L’atroce morte di una bimba che non ha mai vissuto

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Questa è la tragica storia di una bambina brutalizzata, violentata ed uccisa a soli 6 anni, ma fino ad allora la sua vita precedente non era certo serena e felice, così come ogni bambino avrebbe il diritto di godersi.

Invece di giocare, di andare a scuola, di avere delle amichette, di passare il suo tempo comportandosi e vivendo da bambina, la sua vita era usata, per non dire abusata, dai genitori, soprattutto dalla madre, per riscattare ciò che lei non era mai riuscita a diventare la miss di tutte le passerelle.

Il suo mondo era fatto di dieta, di trucchi e parrucchi, di studi di postura, di ballo, interventi sul suo piccolo corpo per renderla più perfetta di quello che già era, il tutto per essere una miss da primato.

Un destino infelice già segnato alla nascita ed ancora più atroce a soli 6 anni, forse se sua madre le avesse permesso di essere una bambina normale sarebbe ancora viva, ma certe donne non si fermano davanti a nulla, nemmeno all’infelicità o ai pericoli che corrono le figlie esibite come bambole in questo mondo pieno di maniaci assassini e pedofili.

Una moda molto in voga in America quella di far fare alle figlie una carriera di miss, poco importa se non sono predisposte fisicamente, ci si può arrivare con tutti i mezzi anche attraverso la chirurgia e trattamenti, dolorosi per noi donne adulte figuriamoci per delle bambine che sono poco più che delle infanti, un mondo fatto di vanità e falsità dove piccole bambine vengono travestite da adulte per raggiungere il sogno delle loro madri.

Ma non succede solo negli USA anche in Italia i figli sono troppo spesso sfruttati da genitori con pochi scrupoli per avere successo, fama e denaro.

 

 

Chi era JonBenét ?

 

 

 

 

 

Una bellissima bambina, come ce ne sono tante, ma con una madre troppo ambiziosa ed egoista che aveva già programmato il suo destino, e non era certo quello di farle vivere un’infanzia felice.

Figlia di John Bennet e Patricia Ramsey, che le danno un nome composto dai loro due, conduce una brevissima e intensa vita, divisa tra la scuola elementare High Peaks Elementary School e la Chiesa Episcopale St. John di Boulder in Colorado, dove si trasferisce con la famiglia nove mesi dopo la sua nascita, e i riflettori delle sfilate per bambini. [1]

Questo in apparenza in realtà la sua intera vita era dedicata ad essere una miss nonostante fosse solo una infante.

I signori Ramsey sono all’apparenza due genitori modello e due validi membri della comunità in cui vivono, all’apparenza, in realtà li definirei due genitori egoisti e manipolatori che hanno usato la vita della loro bimba per primeggiare ed acquisite un prestigio sociale che probabilmente mancava ma a cui agognavano a qualunque costo, ed i costi dei loro progetti sono stati veramente pesanti.

Di seguito la madre coi due figli.

 

 

John Bennet, ex ufficiale della marina americana, diventa fondatore, presidente e amministratore delegato della Advanced Product Group, una delle tre società della Access Graphics.

Nel 1996 viene nominato dalla Camera di Commercio di Boulder imprenditore dell’anno, dopo l’incasso di oltre un miliardo di dollari.

Patricia Ann “Patsy” Paugh, ex Miss Virginia, laureata in giornalismo, sette anni dopo il matrimonio avvenuto nel 1980 dà alla luce un maschietto Burke Hamilton, seguito poi da JonBenét.

La famiglia comprende anche i due figli di John Bennet, John Andrew, Melinda e Elizabeth, morta in un incidente stradale, avuti da un precedente matrimonio.

L’idolo di casa rimane comunque la piccola professionista. Iscritta sin da piccolissima ai concorsi di bellezza dalla madre, che finanzia addirittura alcune delle competizioni, vince America’s Royal Miss, Colorado State All-Star Kids Cover Girl, Little Miss Charlevoix, Little Miss Colorado, Little Miss Merry Christmas, Little Miss Sunburst e National Tiny Miss Beauty.

