Le SKG donne che amano i serial killer

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Il termine SKG è l’acronimo dei termini: Serial Killer Groupie o Serial Killers Groupies, se letto al plurale, cioè le donne che amano, si fidanzano e sposano gli internati, i condannati all’ergastolo, i serial killer, nonostante quello che hanno commesso e nonostante il fatto che non usciranno mai dal carcere.

Almeno questo è quello che succede in America, mentre in Italia le pene hanno il limite dell’ergastolo, che di fatto non supera i 26 anni e che può ulteriormente ridursi con la buona condotta e l’accertamento del buon reinserimento sociale accertato da un’equipe composta anche da medici.

Sta di fatto che si verificano determinate condizioni comuni a tutte le situazioni: donne che amano uomini che sono dei delinquenti accertati e con lunghe condanne se non addirittura definitive e sono disposte non solo a fare le fidanziate, con tutte le complicazioni del caso, ma spesso convolano anche a nozze con tali personaggi, diventando esse stesse famose quanto il criminale che sposano.

Ma non si tratta di una pura ricerca della notorietà, perché queste donne amano veramente i loro uomini detenuti e sono disposte oltre ai sacrifici che una vissuta tra le sbarre di mezzo comporta anche a subire la pubblica gogna esterna del loro amante e quindi a vivere esternamente il disprezzo e la disapprovazione dell’ambiente sociale non carcerario per quanto questi criminali hanno commesso.

 

 

Chi sono le Groupies

 

 

Col termine Groupie si intende un ragazza che diventa fan accanita di un personaggio famoso, solitamente del mondo della musica, e che sceglie di essere una sua seguace, non solo nel senso di accanimento di tipo musicale, che si manifesta comprando dischi o andando ai concerti, ma dedicando la vita a seguire i loro idoli in tutti gli spostamenti e girovagare tra un concerto e l’altro e anche durante le pause per la lavorazione dei dischi, diventando compagne di viaggio, amiche, amanti e spesso anche le mogli dei musicisti.

Il rock raggiunge alte vette di popolarità negli anni ’60 e ’70, come un mondo musicale nuovo, rivoluzionario, ribelle, sia socialmente che politicamente, rispetto alle norme culturali dominanti.

Ma l’euforia di questa inedita “evasione psichica globale”, come l’hanno chiamata alcuni, non prevede donne nel ruolo di protagoniste.

Le musiciste che riescono a farsi strada e a imporsi come icone sono molto poche, e per farlo devono lottare con le unghie e con i denti (tra tutte, Janis Joplin).

Ma queste donne non possono accettare di non partecipare a un movimento che sta stravolgendo, grazie alla musica, così tanti paradigmi, ed entrano in quel mondo apparentemente a loro precluso nell’unico modo che sembra possibile: con il sesso.

Ragazze giovani e giovanissime si guadagnano il titolo di groupies seguendo le band nei loro tour e andando a letto con pochi o molti, e così facendo diventano protagoniste della rivoluzione sessuale e culturale in atto in quegli anni nel modo più esplicito possibile, portando un nuovo modo di vedere il sesso, usato per apparire sulle copertine e diventare famose quanto i loro idoli.

Nel nostro caso le Groupie non seguono i musicisti nel loro peregrinare del successo, ma si innamorano di uomini criminali che hanno commesso violenza inaudite, e che vivono reclusi in carcere probabilmente per il resto della loro vita, almeno in America, stiamo quindi parlando di assassini, pluriomicidi, serial killers di cui queste donne si innamorano sino al punto di sposarli.

 

 

Le amanti dei condannati

 

 

Secondo uno studio britannico sono più di 100 le donne inglesi coinvolte sentimentalmente con prigionieri che stanno scontando condanne per omicidio e molte di queste relazioni sono nate dopo la sentenza, ovvero dopo che l’uomo è diventato un carcerato.

Per lo psicologo Park Dietz le Serial Killers Groupies sono donne spinte ad amare un violento perché è come se si nutrissero della parte cattiva del criminale o del serial killer per essere, a loro volta, forti, invincibili quanto lui.

Non dimentichiamo che nella maggior parte dei casi i serial killer sono stati presi dopo anni che coltivavano i loro macabri riti  e spesso per pura casualità, hanno sfidato e molte volte vinto contro le autorità che si dannavano a rintracciarli o anche solo identificarli, quindi agli occhi di queste donne, che hanno una visione distorta della realtà, sono uomini forti, vincenti, superiori persino all’autorità che poi li ha rinchiusi.

