La compensazione: il meccanismo di difesa che ci salva
08/09/2018
Il complesso d’inferiorità
25/09/2018

La timidezza è uno stato d’animo non sempre positivo, in certe situazioni può ingenerare nel prossimo tenerezza e simpatia, ma per chi lo soffre è un disagio limitante e non favorente né gli approcci umani né la gestione di determinate situazioni nuove ed impreviste.

La timidezza può essere sia una condizione permanente della personalità che uno stato d’animo temporaneo, e quindi di durata limitata, provato in determinate circostanze che comportano per il soggetto disagio e senso di incapacità a gestirle o superarle.

Se la condizione è temporanea e direttamente collegata ad un fattore esterno intervenuto inaspettatamente, non previsto e quindi da parte del soggetto non è stata improntata nessuna attività o comportamento diretto a sostenerlo, evitando il disagio e la conseguente sensazione di impotenza.

Il venir meno del fattore scatenante dovrebbe portare alla scomparsa di tutte le sintomatologie connesse al disagio e all’imbarazzo.

Si può verificare, ad esempio, quando dobbiamo affrontare un ambiente lavorativo o sociale a noi nuovo e sconosciuto, rispetto al quale non abbiamo ancora messo in atto nessun meccanismo di adattamento e quindi ci sentiamo a disagio, avulsi dall’ambiente ed impacciati nel muoverci al suo interno, situazione che tenderà a scomparire nell’arco di breve tempo, variabile in base al carattere della persona, non appena si acquisterà un po’ di padronanza col luogo ed i soggetti che già vi risiedono, imparando a conoscerli, a prendere confidenza con persone e i compiti che  verranno assegnati, acquistando sicurezza nella loro gestione.

Tale sicurezza estinguerà tutte le sintomatologie connesse al disagio tipiche della timidezza, come  uno stato di agitazione incontrollabile, rossori improvvisi, sensazione di incapacità, impaccio, disagio, tachicardia, sudorazione abbondante e tanta ansia.

Per altre persone invece si tratta di un vero disturbo congenito, innato, più o meno invalidante, persistente e costante che può avere diverse origini sia di natura biologiche, come l’ereditarietà di un carattere molto chiuso, schivo e timido, sia psicodinamiche e quindi legate a dei vissuti, eventi  o vicende personali del soggetto, oppure sociologiche collegate quindi ad un particolare ambiente, nuovo e sconosciuto che ci fa sentire dei pesci fuor d’acqua, connessi alla cultura di riferimento, quando ad esempio siamo fuori dal nostro ambiente culturale e non conosciamo le abitudini ed usanze del nuovo quindi non sappiamo cosa fare e soprattutto temiamo di commettere errori che potrebbero essere fraintesi, tale condizione tende a bloccarci e a renderci inattivi.

La timidezza non va confusa con introversione né con bassa autostima: mentre nell’ introversione vi è un volontario rifiuto nel rapportarsi agli altri, perché si ha un carattere più chiuso, schivo, non portato alla socializzazione, ma più amanti della vita isolata ed appartata dove vige una grande attenzione per la privacy, e quindi l’ingerenza degli altri non invitati.

A differenza dell’introverso che sceglie scientemente di non aver contatti con gli altri o di averne il meno possibile, il timido invece vorrebbe socializzare, avere amici ed una vita sociale più soddisfacente ma non ci riesce perché si ritiene inadeguato,non all’altezza degli altri o della situazione, incapace a comunicare e a stare in compagnia, si considera un peso, non divertente e non stimolante quindi di nessun interesse per gli altri.

La sua è quindi un’autoesclusione derivante da un eccessivo senso critico fortemente limitante.

L’autostima è la considerazione che uno ha di se stesso e più sarà alta meno problemi avrà nel gestire sia situazioni nuove che persone sconosciute, questo perché ha un’ottima capacità di adattamento e non si spaventa davanti agli imprevisti, e se fa un errore saprà ridere di se stesso con sagacia ed ironia.

Il timido è completamente l’opposto: la sua stima è talmente bassa che si sente inadeguato ed inadatto in ogni situazione soprattutto quando si trova di fronte ad un pubblico o deve avere a che fare con persone sconosciute.

La timidezza inoltre può essere soltanto settoriale, cioè agire soltanto in particolari circostanza, mentre non si manifesta nelle altre occasioni.

