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Quali sono i meccanismi psicologici che spinge la gente a postare ogni aspetto della propria vita sui social o addirittura continuare ad aggiornare la bacheca con le proprie immagini in pose che si rassomigliano tutte?

Cosa spinge le persone ad essere costantemente online e a dipendere costantemente dai messaggi mandati da persone mai conosciute in realtà se non addirittura inesistenti (e a capirlo che non esistono basterebbe dare un’occhiata al profilo troppo perfetto per essere vero)?

Cosa spinge a postare costantemente nuovi contenuti, che in realtà solo l’ennesima replica di messaggi mandati migliaia e migliaia di volte senza alcun contenuto culturale od informativo?

Secondo quanto riportato da alcuni studi di psicologia  tra coloro che usano Facebook si nasconde una grossa fetta di egocentrici e di narcisisti e su questo viste le premesse non potevano esserci dubbi.

Condividere particolari della propria vita privata, anche se banali e ripetitivi, per cercare costanti attenzioni e conferme su di sé, sulla propria bellezza e simpatia, ma soprattutto sulla possibilità di piacere ancora e di sentirsi desiderati e desiderabili, è tipico dell’egocentrico e narcisista che difetta però di una certa dose critica.

Ciò che conta è apparire, ed apparire il più possibile.

Facebook, cosi come altri social networks, permette all’utente, che ha coltivato la mania della propria immagine, e la pubblica con una costanza da rasentare la dipendenza clinica, più o meno narcisista una buona dose di controllo su come il proprio sé viene presentato e percepito dagli altri.

Con più approvazioni, like, commenti riceve e con più si sente gratificato, adulato, adorato e desiderato.

La realtà dell’essere veramente desiderato ed ambito non esiste è puramente illusoria, eppure la gente si comporta come se non vi fosse differenza confondendo completamente le due condizioni del reale col fittizio.

Queste le conclusioni di una ricerca dell’Università della Georgia: Blog e social network hanno offerto un porto al quale ancorare il racconto di se stessi quando vi è una personale difficoltà ad affrontare il sociale, e la possibilità di farlo con eccessi e in sovrabbondanza senza preoccuparsi dei limiti di sopportazione che un solo interlocutore diretto potrebbe lamentare.

 

Il fenomeno dell’oversharing

 

Con la diffusione dei social network, si assiste ad una maggiore manifestazione di comportamenti tipici egocentrici, eccessivi, oltremisura, spesso inopportuni, che possono sfociare nell’oversharing, cioè la condivisione su Internet di ogni minimo dettaglio della propria vita privata con una platea spesso conosciuta o sconosciuta poco importa, l’importante è che vi sia una platea virtuale immaginaria ed accondiscendente alla condivisione del momento.

Spesso tali persone però dimenticano che chi condivide non lo fa con le stesse modalità giocose e goderecce ma anzi nasconde fini che possono anche rivelarli deleteri, dannosi se non addirittura pericolosi.

Come è normale da bambini manifestare un certo egocentrismo, necessario per rafforzare la propria identità in formazione, cercando di catturare l’attenzione dei famigliari e dei parenti o amici adulti in visita, lo stesso avviene da parte di adulti sui social, con la differenza che non abbiamo a che fare con un bambino ma con una persona matura.

Lo strumento dei social diventa per questi adulti, che si ricavano un momento ( e ci si augura che sia soltanto una cosa momentanea altrimenti diventa patologica) di vivacità infantile, un modo giovanile ed immaturo  di attirare attenzioni su di sé, e cercare conferme alle considerazioni che probabilmente non arrivano più dal mondo reale.

Crescendo con l’età dovrebbe rafforzarsi anche la propria identità e la consapevolezza di essa, in modo tale che quell’egocentrismo infantile vada scomparendo per lasciare il posto ad una persona adulta con valori e stili di vita più consoni ed adeguati.

Anche se rimane in noi una certa tendenza al desiderio di potersi sentire al centro del mondo, che si manifesta solo in alcuni ambiti o situazioni particolarmente  emotive, nulla di male se rimane nel limite dell’eccezionalità e della occasionalità.

Per alcune persone invece l’egocentrismo può rappresentare una caratteristica costante della personalità, che deve essere alimentato giornalmente.

Di solito non si è consapevoli di voler essere al centro dell’attenzione ed essere molto centrati su se stessi, ciò che viene percepito invece è il bisogno di ottenere attenzioni, e siccome l’egocentrismo è un bisogno urgente di attenzione, le persone egocentriche tendono a ignorarlo, ma mirano soltanto a gratificarlo, giustificandolo, in caso di critica, con le motivazioni più assirde, inconsistenti e ben lontane dalle reali intenzioni e bisogni.

 

Quando l’egocentrismo diventa oversharing



 

Un po’ di sano egocentrismo non può che far bene perché ci aiuta ad amare e considerare noi stessi, cosa che spesso accantoniamo per seguire le esigenze o le richieste degli altri, dimenticandoci che abbiamo bisogno delle medesime attenzioni, spazi ed utilizzi di risorse.

Capita a chi vive eccessivamente i sociale che il bisogno di attenzione e condivisione sfoci nell’oversharing e questo si verifica quando si condividono tutti i minimi particolari della propria vita privata su Internet, postando continuamente immagini di sé, che poi risultano sempre le stesse, nelle medesime pose e sempre con le identiche espressioni facciali, quindi non si verifica di fatto alcun dialogo o comunicazione, ma semplice mostre di sé, dove si dialoga con persone non sempre conosciute per non dire fasulle come risultano essere la maggior parte dei profili dei social.

Potremmo definirla questa una società emblema della solitudine e dell’apparire.

 

Il fenomeno dell’imitazione

 

Sui social network si verifica inoltre un fenomeno di imitazione:  più gli altri mostrano foto e aspetti di sé, più siamo trascinati a  mostrare e a condividere tutto allo stesso modo, imitando pedissequamente quello che fanno gli altri, senza rendersi conto se ciò possa corrispondere alle personali esigenze o desideri, si imitano gli altri e basta.

Non esiste nulla di più spersonalizzante.

La riservatezza e  la distinzione tra ciò che è individuale e collettivo non è più tanto netta, un modello di comunicazione che nasce e si ritrova anche in televisione, che racconta tutto di tutti.

A tal proposito alcuni scienziati della Harvard University hanno tentato di darne una spiegazione biologica a questo fenomeno di massa.

Un articolo pubblicato sulla rivista “Proceeding of the National Academy of Sciences” illustra come il 30- 40% delle comunicazioni tra individui vertono su argomenti di tipo personale e la percentuale raggiunge l’80% se trattasi di social network.

Diana I. Tamir e Jason P. Mitchell, autori di questa ricerca, si sono dunque chiesti cosa spinge l’essere umano a cercare di condividere le proprie esperienze con gli altri.

L’ipotesi è quella che l’essere umano riceve da questo comportamento un rinforzo positivo, una qualche gratificazione che fa sì che il comportamento si possa ripetere.

I due studiosi hanno sottoposto i soggetti inclusi nella loro ricerca ad un’indagine con risonanza magnetica funzionale proprio nell’atto di raccontare sé stessi o di formulare congetture e ipotesi sulle opinioni di un’altra persona.

È emerso così che il comunicare agli altri i propri pensieri, emozioni, riflessioni è correlato fortemente con l’attivazione di aree cerebrali deputate alla percezione di un senso di gratificazione e di piacere.

La riflessione degli autori li conduce ad affermare che il piacere di parlare di sé agli altri è simile a quello, definito primario, che è intrinseco al cibo ed al sesso.

Lo stesso studio ha rilevato come gli utenti di Facebook siano delle persone che tendenzialmente recitano una parte e nascondono il lato negativo della loro personalità, cercando di migliorarsi.

Dunque, che cosa nasconde un eccessivo egocentrismo?

La megalomania, la mania di grandezza accompagnata dalla sensazione di sentirsi onnipotenti, almeno nell’illusorio virtuale, diventa un sintomo di qualcos’altro quando il bisogno di esporsi ed esibirsi è incontenibile.

E qual è il lato positivo della condivisione?

Parlare di sé su blog e social network può far sentire meno soli, oltre che più confortati e alleggeriti, anche se è molto importante cercare di non oltrepassare i limiti della sfera intima, altrimenti si rischia di scivolare in un senso di svuotamento di se stessi e una perdita del senso di realtà.

La dipendenza dai social

 

Facebook, ad esempio per citare il social più famoso e dominante, come ormai tutti sanno, è un aggregatore di persone che cercano e vogliono mantenere contatti con vecchi e nuovi amici, condividendo foto, video e contenuti della propria vita.

Purtroppo però, accanto alle caratteristiche positive di visibilità, congregazione, condivisione, recupero di vecchie conoscenze ed amicizie e nascita di nuove, sempre più vanno creandosi  problemi legati all’uso e all’abuso, che spesso terminano in vere proprie situazioni di dipendenza.

Stiamo parlando di quella che è stata definita “Social Network addiction” o “Friendship addiction“, ovvero una sorta di dipendenza legata ad un bisogno di connettersi, aggiornare il proprio profilo e controllare la propria pagina web e da amicizia (detta anche amico-dipendenza), o meglio la ricerca di nuove amicizie virtuali da poter registrare sul proprio profilo.

Come in tutti i casi di dipendenza, anche in questa sono presenti:

  • sintomi di tolleranza (assuefazione), connessa alla necessità di stare collegati e/o aggiornare i contenuti personali della propria pagina sempre di più ad ogni nuova connessione per raggiungere la medesima sensazione di appagamento;
  • sintomi di astinenza, ovvero sensazioni di intenso disagio psico-fisico che si presenta quando non ci si collega per un certo periodo di tempo;
  • sintomi di craving, ovvero l’aumentare di pensieri fissi e di forti impulsi a come e quando connettersi.

La dipendenza dai Social Networks sembra essere dovuta al forte senso di sicurezza, di personalità e di socialità che Facebook apparentemente offre in maniera facile e immediata.

In una società sempre meno connotata da contatti sociali reali e autentici e al contempo sempre più caratterizzata dal prevalere dell’immagine, facebook si presenta come potenziale luogo all’interno del quale accogliere e, attraverso un meccanismo di capovolgimento, trasformare le insicurezze delle persone in certezze, i difetti in pregi, il brutto in bello (tasto mi piace nelle foto, video, e contenuti in generale; condivisione di link con frasi fatte, dettate dal senso comune, bizzarre, bizzarre; inviti a far parte di gruppi, etc).

E’ a partire da queste premesse che l’utilizzo smodato di facebook sembrerebbe portare dei vantaggi nella vita della persona, ma che ad un’analisi approfondita si rivelano apparenti, tra gli pseudo-vantaggi è possibile individuare:

  • mascheramento delle personali ansie, preoccupazioni, sbalzi d’umore e il proprio senso di disistima e di solitudine.
  • riempimento, conferma e/o rafforzamento del proprio ego, attraverso le richieste di nuove amicizie
  • meccanismi psicologici e neurologici di piacere, soddisfazione, affettività ed autostima.

Se da un lato gli pseudo-vantaggi portano il soggetto a sperimentare una sensazione immediata di piacere e soddisfazione, dall’altro a lungo termine, subentrano gli effetti collaterali:

  • isolamento sociale
  • menomazione delle principali sfere vitali come quelle lavorativa, familiare, sociale, affettiva;
  • distorsione del senso dell’amicalità, dei rapporti affettivi e sociali causata dalla competizione tra gli utenti nel cercare di raggiungere il numero più alto di “amici”, connessi al proprio profilo;
  • dipendenza da amicizia (“Friendship addiction”) cioè la tendenza ad aumentare il numero di amici aggregati alla propria pagina, al fine di ottenere riconoscimento e visibilità.
  • amicizie virtuali, che forse non si conosceranno mai
  • tolleranza, astinenza e craving (il craving è il desiderio improvviso e incontrollabile di assumere una sostanza psicoattiva (droga, alcol) o un particolare alimento o, come nel nostro caso, apparire sui sociale e ricevere commenti, like e risposte di gradimento).
  • sintomi psicologici come ansia, pensieri fissi, depressione, attacchi di panico, paura (ad esempio di non avere più informazioni o collegamenti e di stare o rimanere da soli), problemi di sonno, insicurezza, suscettibilità;
  • problemi sociali, familiari, affettivi e lavorativi quali ritardi o assenze a scuola o a lavoro (con la sua possibile perdita), graduale isolamento, distorsione dei rapporti affettivi e sociali, disgregazione dal gruppo familiare ed amicale.
  • emicrania, stress oculare, iper sudorazione, tachicardia, tensioni, crampi e/o dolori muscolari (a causa delle numerose ore passate davanti al computer), forte stanchezza.
  • altre dipendenze che possono scaturire quali dipendenza da internet o la dipendenza da contenuti pornografici online.

Consigli utili:

  • Provare a circoscrivere il tempo, ponendosi degli orari (es. max un’ora/due ore al giorno)
  • Cercare di selezionare le amicizie (meglio pochi ma buoni)
  • Coltivare attività e amicizie nel proprio contesto di vita reale

La vita reale e le persone vere vi assicurano quella condivisione emotiva vera, tangibile, palpabile che un social non potrà mai assicurarvi, né tantomeno la vicinanza ed il calore umano oltre che le parole di affetto, critica o di confronto delle persone che ci aiutano a crescere e maturare realmente, non in maniera illusoria ed ingannevole.

2 Comments

  1. marina ha detto:

    TUTTO VERO

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