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L’omologazione di massa, il conformismo e l’anticonformismo che diventa esso stesso una seconda identica modalità di conformarsi, l’inseguire mode e stili solo per essere à la page, l’adeguarsi a quello che fan tutti gli altri in un contesto sociale o in un ambito lavorativo per essere accettati e considerati alla pari, per sentirsi parte del gruppo della società e rientrare tra coloro che sono accolti, ricevuti come simili e ben giudicati, questi sono tutti sistemi di omologazione di massa.

In tale stato la massa è tutta uguale, veste, parla, si atteggia, compra gli stessi beni, frequenta gli stessi luoghi, in pratica fa tutto quello che fanno gi altri adattandosi come delle controfigure, delle copie degli altri, rinunciando ad una propria personalità, unica e speciale per preferire quella del gruppo, sentendosi così accolti e facenti parte dello stesso.

Tale adattamento se da una parte dà il vantaggio dell’accoglimento e dell’inserimento in un gruppo sociale, dall’altra parte annienta la personalità e l’unicità dell’uomo, che si spegne per inseguire un disegno ambizioso più ampio.

Il singolo lo fa perché ha paura della solitudine, di rimanere da solo, di essere emarginato o messo da parte, quindi pur di essere accolto è disposto a non avere più un pensiero ed uno stile proprio ma acconsente a copiare quello preferito dal gruppo.

Una scelta di comodo e di opportunismo che ha dei risvolti di non poco conto, primo fra tutti quello di rinunciare ad essere veramente se stessi.

Andare realmente contro corrente ed essere rivoluzionario richiede molto coraggio, molta faccia tosta e non aver paura del giudizio degli altri, a cui non si dà troppo valore: in fondo far parte di una massa che ripete gesti e scelte senza personalizzarle non richiede alcuna fatica né troppa intelligenza; solo gli audaci che emergono sono gli eroi moderni di un desiderio di sopravvivenza del proprio essere, che va al dì là dello stile di vita il quale, a sua volta, diviene uno stile di pensiero.

 

 

Come riconoscere l’omologazione

 

Un’azione o un pensiero si definiscono omologati quando sono bconformi a una norma non scritta, ma che risiede nelle consuetudini ed usi che sono stati stabiliti nel tempo dal gruppo, tramandati oralmente o col comportamento e che richiedono osservanza assoluta per essere accolti; pena la critica, la denigrazione ed infine l’emarginazione e l’allontanamento dal gruppo.

Lo scopo del gruppo solitamente è distinguersi dagli altri, dandosi dei connotati particolari che lo identificano, distinguono e lo rendono facilmente riconoscibile da chiunque.

Ad esempio, in un certo ceto sociale di una città tutti coloro che ne fanno parte si vestono in un certo modo, vanno alle feste da loro combinate, fanno le stesse identiche scelte di vita, come andare in vacanza in determinati posti od acquistare determinati prodotti, spesso di lusso, frequentare la stessa palestra e gli stessi locali, insomma tutta la vita dei soggetti che appartengono a tale gruppo fanno le stesse identiche cose, pensando solitamente di essere pure originali.

Pure i bambini vengono coinvolti, cresciuti ed educati a seguire pedissequamente ciò che il gruppo richiede, diventando essi stessi competitivi coi loro coetanei quando la competitività infantile non appartiene per natura ai bambini ma è solo un atteggiamento copiato dai grandi per compiacerli e farsi apprezzare ed amare di più.

Affinché questo conformarsi non dia l’impressione di spersonalizzare l’individuo ma di arricchirlo, l’adattamento non viene avvertito come una coercizione, come un’imposizione necessaria e che non pone condizioni, ma che sia un qualcosa che eleva la persona, che la rende più pura e migliore degli altri.

Pensiamo alle rigide regole comportamentali di certe culture che se non  seguite alla lettera portano a delle punizioni corporali se non addirittura alla morte di coloro che non si vogliono adeguare perché desiderano essere se stessi nella loro particolarità ed unicità, in tali casi l’osservanza è portata all’estremo così come le sanzioni che ne conseguono, privando l’elemento più debole, che spesso è la donna, alla privazione di ogni libertà, considerata come un oggetto e nulla di più.

 

 

L’anticonformismo di Pasolini

 

 

 

In un articolo pubblicato sul Corriere della sera il 9 dicembre 1973 con il titolo «Sfida ai dirigenti della televisione» divenuto poi un capitolo intitolato «Acculturazione e acculturazione» negli Scritti corsari, Pier Paolo Pasolini, l’anticonformista, nel senso più puro, più veritiero e combattivo che il suo tempo ha conosciuto, descrive in tal modo il conformismo imposto dalle società.