Le lezioni di violino e i corsi di arrampicata su roccia affiancano fiocchi e paillettes.

Il 22 dicembre 1996 segna l’ultima esibizione della piccola star, che presso il Southwest Plaza di Littleton sfila cantando “Rockin’ Around the Christmas Tree”, conquistando la corona di Piccola Miss Natale.

È il giorno di Natale. La famiglia Ramsey è invitata a casa di amici. Il giorno dopo è prevista la partenza per il Michigan, quindi rientrati per le dieci di sera, Burke Hamilton e JonBenét vengono subito mandati a dormire.

Alle cinque e trenta del mattino del 26 dicembre Patsy si rende conto della scomparsa di JonBenét, dopo aver trovato sulle scale di servizio che portano alla cucina una lettera con la richiesta di un riscatto.

Di seguito il particolare della lettera.

 

 

La lettera, molto lunga, è scritta a penna su due fogli strappati da un quaderno di proprietà di Patsy, e il rapimento viene rivendicato da una fazione straniera che rispetta il suo lavoro ma non il Paese per il quale lo svolge, non precisata in nessun altro elemento.

La somma richiesta ammonta a centodiciotto mila dollari e corrisponde al bonus ricevuto da John Bennet come gratifica natalizia dalla sua stessa azienda.

Patsy chiama la polizia ventidue minuti dopo. All’interno dell’enorme abitazione non vengono rilevati segni di effrazione o intrusione, e niente risulta rubato.

Solamente a un anno di distanza viene reso noto che una finestra del seminterrato era stata rotta prima di Natale e non era stata aggiustata, e che inoltre alcune porte erano aperte.

Non si comprende come mai particolari tanto rilevanti fossero omessi dalle indagini per oltre un anno.

John Fernie, amico dei Ramsey, preleva subito l’importo preteso, per consegnarlo a John Bennet.

Verso le tredici il detective Linda Arndt fa accompagnare John Bennet a casa da un amico di questi, Fleet White, per fare ulteriori controlli.

Il cadavere della piccola JonBenét viene ritrovato dal padre John nella cantina dei della loro villa a Boulder, in Colorado.

La bambina è avvolta nella sua coperta preferita e indossa mutandine e pantaloni del pigiama, una maglietta a maniche lunghe e una felpa. All’anulare della mano destra porta un anello, al collo una croce d’oro e al polso un braccialetto di identificazione con la frase “JonBenét 12-25-96”.

La bambina è stesa in posizione supina e ha le braccia sopra la testa. Con un pennarello rosso è stato disegnato un cuoricino sul suo palmo sinistro.

La bocca è chiusa da un nastro adesivo che, come rivelerà l’autopsia, è stato quasi sicuramente apposto post-mortem. Una corda di nylon lega il collo e i polsi, ma in maniera molto lenta. Forma comunque una sorta di garrota essendo stata avvolta intorno al manico rotto di un pennello di Patsy.

La garrotta era uno strumento di tortura che provocava la morte della vittima per strangolamento, infatti oltre ad un legaccio che avvolgeva il collo tra i due elementi veniva messo un bastone che provocava un restringimento costante e letale per le vie aeree, stringendo sempre di più il collo.

Ma non fu il caso di JonBenét morta per un colpo mortale ricevuto sulla nuca, la pratica dello strangolamento è stata eseguita post mortem.

Di seguito un disegno che ritrae il corpo così come ritrovato.

 

 

Sebbene la piccola avesse il collo stretto con un filo di nylon, la piccola non era deceduta per strangolamento, ma era stata precedente colpita con un grosso oggetto che le aveva sfondato il cranio e quindi causato la morte quasi istantanea.

Era dunque morta quando era stato inscenato lo strangolamento e la gola le era stata stretta con il nastro, modalità insolita in quanto era impossibile sviare l’accertamento della morte, e l’assassino non poteva non essersene accorto, quindi soffocarla quando già non respirava sta ad intendere una pura pratica di vilipendio del cadavere o di un uso di esso ulteriormente malevolo, in quanto l’assassino probabilmente voleva praticarle un tipo di morte più lenta e dolorosa di quella avvenuta.