Dato che le storie, come si è detto, sono nate dopo la sentenza, spesso, le SKG sono presenti al processo, ed è lì, in genere, che sviluppano un’affezione per la vita del criminale che, in genere, è ben diversa dalla loro: è una vita fatta di violenza, sangue, avventura.

Molte si innamorano già seguendo il caso del serial killer da rintracciare, quindi le loro prodezze diventano storie avventurose come quelle dei prodi cavalieri, dimenticando che uccidono e torturano delle persone indifese.

Oltre a questo, dopo la sentenza, le donne che amano i serial killer hanno la certezza di dove sia il loro “compagno”, sanno, infatti, che è in carcere e che ci resterà da 25 anni all’ergastolo se non per tutta la vita (in America).

Per cui non si devono preoccupare dei movimenti del loro uomo, di cosa fanno quando non ci sono e non possono sorvegliarli, altri lo fanno per loro, quindi sono assolutamente certe del fatto di possederli e di averli in esclusiva, tale bisogno nasce verosimilmente da una scarsa stima di se stesse, se non addirittura nulla, e con personalità affettiva-dipendente, pertanto il totale controllo sull’amato è una garanzia di durata della loro relazione.

Si viene così a creare una “sindrome della donna del boss”, una psicosi del rapporto con un uomo famoso, forte e potente, fatto di un amore esclusivo e totalmente sotto il loro controllo.

Inoltre queste donne hanno anche il potere di come gestire il rapporto, sono loro infatti libere di far visita o meno al carcerato e non viceversa, hanno il totale controllo anche del numero delle visite, delle astinenze nel caso di ripicche o della possibilità di fornire o meno il detenuto di tutto ciò che desideri o abbisogni oltre a quello fornito in carcere, perché sono loro a procurarglielo, come e quando vogliono e questa è la migliore arma di ricatto verso un uomo privato da ogni libertà.

Alcune di queste donne hanno anche la “sindrome della crocerossina” ovvero di chi vuole, a tutti i costi, prendersi cura di qualcuno (spesso si dice anche “sindrome della bambinaia”).

Vedono il serial killer o il criminale detenuto come uno che soffre, che è stato condannato, che ha bisogno del loro aiuto, è come se vedessero la vittima o il bambino che è in lui e non il criminale che ha inflitto dolore ad altri o gli omicidi che ha commesso, tutto questo viene magicamente escluso dal loro menage quotidiano.

In alcuni casi in loro si innesca il meccanismo del: “io ti salverò”, da che cosa forse non lo sanno nemmeno loro, visto che non possono certo cancellare ciò che hanno commesso, però possono diventare il lasciapassare per un ipotetico posto in paradiso.

Così offrendo la vita al detenuto e per lui è come se li  liberassero dai loro peccati e dalle loro colpe almeno spiritualmente.

Le SKG hanno, in qualche caso, l’ardire, per non dire arroganza, di voler redimere chi ha fatto del male anche nei confronti del resto del mondo, come se volessero dimostrare al prossimo che anche loro sanno amare, che seppur hanno sbagliato possono essere perdonati e possono cambiare diventando degli uomini normali.

In realtà, da criminologa, vi posso assicurare che chi ha ucciso per il piacere di uccidere non guarirà mai, e se fosse messo nella stessa condizione di poter reiterare le uccisioni o le torture lo rifarebbero con immenso piacere.

Sono come animali che hanno assaporato il sapore del sangue ed il piacere della crudeltà, né hanno il ricordo dell’ebbrezza che loro dava provocare lentamente la morte delle loro vittime e quindi, come qualunque altra forma di dipendenza, sono soltanto in uno stato di perenne astinenza che desidera essere soddisfatta.

 

 

La ibristofilia

 

 

John Money, psicosessuologo, ha coniato un termine per la parafilia di queste donne, secondo lui soffrono di ibristofilia, ovvero provano un’attrazione morbosa per chi ha inflitto violenza e dolore.

Tale patologia , l’ibristofilia,  è un disturbo nella V edizione del DSM-V (manuale dei disturbi psichiatrici) e rientra nelle parafilie, cioè un disturbo della sessualità.

Chi ne soffre sarebbe indotto ad eccitarsi sapendo che il proprio compagno ha commesso degli atti violenti ed efferati.

L’ibristofilia non spiegherebbe solo la passione di alcune fan per i galeotti, ma anche la così detta sindrome di Bonnie e Clyde: due soggetti psicotici si incontrano e danno il via ad una relazione malsana in cui il soggetto dominante induce il più remissivo a compiere insieme atrocità a danni di altri individui.

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