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Le percezioni sono quelle funzioni sensoriali, della nostra mente ma anche del nostro corpo, che ci mettono in contatto col mondo esterno, che ci trasmettono dei messaggi ai quali noi reagiamo con dei pensieri, comportamenti, atteggiamenti e stati emotivi reattivi.

Non tutti percepiamo nello stesso modo, così come tutti noi abbiamo un diverso metro nel valutare le cose, le persone gli eventi e tutto ciò che ci accade: così il pessimista avrà sempre una visione più negativa e nefasta rispetto all’eterno ottimista che vede speranza e possibilità in ogni situazione.

Lo stesso vale per i nostri desideri che inconsciamente guidano la nostra volontà ed indicano la strada alle nostre scelte.

 

Il pensiero desiderativo

 

Come già precisato in un mio precedente articolo, si definisce Pensiero desiderativo quando coi nostri sensi percepiamo non la realtà pura, concreta e tangibile quella illusoria che vorremmo vedere, quella desiderata, ambita, voluta ma non posseduta allo stesso modo di come si percepisce il reale

In pratica il desiderio trasforma ed adatta la realtà in base ai desideri e tutto ciò che accade intorno alla persona che ha una tale visione viene tradotto, tramutato nel reale e giustificato come tale.

Facciamo un esempio pratico che può accadere a chiunque in condizioni di normalità, cioè senza che vi siano delle patologie cliniche in atto.

Quando desideriamo un oggetto o che si verifichi una situazione, ad esempio raggiungere una determinata meta lavorativa o poter avere quella casa che abbiamo visto e che non possiamo toglierci dalla mente, inviamo dei segnali al nostro cervello, continui e costanti sul desiderio a cui noi pensiamo con una certa costanza o comunque con insistenza, allo stesso modo mandiamo alla nostra mente il messaggio del desiderio insoddisfatto, cioè che quella aspettativa lavorativa non l’abbiamo ancora raggiunta e chissà quante cose potremmo fare con un lavoro migliore e meglio retribuito, così come mandiamo la necessità di dover cambiare casa e il desiderio di come potrebbe essere vivere nella casetta dei nostri sogni che giorno dopo giorno con la fantasia arrediamo e sistemiamo.

Dal momento che questo desiderio si fissa nella nostra mente inevitabilmente, inconsciamente ma anche consapevolmente tutte le scelte che prenderemo da quel momento in poi, tutte le nostre decisioni saranno influenzate dalla meta che ci siamo preposti.

Normalmente le persone che non subiscono tale mancanza come una privazione senza farsi troppo condizionare da esse riescono a mantenere distinto la realtà dai sogni, separando le due cose con razionalità e logica anche se il desiderio permane.

Vi sono persone invece, che per un vissuto fatto di privazioni o per una situazione drammatica che stanno vivendo, il desiderio non rimane tale ed il sogno si trasforma in una realtà sovrapposta a quella concreta dove il soggetto può rifugiarsi per non sentirsi più affranto, privato da qualcosa di essenziale, che viene simbolicamente rappresentato in un oggetto ma potrebbe essere una forte carenza affettiva patita nell’infanzia, e quindi in tal modo sopravvive alla sua condizione patologica.

 

La mente è schiava dei nostri desideri

 

Possiamo quindi dire che inevitabilmente la nostra mente è schiava dei nostri desideri.

Quando desideriamo un oggetto o che si verifichi una situazione, ad esempio raggiungere una determinata meta o poter avere quella casa che abbiamo visto e che non possiamo toglierci dalla mente, inviamo dei segnali al nostro cervello, indicando allo stesso che ci manca qualcosa, quella cosa che rappresenta ciò che desideriamo e la desideriamo spesso perché non possiamo averla.

Ciononostante faremo di tutto per poter raggiungere e realizzare i nostri sogni, impegnandoci al massimo per realizzarli, quindi tutte le decisioni che prendiamo a partire dal momento che instauriamo un desiderio saranno condizionate da tale desiderio.

 

Quando il sogno è veramente irraggiungibile

 

La giusta via sta nel mezzo.