L’autopsia inoltre, rivela che la piccola era stata vittima di ripetuti abusi sessuali.

La notizia di quest’ultimo particolare, diffusa dalla stampa, scatena una bufera mediatica sui Ramsey, accusati di aver fatto della propria figlia, con l’esposizione di un’immagine sessualizzata e adultizzata, l’oggetto dei desideri dei pedofili e di averla esposta al pericolo, poi concretizzatosi, di essere molestata e uccisa.

 

 

I primi sospetti cadono sugli stessi genitori

 

 

Dato il loro comportamento i genitori vengono sospettati del misfatto, di seguito una loro immagine.

 

 

John Bennet, tolto istintivamente il nastro adesivo dalla bocca della bambina, la porta al piano di sopra.

Il rigor mortis è purtroppo già evidente, ma viene comunque tentata la rianimazione, (come si fa a pensare di poter praticare la rianimazione su un corpicino rigido perché morto da diverse ore, anche tale fatto è fortemente sospetto), un atto del tutto inutile e fuorviante i reali rilievi che potevano eseguirsi sul corpicino della bambina.

Uno dei detective sposta ulteriormente il piccolo cadavere vicino all’albero di Natale e sopra vi vengono adagiate una coperta e una felpa.

Alle tredici e cinquanta casa Ramsey viene ufficialmente dichiarata scena del crimine.

Dopo un esame generale effettuato alle venti dal medico legale, JonBenét viene trasportata all’obitorio.

 

 

I dubbi che seguono l’omicidio

 

 

Innanzi tutto i tempi, dato che la vittima viene ritrovata ben otto ore dopo la denuncia di scomparsa nella canina della stessa casa, poi il notevole passaggio di persone sulla scena del crimine prima che venga dichiarata tale, che sicuramente ha inficiato molte possibili prove, come quelle sul nastro adesivo e sulla corda.

I primi sospettati sono logicamente i genitori di JonBenét.

Le lenzuola del letto della bambina sono bagnate e moti testimoni affermano che soffrisse di enuresi notturna a causa del forte stress a cui la sottoponeva la madre obbligandola alla partecipazione ai concorsi di bellezza.

Probabilmente la bambina soffriva di altri disagi derivanti dal fatto di essere trattata come un oggetto, e con una vita a rincorrere delle mete che forse nemmeno condivideva.

Sempre la madre Patsy viene accusata di essere affetta da una forte depressione dovuta al tumore alle ovaie che la affligge dal 1993 e ai cicli di chemioterapia a cui si è dovuta sottoporre.

Il cranio mostra una frattura di quasi venti centimetri provocata da un corpo contundente smussato. Le gambe presentano delle abrasioni nella parte posteriore, come se il corpo fosse stato trascinato.

La violenza sessuale non può purtroppo essere esclusa a causa di tracce non chiare, che però possono essere state provocate anche da una pulizia poco delicata.

E qui mi premetto di fare una precisazione: data la detersione sul corpo non è possibile rilevare una violenza sessuale precedente o successiva alla morte, sta di fatto però che la piccola aveva subito delle violenza sessuali che potevano anche risalire ad un tempo anteriore al suo assassinio.

Lo stomaco della piccola vittima contiene ananas ingerito due ore prima del decesso, fatto inspiegabile dato che i Ramsey sostengono che fosse andata a dormire appena rientrati in casa, e che durante la cena a casa di amici non erano presenti piatti a base di ananas.

Una ciotola con dell’ananas è però presente in cucina, come appare dalle fotografie scattate il giorno della tragedia.

Sul cucchiaio nella ciotola vi sono le impronte di Burke Hamilton, che allora ha nove anni, e di Patsy.

Quest’ultima e John Bennet continuano a sostenere di non ricordare assolutamente di aver dato dell’ananas alla figlia e che il figlio ha continuato a dormire persino dopo l’arrivo della polizia.

Facile sospettare dei genitori dati le diverse e discordanti versioni che continuano a riferire, senza togliere il fatto che erano intervenuti sul corpo della piccola inquinando le prove che avrebbero potuto chiarire meglio le circostanze della morte.

