza porre nessuna barriera, come il suo corpo allo stato primitivo ha bisogno di espletare.

Questa moda nasce negli anni ’70 con la rivoluzione sessuale ed il bisogno della donna di liberarsi da tutti i preconcetti ma anche i sistemi pratici ed oggettivi di tutti i giorni, come per esempio l’essere costretta ad usare l’assorbente durante il ciclo mestruale.

È innegabile che l’assorbente, soprattutto quello interno, è sempre un corpo estraneo non sempre ben accettato dal corpo e verso il quale può avere delle reazioni allergiche, per non parlare dell’ovvia scomodità per ogni donna di dover ricorrere ad un prodotto simile per tamponare le fuoriuscite del sangue che altrimenti imbratterebbe ovunque.

Ed è appunto questa la finalità dell’assorbente, impedire che la fuoriuscita del sangue possa sporcare indumenti e qualsiasi altra cosa su cui possiamo appoggiarci o sederci.

Per non parlare del fatto che una volta macchiato di sangue l’indumento è rovinato per sempre, alzi la mano la donna che è riuscita a ripulire una macchia di sangue, soprattutto sui capi bianchi o chiari, nonostante le vergognose e false promesse pubblicitarie promettano di dissolvere ogni tipo di macchia, quella mestruale compresa.

Ma non solo il capo è rovinato, è rovinato il materasso se vi capita durante la notte, il divano se vi state rilassando, il sedile dell’auto se state guidando, evito di continuare perché le situazioni sono talmente tante e spesso imbarazzanti che solo una donna può comprendere.

 

 

Dunque da donna che vuole salvare sia indumenti sia l’igiene di ogni cosa che mi circonda ringrazio l’invenzione dell’assorbente, tra l’altro ora fatto in tutte le fogge e forme che non può che adattarsi alle esigenze di praticità di ogni donna.

 

 

L’invenzione dell’assorbente e la sua storia

 

 

Le donne in passato usavano strisce di stoffa ricavate da vecchi vestiti, per trattenere il flusso mestruale, fasce che venivano lavate e riutilizzate.

Lo stesso metodo era usato per pannolini per i neonati per contenere le loro secrezioni, i famosi ciripà che stanno tornando di moda per chi ama vivere in maniera naturale cercando di inquinare il meno possibile l’ambiente anche quando si tratta di comodità come quelle dei pannolini la cui produzione incide non poco sull’inquinamento generale e sulla raccolta e gestione dei rifiuti.

Le nostre nonne, per contenere il flusso mestruale, utilizzavano degli stracci di cotone o lana, che andavano lavati tra un utilizzo e l’altro.

Quello monouso attuale , è stato il frutto di una continua evoluzione di un primordiale prodotto per l’igiene femminile, nato nel 1920 in America,  chiamato Kotex; quest’ultimo è la fusione dei due termini inglesi ”cotton” (cotone) e “texture” (superficie), sebbene comunque fosse realizzato in cellulosa e non in cotone, perché la prima è cinque volte più assorbente del secondo.

Nell’antico Egitto ad esempio, il gentil sesso utilizzava un papiro ammorbidito per creare assorbenti interni.

Nella Grecia antica, invece gli assorbenti interni venivano realizzati in casa con garza avvolta attorno a piccoli pezzetti di legno.

Furono i Romani a trovare l’alternativa di una protezione esterna per il flusso mestruale, scegliendo per la loro creazione, la morbida lana.

In altre parti del mondo carta, muschio, lana, pelli animali ed erba, erano adoperati per arginare i flussi dei giorni di ciclo, nella versione di tamponi rudimentali fatti con spugne, foglie e fibre vegetali prima, poi sostituiti da stracci e, per le donne più ricche, da avanzi di tessuto.

Il tutto era fermato e legato a cinture tenute intorno alla vita sotto le gonne, non esistendo infatti gli slip, intorno a queste bende, si creavano occhielli per far passare la legatura.

L’assorbente, nella versione monouso, nasce a fine Ottocento, in Germania e poi negli Stati Uniti.

Inizialmente consistevano in asciugamani firmati Lister, dal nome di Joseph Lister, un pioniere nella chirurgia sterile. Nonostante ciò, le donne americane continuavano ad usare assorbenti fatti in casa, spesso con lo stesso materiale di cotone, destinato ai pannolini dei bambini.

Fissavano con degli spilli questi panni, o stracci, alla biancheria intima o alle cinture di mussola fatti in casa. In commercio c’erano anche grembiuli sanitari e calzoncini, ideati per proteggere i vestiti dalle macchie e distribuiti per posta.

Gli assorbenti usa e getta, sono stati creati da un’idea di Benjamin Franklin per fermare il sanguinamento dei soldati feriti in battaglia.

Le infermiere americane durante la Grande Guerra sperimentarono l’uso delle bende di cellulosa e cotone, antenate dell’assorbente usa e getta, cui si affiancò negli anni Trenta, l’introduzione dei tamponi interni, inventati da un medico americano per la moglie ballerina.

