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Quando il senso di colpa è positivo

 

 

Il “senso di colpa” è un sentimento che ci assale quanto riteniamo di aver commesso degli errori, sbagli, errate valutazioni che non possono essere riparati entro breve tempo e senza complicazioni.

Esso è un sintomo di disagio interiore che nasce dal fatto che il soggetto si autoaccusa del non aver eseguito un qualcosa correttamente o come avrebbe dovuto, essendone in grado ed avendone le capacità, oppure si sente in colpa per non essersi comportato in un certo modo od agito come invece la situazione avrebbe richiesto.

Se il senso di colpa nasce effettivamente da una responsabilità dell’agente essa rappresenta la misura della mancanza o dell’errore fatto e dell’inadempimento di un obbligo a cui era tenuto.

Sarà poi la coscienza dell’esecutore a determinare l’intensità ed il disagio interiore provocato dal mancato raggiungimento del risultato.

Se questo sentimento non è invalidante, nel senso che non limita, non blocca l’agire o il pensiero ma rimane solo un rammarico, esso può essere anche positivo, in quanto ammettere e riconoscere i propri errori ci sprona a migliorare e a non ripeterli.

Infatti è più facile ricordare i nostri sbagli e le situazioni in cui ci siamo sentiti in colpa che quelle derivanti da situazioni di appagamento perché la colpa crea un senso di responsabilità e di inadeguatezza o di fallimento che rimane impresso nella memoria spesso per tutta la vita, pur essendo un errore banale, ma sempre a monito del fatto che in quel caso avremmo potuto far di meglio e che lo sbaglio è dipeso unicamente da noi, quindi nel futuro non ci permetteremo di ripeterlo, impegnandoci di ricadere con maggiore attenzione e perizia o professionalità.

 

Quando il senso di colpa è insinuato da altri

 

Ma ci sono altri sensi di colpa che scaturiscono da fattori esterni all’agente di cui non ha alcuna vera colpa e responsabilità, ma sono usati dagli altri per controllare, manipolare e condizionare la persona a cui sono rivolti.

Tale condizionamento viene attuato per minare la stima della persona vittima, per distruggere a poco a poco ma costantemente la considerazione  che ha di sé, colpendola in modo subdolo e con accuse ingiustificate, spesso umilianti e destabilizzanti, ripetute con tale costanza ed assiduità che la vittima alla fine finisce per crederci o comunque non è più in grado di fare una valutazione critica reale e razionale dei fatti o delle circostanze, lasciandosi coinvolgere completamente dal giudizio altrui rimanendone succube.

In tal modo l’agente manipolatore ottiene il controllo non solo sul comportamento della persona ma anche su suoi pensieri, sui suoi intenti, distruggendo ogni progetto od idea personale, portando la vittima alla completa incapacità di agire per paura di commettere altri errori o altri sbagli che aumenteranno le accuse a suo carico ed il peso della sua colpa.

Quando dunque il senso di colpa si instaura non per una responsabilità diretta di colui che agisce ma per le accuse immotivate ed ingiustificate che derivano dall’esterno, da un ambiente accusante, nonostante la persona a cui è diretta non abbia alcuna responsabilità, allora parliamo di un disagio psicologico che solitamente si accompagna a delle dinamiche relazionali o familiari sbagliate, disfunzionali e minanti l’autostima della vittima che la portano ad essere completamente in balia dei suoi accusatori.

Tale blocco fisico e mentale è per la vittima molto doloroso perché pur rendendosi conto di non essere responsabile non sa difendersi, non sa ostentare un atteggiamento di contrasto, non sa rivendicare le proprie ragioni, ingabbiandola in un sistema di condizionamento mentale che le impedisce qualunque reazione, da qui il completo controllo su di lei dell’agente manipolatore.

 

Come si sente la vittima

 

La vittima si sente soprattutto confusa ed in questa confusione non riesce a valutare effettivamente come stanno realmente le cose e chi è l vero colpevole.

Da una parte comprende di non aver fatto nulla di male, di non aver sbagliato, e se si è lamentata è per una giustissima ragione, ma chi sta dall’altra parte è bravissimo a rigirare la frittata, come si dice in gergo, e scaricare le sue azioni e comportamenti sbagliati facendoli diventare dell’altra, le accuse che gli si dovrebbero rivolgere egli le ribalta addosso all’altra, mandandola in tilt.

Questo tilt o confusione mentale è dovuto da uno stato di innamoramento e di attaccamento affettivo che instaura una paura di perdere l’amato o di essere lasciata per un’altra donna, di cui già sospetta la presenza.

Solitamente quando gli innamorati, che vedono solo il bello dell’altro e della situazione, incominciano a sospettare, ad avere dei dubbi, vi assicuro che ci sono già delle ragioni concrete e dei fatti a conferma di ogni sospetto, solo che fate fatica ad accettarli perché sarebbe come accettare il primo passo verso la fine della relazione.