La madre Patsy era stata sospettata di aver ucciso la figlia in un attacco di collera, dopo che la notte aveva bagnato il letto.

Un pezzo del pennello usato per la garrota era stato ritrovato nei suoi attrezzi per la pittura.

John era stato sospettato di aver molestato la bambina per anni, e poi di averla uccisa per nascondere le prove.

Anche il figlio Burke, fratello di JonBenet, era stato tirato in mezzo sospettato di aver ucciso la sorellina per gelosia.

 

 

Anche da morta i genitori ne fanno un caso mediatico e redditizio

 

 

Nell’intervista rilasciata alla CNN il 1° gennaio 1997, Patsy Ramsey lancia il seguente appello: “C’è un assassino a piede libero, non so chi sia, non so se è un lui o una lei, ma vorrei dire ai miei amici che risiedono a Boulder di tenersi ben stretti i loro bambini

La dichiarazione viene smentita il giorno dopo dal sindaco di Boulder che afferma che la loro è una comunità sicura.

Il 13 ottobre 1999 il Grand Jury sostiene di avere sufficienti prove per muovere un’incriminazione, ma Alex Hunter, procuratore distrettuale di Boulder, non firma il mandato di arresto, secretando gli atti.

Il Grand Jury, nei paesi con ordinamento di common law che applicano il metodo di giudizio attraverso l’uso di una commissione appositamente composta  per stabilire la validità e la sufficienza delle prove raccolte per dare avvio ad un processo penale nei confronti dei sospettati.

Nel nostro caso le prove erano talmente confuse che non si arrivò ad indicare con un minimo di certezza la persona o le persone sospettate di aver commesso l’omicidio.

Nel 2003 gli investigatori forensi riescono a prelevare un campione di sangue dalla biancheria intima di JonBenét.

Viene così tracciato un profilo DNA conforme a un maschio caucasico, ma che non ha ancora fornito alcuna corrispondenza, cioè non è possibile identificarlo perché i suoi dati non sono negli archivi ufficiali, quindi non è un parente della bimba e non è mai stato schedato.

Il 9 luglio 2008 cade ufficialmente ogni sospetto verso i Ramsey, già parzialmente scagionati nel 2003. Il caso non viene abbandonato e, nel 2009, Mark Beckner Garnett, capo della polizia, riprende a indagare.

Anche John Bennet e Patsy sono stati citati in giudizio per ben due volte dopo la stesura del libro da essi scritto “The Death of Innocence” – La Morte dell’Innocenza – in cui indicano due persone come possibili assassini della figlia.

Oltre ai genitori, anche il fratello maggiore, Burke Hamilton, è stato per un periodo di tempo sospettato di aver ucciso la sorellina a causa della gelosia, ed anche lui espone la sua storia in un suo personale libro.

Strano come la famiglia non faccia che coltivare la notizia ed il nome della piccola invece del doloroso silenzio che graverebbe su ogni familiare, inoltre tutti ritenuti colpevoli si armano della scrittura per dare la loro versione dei fatti.

Una famiglia non solo poco esemplare ma fortemente sospettata di aver celato dei fatti o circostanze che forse avrebbero dato uno sviluppo più veloce alle indagini, ma a quanto pare anche loro avevano parecchi scheletri da nascondere dell’armadio.

JonBenét riposa in Georgia nel cimitero St. James Episcopal, accanto alla sorellastra Elizabeth e alla madre Patsy, morta il 24 giugno 2006 per cancro alle ovaie.

John Bennet Ramsey si è risposato.

 

 

L’arresto di Karr dopo 10 anni

 

 

 

Il 15 agosto 2006, dopo 10 anni,  qualcosa pare finalmente muoversi.

Il mostro, come spesso accade, ha la faccia del bravo ragazzo della porta accanto. Magari un po’ viscida, a guardare le immagini riprese in Thailandia dopo l’arresto, ma pulita.