Nell’articolo indicato egli considera “Il centralismo odierno del potere che mira a soffocare l’umano e ogni forma di desiderio autentico: nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi.

Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole.

Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta.

Si può dunque affermare che la «tolleranza» della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana […]. Il Centro […] ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza.

Sono stati imposti nuovi modelli. Il sistema non vuole più solo creare un «uomo che consuma», ma «pretende che non siano concepite altre ideologie che quella del consumo».

La religione è l’unico fenomeno che può essere concorrente e opporsi all’«edonismo di massa». «Come concorrente il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.[…]

Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina)

Pasolini capisce l’unico modo per non assoggettarsi e spersonalizzarsi è quello di non credere ai bisogni ed alle richieste di conformità della società trasmesse attraverso gli strumenti di  comunicazione di massa.

Ma per far questo l’essere deve essere abbastanza forte e sicuro di sé da non farsi condizionare, da non cedere all’idea che per entrare nel ceto degli eletti basti comprare un tipo di auto o vestirsi in un certo modo, perché tale stile di vita riduce l’umano ad un essere non pensante, inerme, plagiato il cui finto benessere gli toglie ogni aspettativa di vita migliore e di crescita.

 

 

La società dei consumi

 

 

La società dei consumi si caratterizza per la diffusione a livello di massa dei consumi secondari, ovvero non legati all’alimentazione, quelli cioè che non soddisfano bisogni primari dell’uomo e che stanno alla base della sua sopravvivenza, ma a tutto il superfluo che fa da contorno, che crea comodità, agiatezza, ma annienta il pensiero e la capacità di relazionarsi con gli altri attraverso la comunicazione e lo scambio di idee che portano alla vera crescita collettiva.

Questa concezione della “democrazia del benessere” prende avvio negli Stati Uniti negli anni tra le due guerre e si sviluppa nei Paesi dell’Europa occidentale a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta.

Tra i fattori che ne favoriscono lo sviluppo ci sono le maggiori possibilità economiche date dal lavoro, dalla possibilità per ogni famiglia di poter spendere anche per il superfluo, dall’industrializzazione e dalla creazione di beni di largo consumo, tutti uguali e tutti conformati, ma tutti nella disponibilità delle famiglie che essendo più ricche fanno a gara per avere in casa tutti gli elettrodomestici più innovativi e fuori l’immancabile utilitaria.

La standardizzazione della produzione, l’aumento della ricchezza nazionale e pro capite, l’urbanizzazione, l’avvento dello stato sociale e la forza espansiva del modello americano hanno creato un sistema che spende senza averne bisogno, ma su istigazione di una necessità creata ad arte dalla pubblicità che crea appunto il desiderio di possedere solo per tale fine, e solo per non essere da meno del vicino di casa.

La società dei consumi prevede i fenomeni di consumo come fattore centrale e prioritari dell’esistenza sociale degli individui.

Diffondendosi l’idea della democratizzazione del lusso, ovvero sull’allargamento dell’accesso ai consumi “secondari” anche per quell’ampia fascia di popolazione le cui risorse sono state fino a quel momento interamente, o quasi, assorbite dal soddisfacimento dei bisogni primari, si crea l’illusione di potersi sentire al pari del più ricco e benestante, come se raggiungere il ceto più alto fosse lo scopo primario del quotidiano vivere.

Uno degli indicatori più certi e visibili della nuova società è la progressiva riduzione della quota di bilancio familiare destinata al cibo, mentre crescono i consumi legati alla salute, al benessere, alla comodità, agli svaghi, al miglioramento delle condizioni abitative.

Questa “democrazia del benessere”, tendendo a rendere più omogenea la distribuzione sociale dei consumi, contribuisce potentemente a trasformare il tradizionale modello di società, caratterizzato da una struttura gerarchica di tipo piramidale, in una società a struttura romboidale, incentrata su un ceto medio in forte espansione.

Così il comune cittadino può ambire a quel prestigio tanto agognato esclusivo solo dei più ricchi, ora invece alla portata di tutti, i quali si sentono essi stessi a tal livello, creando la categoria dei nuovi arricchiti che scimmiotta l’alta società.

Una prospettiva che crea l’illusione dell’abbondanza come sintomo del benessere e della felicità, creando quella che venne definita “l’età dell’oro”.

Oggi la crisi ha ridimensionato per molti sia le priorità che le necessità, potremmo dire che siamo vivendo nella scia di un consumismo cieco, che non si rende conto di quanto sia utopistico il fine che anela, ma che dovrebbe invece imparare a fare i conti con la realtà, non quella venduta dal marketing o dalla pubblicità, ma quella percepita nella vita vera di tutti i giorni.

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