Quindi la vittima solitamente continua ad illudersi e a sperare di essersi sbagliata, di ave frainteso, credendo senza discutere a tutte le falsità che l’altro racconta.

Credere al suo traditore per la vittima diventa necessario per scongiurare la fine del rapporto, ma sappiate che con queste modalità di relazione non esiste un rapporto di coppia, dove le parti in maniera egualitaria si scambiamo sentimenti veri ed apprezzamenti, qui siamo nell’ambito della manipolazione mentale e del soggiogare le persone illudendole ed approfittando delle loro debolezze.

Di questo la vittima se ne rende conto, ma si sente addosso come se fosse realmente responsabile di tutte le colpe ed i difetti che l’altro ripetutamente instilla nella sua mente in maniera subdola, e spesso accompagnando le sue scenate da una certa aggressività, accompagnata, tanto per rafforzare la dominanza sulla vittima, col suo abbandono senza spiegazioni o senza dire un perché.

La vittima accusata di tutto ed abbandonata cade in una fase di blackout totale sulla sua capacità di pensare, razionalizzare e valutare effettivamente le circostanza, lasciandosi invece pervadere dal dolore dell’abbandono, dalla gelosia, dal senso di vuoto e confusione.

In tale stato è difficile prendere una decisione o capire come stanno realmente le cose, la vittima non pensa ai tanti fatti che se accumulati l’aiuterebbero vedere com’è realmente l’altra persona, invece si fa pervadere dal senso di colpa, autoaccusandosi di essere la responsabile di tutto e soprattutto della fine del rapporto.

Così quando il manipolatore ritorna lei è pronta a prostrarsi ed a chiedere umilmente scusa, e questo atteggiamento permetterà al suo persecutore di essere sempre più crudele, più cattivo, di infierire sempre con minore pietà, completamente disinteressato dal dolore e frustrazione che provoca nell’altra, ormai completamente in balia dei suoi umori e decisioni.

 

Cosa fare per eliminarlo

 

Essendo  il senso di colpa un pensiero negativo, costante ed ossessivo istigato, indotto e condizionato dall’atteggiamento altrui che colpevolizza senza ragione e senza un giustificato motivo (ma spesso per scaricare su altri le colpe che gli appartengono) occorre innanzitutto contrapporgli un pensiero positivo, che salva dalla colpa la vittima e che gli fa razionalmente individuare il vero colpevole della situazione.

Per fare tutto questo però occorre che la vittima riesca a liberarsi dalla sudditanza mentale del suo manipolatore, allontanandosi, impedendogli di avere contatti oppure interrompendo il flusso di comunicazione negativa che sostiene ripetutamente il disvalore e l’incapacità della vittima e le colpe per ogni cosa che accade.

Spesso non è possibile creare quella distanza che rende liberi fisicamente e che mette la persona in condizione di aver modo e tempo di ragionare, pensare e valutare le cose razionalmente arrivando a diverse conclusioni rispetto a quelle che le sono sempre state contestate.

Questo perché separarsi vuol dire andarsene di casa, allontanarsi in altro luogo e questo presuppone una certa indipendenza economica che non tutti hanno.

Allora la separazione diventa più difficile ma non impossibile, creando delle barriere mentali che frenano la comunicazione distorta del manipolatore, non ascoltandolo, evitando confronti e discussioni inutili (tanto avrà sempre ragione lui) ed evitando dunque di sentirsi ripetere quelle accuse, cercando in pratica di ritagliarsi un luogo privato, per pensare e valutare ogni cosa con logica e con razionalità.

Soltanto razionalizzando le vicende si arriva a comprendere che in realtà la vittima non ha colpa di atteggiamenti e comportamenti degli altri, che non è vero che è un’incapace o inutile, se mai nessuno le ha dato la possibilità di dimostrare il contrario, e che quindi se si trova in situazioni inadeguate, non adatte o negative non è per suo volere o per sua scelta, ma anzi per una scelta impostagli come obbligo da parte del manipolatore.

Quando si arriva a poter fare questo processo mentale tutto è poi in discesa, perché si impara a vedere con i propri occhi la realtà delle cose e delle situazioni, a vedere il reale responsabile e manovratore di tutto e quindi ad individuare il vero colpevole.

Occorre quindi liberarsi dal condizionamento negativo che limita la capacità di agire e di pensare della vittima, che ha minato la sua stima e la sicurezza di essere in grado di poter fare ogni cosa da sola e di poterla fare bene, incominciando a crearsi il proprio futuro così come lo si desidera e non come gli viene imposto.

La libertà di pensiero porta sempre alla liberazione della persona da ogni catena anche mentale.

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