Prendiamo per esempio un attore di teatro che sa recitare molto bene ma al solo pensiero di parlare in pubblico va nel panico, per tale motivo spesso viene loro considerato di porre un muro visivo oltre il palcoscenico e recitare come se fossero da soli, solo dopo aver vinto la timidezza riusciranno ad intrattenere il pubblico coinvolgendolo nelle loro performance.

In tal caso la timidezza si palesa soltanto per il fatto di parlare davanti ad una moltitudine di persone, ma che spesso svanisce dopo che l’oratore ha preso confidenza col microfono (perché anche il sentire la propria voce diversa può intimorire), con l’ambiente e con gli spettatori diventa quasi divertente essere il protagonista del palcoscenico, sia che si tratti di teatro che di una rappresentazione professionale e lavorativa.

La timidezza inoltre non va confusa con la fobia sociale che è un disagio spasso patologico che comporta un particolare stato ansiogeno collegato alla socializzazione ed al contatto degli altri.

 

 

Le dinamiche comportamentali del timido

 

 

Per il timido cronico, cioè colui che lo è caratterialmente e quindi sempre in ogni circostanza che abbia la caratteristica della novità, che sia fuori dal suo ordinario ambiente e che abbia che fare con delle persone sconosciute, esistono tre fasi in cui si manifesta il disagio.

Tali fasi riassumono il desiderio di voler fare una cosa e l’incapacità di realizzarla o addirittura di prenderla in considerazione, la fase in cui, per una serie di fattori il timido è costretto piano piano a doversi ambientare, e la risoluzione del disagio e seguito della completa ambientazione ed adattamento.

Le tre fasi sono:

  • Conflitto tra avvicinamento – allontanamento: il timido vorrebbe superare i propri disagi e le paure ed entrare facilmente in relazione con gli altri, vorrebbe entrare in un luogo nuovo senza sentirsi tremare le gambe, vorrebbe prendere la parola ed esprimere una opinione o un pensiero senza inibirsi, vorrebbe fare le cose senza farsi prendere dall’ansia e dal panico. In tale fase il fattore timidezza innesca un sistema protettivo che però inibisce completamente l’agire del timido costringendo ad isolarsi, a non uscire e a non dire nulla o fare nulla di quello che invece desidererebbe fare. Anche se la spinta o il motivo che lo porta a desiderare di esprimersi è molto forte egli comunque non riesce a vincere le sue paure, pertanto si arrende e si blocca.
  • Lento meccanismo di riscaldamento e adattamento: è probabile che le opportunità della vita portino il timido comunque a forzare i suoi disagi ed a spingerlo verso l’ambiente ostile, ad esempio per motivi lavorativi, in tal caso la quotidianità ripetute e reiterata lo porta poco alla volta ad ambientarsi in quel luogo ed a prendere confidenza con le persone tanto da sentirsi sempre meno a disagio. Tutto questo però richiede dei tempi che dipendono dal fattore caratteriale e dalla forza di volontà del timido, quelli più sensibili ed introversi avranno bisogno di tempi più lunghi e quindi tale fase tende ad allungarsi in considerazione della capacità di adattamento del soggetto.
  • Zona di conforto limitata: i timidi si adattano perfettamente e si sentono a loro agio anche con le persone, i fattori che producevano la timidezza sono scoparsi ed il soggetto riesce ad interagire con gli altri quasi normalmente. Non dimentichiamo che un timido cronico non si trasformerà mai in un disinvolto, estroverso e spigliato soggetto, rimarrà sempre un sentore di timidezza che però è latente e non incide più suo vivere inibendolo come nelle fasi precedenti.

Anche raggiunta la serenità della terza fase basca che si inserisca un elemento esterno sconosciuto o scatenante la timidezza per compromettere l’adattamento raggiunto e riportandolo nella fase iniziale.

Per questo motivo la timidezza si vince soltanto con un buon allenamento delle fasi di adattamento e l’acquisizione di meccanismi compensativi che distraggono la mente non riportando la sensazione di timidezza invalidante.

Come ad esempio ripetere i gesti rassicuranti, le azioni che si riescono a concludere senza disagio per ampliare poco per volta i comportamenti.

I gesti noti che un tempo spaventavano diventano noti e quindi rassicuranti, permettendo si spostare l’attenzione e la risoluzione su altri fattori intimidatori.