In Europa l’assorbente arrivò nel periodo della Seconda Guerra Mondiale e in Italia approdò ancora dopo.

I primi erano senza adesivo e da fermare con spille, con cotone avvolto in una reticella, molto ingombranti. Lenoa Chalmers, una donna, brevettò e produsse invece, la prima coppetta mestruale riutilizzabile da inserire in loco.

 

 

La signora Chalmers suggerì nel suo brevetto, di produrla in gomma vulcanizzata. Era il lontano 1937 e già si faceva la storia dell’igiene al femminile.

Oggi tali coppette sono un’ottima alternativa a chi vuole evitare gli assorbenti, la possibilità di insinuare allergie e di avere un sistema pratico, igienico e riutilizzabile per il periodo mestruale, di seguito una foto che riproduce una moderna coppetta.

 

 

La nascita del movimento free bleeding

 

 

 

Negli anni ’70 il free bleeding nasce come reazione alla sindrome da shock tossico causato dagli assorbenti interni non sempre accettati dal nostro corpo che può reagire immediatamente con uno stato di shock e che ne certifica l’allergia al tessuto di cellulosa al contatto con l’interno delle pareti interne, oggi superato da prodotti meglio tollerati, ma in tal caso si possono sempre usare quelli esterni che non danno nessun tipo di problema.

In piena cultura hippie, con la rivoluzione sessuale in atto e la voglia di cambiare certi modi di vedere la donna e di catalogarla in un ruolo meramente materno e di cura del focolare familiare, molte donne hanno iniziato ad utilizzare comportamenti rivoluzionari, come liberarsi dal reggiseno, fare sesso liberamente e con più promiscuità per cancellare il tabù che esso rappresentava, ed anche quello di non usare assorbenti nel periodo mestruale.

Per chi prativa il free bleeding resta l’espressione di grande emancipazione e libertà femminile contro le imposizioni di tamponi e assorbenti.

La pratica altro non è se non vivere il periodo delle mestruazioni senza usare niente di tutto ciò che il mercato ha ideato e proposto al fine di “arginare” la perdita di sangue.

E se ci si sporca i vestiti o ci si macchia? Pazienza, la grande innovazione di fondo alla base del free bleeding è proprio questa, il liberarsi totalmente da tutti quei condizionamenti sociali e culturali imposti, molto spesso dagli uomini, nei confronti del ciclo mestruale, e viverlo in totale libertà, infischiandosene anche di mostrare le gocce di sangue, vissute come facenti parte di un fenomeno del tutto fisiologico e naturale, quindi non da nascondere.

Tale movimento ha proposto persino l’idea del “flusso istintivo libero” sostenendo che si può imparare a monitorare il flusso in modo da poterlo gestire ad esempio solo quando si è in casa.

Ho seri dubbi sulla funzionalità di tale pratica e comunque il flusso sanguineo, gestito dalla pressione sanguinea e dal battito cardiaco, non può essere monitorato, al massimo si può intervenire sui fasci di muscoli che circondano l’apparato e la vulva, ma dubito che sia praticabile con costanza e per un periodo sufficientemente lungo per uscire a fare la spesa.

Sarebbe un po’ come trattenere la pipì, si dimentica però che la vescica è un sacco elastico che può ampliarsi naturalmente molto per contenere tanto fluido e quindi permetterci di avere più tempo per l’evacuazione.

Ma questo metodo, sempre che si accettino le conseguenze, ci costringerebbe a gettare continuamente i capi di vestiario, a meno che non li si voglia usare macchiati (perché noi donne sappiam bene che la macchia di sangue non la si toglie più!), il che costerebbe un patrimonio ma per chi se lo può permettere è una buona scusa per fare continuamente shopping, dal mio punto di vista, anche se fossi ricca, non amo gli sprechi e sono parsimoniosa nelle mie spese e non sopporto di veder rovinare le mie cose con una pratica che igienica proprio non è.

Inoltre non dimentichiamo che è fattibile solo per coloro che hanno un flusso sanguineo molto leggero, perché chi ha un flusso abbondante si ritroverebbe a dover circolare con un catino, molto più scomodo dell’assorbente.

 

 

La moda del free bleeding ai giorni nostri

 

 

 

Il free bleeding è poi tornato prepotentemente “di moda” nel 2014 , pubblicizzato dal portale 4chan, ed è stato adottato da alcuni movimenti femministi come forma di protesta soprattutto contro la cosiddetta tampon tax, la tassa sugli assorbenti che, come capita anche nel nostro paese, vengono considerati beni di lusso.

Ma non è soltanto per questo, molte donne vogliono liberarsi da preconcetti che le seguono da secoli, da pratiche a cui si devono sottoporre per piacere al maschio, come quella di farsi la ceretta, e che limitano la libertà di scelta della donna di sentirsi bella anche al naturale, senza bisogno di radersi, di trucco, di tinture ai capelli e di continui aggiustamenti al corpo per mantenerlo in forma e giovanile.