Non bisogna privarsi dei desideri e dei sogni perché essi sono la spinta per migliorarci e per fare sempre di più, per cambiare la nostra vita in qualcosa di diverso che rispecchia le nostre aspettative.

Seguire dei sogni impossibili o irrealizzabili e fissarci su di essi può portarci a sviare il senso della realtà, delle nostre possibilità e dei nostri limiti, in tal caso può essere dannoso, perché ci rende cocciuti ed insistenti in una meta che non è alla nostra portata.

La consapevolezza di chi siamo e di cosa possiamo fare la si prova soltanto testandola, mettendoci alla prova e rischiando, in fondo è in questo modo che si conoscono i nostri limiti, però insistere quando è chiaro che le aspettative che ci siamo prefissati vanno ben oltre le nostre capacità pratiche finiamo con diventare ossessionati da ciò che non potremo mai essere od avere e quindi finiremo per passare la nostra vita nel rimpianto di quello che, per mille sfortune, non ci è toccato, perdendo la possibilità di godere di tutto ciò che abbiamo disposizione.

Comprendere i nostri limiti è una consapevolezza coraggiosa anche perché ci mette nelle condizioni di provare mete alla nostra portata e sicuramente di poterle anche realizzare.

 

Lo studio di Yale

 

Uno studio effettuato presso l’Università di Yale (Usa) i cui risultati sono pubblicati su Psychological Science, una rivista dell’Association for Psychological Science, ha dimostrato che non esiste una realtà oggettivamente uguale per tutti, ma tutti noi abbiamo la visione della realtà desunta dalle nostre capacità intellettive, dal grado di cultura, dalle esperienze fatte e dalle nostre personali convinzioni.

Quindi non esiste una realtà oggettiva uguale per tutti ma una realtà soggettiva a misura di ognuno di noi.

Concentrarsi su qualcosa, osservarla attentamente e a lungo dovrebbe fornirci maggiori dettagli su di essa e renderla più concreta e affidabile, invece proprio questo atteggiamento la renderebbe meno “reale” e più virtuale.

Tutto a causa della mente che, mai come in questo caso, “mente”: «Capire dove gli oggetti sono, in tutto il mondo appare come uno dei più fondamentali e importanti lavori del cervello, è stato sorprendente scoprire che anche questo semplice tipo di percezione è distorta dalla nostra mente».

Questo concetto è stato elaborato dallo psicologo Brandon Liverence, secondo il quale la  concentrazione su un oggetto, dunque, distorcerebbe la percezione di questo, soprattutto quando viene messo in relazione con un altro.

Cerchiamo di spiegare meglio questo concetto.

Insieme al collega Brian Scholl, Liverence ha analizzato le esperienze di un gruppo di volontari nell’osservare alcuni oggetti. I partecipanti sono stati invitati, ognuno in modo diverso, a concentrare la loro attenzione su un oggetto tralasciando gli altri che, tuttavia, potevano sempre vedere.

I risultati di questo test hanno per esempio mostrato come i partecipanti ritenessero che gli oggetti osservati con attenzione fossero più vicini a loro di quanto non lo fossero in realtà; e come gli oggetti su cui non si erano focalizzati fossero più vicini di quanto invece loro ritenessero.

«L’attenzione è il modo in cui la nostra mente entra in contatto con le cose nell’ambiente, e che ci permette di vedere, ricordare, e interagire con queste cose. Tendiamo a pensare che l’attenzione chiarisca cosa c’è là fuori. Ma essa può anche distorcere», ha concluso Liverence.

Forse questo fenomeno è dovuto proprio alla maggiore attenzione dedicata a un qualcosa, per cui ci questo appare in modo diverso, più al centro del palcoscenico, se vogliamo: questo fa sì che la sua visione sia in qualche modo distorta perché appare in evidenza sul resto.

In ogni caso, il senso dello studio è che non sempre la mediazione della mente è imparziale, e quindi è bene tenerne conto quando dobbiamo giudicare un qualcosa e il nostro giudizio non collima con quello di un’altra persona.

Lo stesso vale per i desideri e le cose che vogliamo a tutti i costi, prima di lanciarci in imprese avventate dovremo razionalizzare quanto essi siano effettivamente alla nostra portata e quali no.

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