Eppure sarebbe lui, l’ex maestro elementare John Mark Karr, ad avere strangolato dieci anni fa JonBenet Ramsey, una bambina di sei anni che aveva come unica colpa quella di essere bellissima, e di averlo mostrato nei concorsi per mini modelle a cui la portava la madre. [2]

Usiamo il condizionale perché la ex moglie di Karr sostiene che la notte del delitto lui era con lei in Alabama, e quindi la sua confessione sarebbe la crudele fantasia di un mitomane.

Oppure si tratterebbe della falsa testimonianza di una moglie che vuole salvare anche il suo nome e le sue apparenze, cosa che accade spesso anche in Italia nei noti casi di omicidio dove il coniuge fa di tutto per sviare le indagini, in fondo anche loro acquisirebbero la fama di “coniuge del mostro”, circostanza che potrebbe veramente rovinare carriera e considerazione sociale.

John Mark (41 anni) era stato sposato con Lara e aveva avuto tre figli.

Nel 2001, mentre insegnava nella scuola elementare di Petaluma, in California, era stato arrestato per uso di pornografia pedofilia.

Mentre stava fuori dal carcere su cauzione era scappato.

Il suo curriculum, messo online per cercare lavoro, dice che da allora in poi aveva insegnato in Olanda, Germania, Costa Rica, Honduras e Corea del Sud.

Il 6 giugno scorso, poi, era arrivato in Thailandia dalla Malaysia. Aveva affittato una stanzetta a The Blooms, un ostello da 170 dollari al mese per espatriati in cerca di avventure sessuali, ed era stato assunto da una scuola internazionale per insegnare ai bambini della seconda elementare.

A carico del maestro è in atto un processo per pornografia infantile, dopo essere stato rintracciato tramite internet a causa delle numerosissime telefonate ed e-mail verso un professore di giornalismo dell’Università del Colorado, proprio per ottenere informazioni sul caso Ramsey.

Al momento dell’arresto Karr si trova a Bangkok, sempre in qualità di docente.

Sostiene di aver drogato la piccola vittima per poterne abusare, ma che non voleva assolutamente ucciderla, essendo innamorato di lei.

Lui ha confessato subito: «Mi dispiace moltissimo per quello che è successo a JonBenet.

Ci tengo a far sapere che l’amavo, e la sua morte è stata accidentale. Ho cercato di contattare la madre, Patsy, che sapeva di me».

Secondo un investigatore thailandese, John Mark ha detto che aveva drogato e violentato JonBenet, uccidendola poi per sbaglio.

Ma nel corpo della bambina non c’erano tracce di droga o alcool, e Karr aveva da tempo un interesse morboso per il caso di cui sapeva tutto.

Il suo DNA non coincide però con quello ritrovato.

Il computer portatile contenente le prove contro Karr per l’accusa di pornografia infantile viene smarrito dal Dipartimento dello Sceriffo della Contea di Sonoma.

Nel 2010 John Mark Karr ha iniziato ad assumere ormoni femminili e divenendo un transgender ha cambiato il proprio nome in Alexis Valoran Reich.

Nonostante le tante prove ed i forti sospetti le prove raccolte non sono considerate sufficienti per condannare Karr.

Si spera un giorno, dato che il DNA rinvenuto sul corpo della bambina è ancora conservato, si arrivi finalmente alla verità dell’omicidio, per quanto riguarda la verità di una bambina resa infelice per l’egoismo dei suoi genitori non abbiamo dubbi.

Ma sopratutto mi vien da pensare se tanta esposizione ed esibizione di una bambina che si atteggiava a movimenti sexy e sensuali per accattivarsi la vittoria nei concorsi di miss non abbiano favorito la morte della piccola a causa di un pedofilo.


[1] La storia ed alcuni spunti a carattere descrittivo sono tratti dal sito: http://magazine.polis-sa.it/jonbenet-ramsey-morte-di-una-modella-bambina/

[2] La storia dell’arresto è tratta dal sito: http://www.lastampa.it/2006/08/18/esteri/arrestato-il-mostro-uccise-la-barbie-dei-sogni-americani-jxQuFhQLMeZqS6pivtsf9J/pagina.html

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