Nel free bleeding, come detto, non si utilizzano tamponi, coppette o assorbenti, al massimo degli asciugamano per coprire divani, lenzuola e sedie, o alcune delle mutande ideate appositamente da brand come Thinx, ad esempio.

Il problema rimane quando si esce di casa.

Alcune donne ripiegano sull’uso degli assorbenti evitando spiacevoli inconvenienti, altre invece gli inconvenienti li mettono in bella mostra, come fosse una dichiarazione aperta e senza remore del desiderio di libertà assoluta di decidere di vivere e gestire il proprio corpo come meglio si crede.

Adoro tali forme di rottura degli schemi che comportano coraggio e una forte personalità, ma mi chiedo se questo vale anche per gli spazi comuni, perché imbrattare di sangue i luoghi ed i mobili che tutti usano diventa una mancanza di rispetto verso gli altri e una forma di menefreghismo verso una pratica che è igienica e preventiva della trasmissione di certe malattie.

Ci hanno insegnato ad usare il preservativo nei rapporti con estranei per evitare la trasmissione di malattie veneree o come L’HIV, per poi ritrovarci con macchie di sangue sui sedili, sulle panchine o per strada.

Il diritto di libertà di ognuno si ferma davanti al rispetto del prossimo, pertanto tale pratica deve a mio modo di vedere essere praticata in casa propria o nei luoghi privati, senza costringere gli altri a doverla subire.

 

 

L’esempio di Kiran Gandhi

 

 

 

 

Il free bleeding è diventato noto alla cronache quando nel 2015 la batterista e studentessa ad Harvard Kiran Gandhi ha corso la maratona di Londra del 26 aprile avendo le mestruazioni e senza alcun assorbente.

Sui suoi pantaloncini, al termine della gara, spuntava una macchia rossa che non lasciava dubbi.

Beata lei, se faccio una corsa io il flusso aumenta, ma probabilmente da atleta le fasce muscolari delle gambe e dell’addome permettono anche una maggiore costrizione dei tessuti muscolari, quindi delle perdite esigue.

Ma il messaggio di Kiran andava ben oltre la superficialità del seguire soltanto una moda.

Secondo la charity britannica WaterAid, 1,25 miliardi donne non ha accesso all’acqua, o ai prodotti sanitari femminili, cosa che spesso limita notevolmente la vita soprattutto delle giovanissime, costrette a non frequentare la scuola durante i giorni delle mestruazioni; per questo il gesto di Kiran ha assunto un forte significato politico, dando il via alla rivendicazione femminile di vivere liberamente il proprio ciclo mestruale. Anche senza assorbenti.

Steph Gongora, maestra di yoga del Costa Rica, è solita riprendersi durante le sue lezioni, e pubblicare i video su Instagram; ha fatto molto discutere un suo filmato, in cui si vedeva una macchia di sangue spuntare dai leggings bianchi, ma Steph ha spiegato la scelta, volontaria, di mostrarsi, così come si è e nella libertà di riprendersi mentre fa yoga durante le mestruazioni senza censura.

Sempre più donne sembrano trarre spunto dall’esempio di Kiran o Steph e aver accettato serenamente di mostrarsi anche durante il periodo del ciclo.

Ci sono anche artiste che utilizzano le mestruazioni per le proprie opere: Elone ha sparso per le strade di Karlsruhe (Germania) epigrafi contro la violenza sulle donne vergate su assorbenti mentre Joana Vasconcelos ha realizzato un lampadario con 14 mila tamponi interni.

Del resto ci sono secoli di tabù e pregiudizi, vergogne e leggende metropolitane, da sfatare, come quelle scicche che la donna mestruata non può montare la maionese, non può fare il bagno in mare, trasforma il vino in aceto, fa appassire i fiori se li tocca e altre stupidaggini.

È vero che non dovrebbe fare lunghi bagni prolungati sopratutti i primi giorni ma questo perché l’acqua calda aumenta la circolazione sanguinea ed il pericolo di emorragie.

Per non parlare del museo del signor Harry Finley, 76 anni, americano del New Jersey, papà militare e fratello a West Point, che, nel suo seminterrato newyorkese ha allestito, dal 1994 al 1998, il Museum of menstruation, uno dei musei più curiosi al mondo, a base di scatole piene di tamponi, maxi assorbenti, biancheria intima mestruale, antidolorifici, pubblicità, opuscoli sulle mestruazioni, forniture per la pulizia: più di cinquemila pezzi.

Il New York Times, nel 1998, lo ha definito il sito di Finley “strano, divertente e ben studiato (creato da un uomo) sulla storia delle mestruazioni e raccontato dalle donne di tutto il mondo”.

Un video di The Huffington Post porta alla luce un significativo parallelismo lessicale: il termine tabù deriva dal polinesiano tapua che vuol dire anche sangue mestruale.

Del resto, basti pensare come in varie religioni la donna mestruata sia considerata “impura” (ad esempio, nell’islam, le donne devono purificarsi con un bagno prima di poter pregare).

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