Questi fattori di incitamento e di controllo sulla propria emotività sono oggetto del WorkCoaching Relazionale, che ha come finalità, oltre a vincere altre forme inibitorie della capacità di relazionarsi con gli altri anche la possibilità di vincere e superare la timidezza.

 

 

Guarire dalla timidezza

 

 

La timidezza, come ogni altro limite personale, si vince con una dose di buona volontà ed una strategia efficace, pianificando l’obbiettivo ed il percorso da fare in modo che l’organizzazione del percorso riabilitativo sia rassicurante per il timido che sa quali orme seguire e quali comportamenti attuare, in modo tale da avere maggior controllo sulle proprie reazioni emotive.

Solitamente la conquista di una situazione stimola, incoraggia e galvanizza il timido che acquisisce maggiore sicurezza ed aumenta anche la sua sensazione di avere le giuste capacità di poter arrivare ad una meta o portare a termine un programma, in quando conquistare un traguardo è la dimostrazione che la timidezza, con criterio, organizzazione e metodo si può vincere.

Per arrivare a dei risultati occorre innanzitutto allenare la mente a non considerarvi dei timidi ma dei risolutori.

La prima cosa da fare è sicuramente prendere consapevolezza del proprio essere, del proprio carattere e dei limiti almeno quelli attuali, che sussistono alla fase iniziale di un programma ma che possono variare nel tempo, fatto ciò si lavora su un aspetto caratteriale per volta, o una particolare modalità reattiva, o un solo ambiente che inibisce.

Ciò che spaventa deve essere frazionato ed affrontato un passo alla volta ed un fattore per volta, una volta conquistato e raggiunto lo scopo passare ad un traguardo successivo diventa sempre pù facile per la maggiore sicurezza che man mano si viene ad acquisire.

Altro fattore da tenere sotto controllo è la cosiddetta ansia anticipatoria, cioè quell’ansia che prende il soggetto prima ancora che si sia verificato il fatto che solitamente scatena la timidezza, in tali casi il solo pensiero di dover affrontare una cosa che spaventa fa scatenare le stesse reazioni emotive del fatto stessa anticipando quindi tutti gli effetti negativi della fobia prima ancora che si siano verificate le condizioni oggettive invalidanti.

Tale ansia che anticipa l’evento indesiderato si vince aiutando la mente a sviare il problema, in pratica si cerca di spostare l’attenzione della mente su una cosa od un pensiero diverso in modo da distrarre la mente sulle reazioni che innesca automaticamente, per abitudine ormai consolidata.

Anche questa operazione richiede tempo e pazienza variabili in base al grado di timidezza e alla personalità del soggetto e del suo modo di reagire alle situazioni negative e problematiche.

Un ulteriore fattore che induce la timidezza, spesso anche in chi non lo è mai in altre situazioni, è l’avere a che fare con i sentimenti amorosi o l’innamoramento, che mette in gioco tutta la sensibilità e la debolezza della persona.

Anche se può essere considerato dolce e tenero vedere una persona timida, impacciata ed imbarazzata in una situazione in cui si rivela una certa attrazione verso qualcuno, non lo è mai per chi patisce tale disagio, che porta con se più un senso di vergogna e disagio che di compiacimento, ed il timore di essere preso in giro e giudicato un debole o un sensibile, aspetti che gli uomini non apprezzano quanto le donne per l’idea, o meglio il retaggio mentale che dovremmo superare, che l’uomo per essere tale deve essere sempre macho e sicuro di sé.

Esprimere i propri sentimenti, soprattutto quelli più imbarazzati non è da tutti e spesso chi lo fa con troppa leggerezza nasconde una certa falsità che è meglio valutare con una certa cautela e criticità, infatti l’eccessiva sicurezza di sé è tipica del narcisista che non ama nessun altro se non se stesso, quindi non sta esprimendo un sentimento sincero.

Per approfondire rimando ai numerosi articoli da me scritti sul narcisismo e sulle modalità di agire del narciso o della narcisa e dei vari trucchetti dagli stessi attuati per far cadere nella loro rete ammaliante le povere vittime inconsapevoli e troppo innamorate per accorgersi subito chi è realmente la persona che si trovano davanti.

Atri articoli che possono essere d’aiuto come approfondimento sono:

 rimedi contro l’ansia da comunicazione diretta

la difficoltà nell’esprimere i sentimenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *