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Freud in “Lutto e Malinconia” (1915) considera l’Anoressia Mentale come meccanismo difensivo nei confronti del senso di colpa, ma in “Minuta G”  (1895) incomincia ad associare la perdita d’appetito con la perdita della libido o la negazione di esso. nel 1927 tale patologia viene addebitata alla negazione della genialità e all’angoscia associata a questo processo.

Abraham(1916-20), sulle orme di Freud, riconduce l’anoressia allo scontro tra il soggetto e la propria sessualità e identità femminile e viene associato come malessere alla sua insorgenza nell’infanzia o meglio nella fase della oralità che riguarda addirittura i primi mesi di vita in cui il neonato ha la prevalente percezione del bisogno della fame e della sua immediata soddisfazione, se questa soddisfazione non avviene o avviene in ritardo o con errate modalità, dovute alla mancanza di cure adeguate, si stampa in lui il ricordo di un bisogno primario mai soddisfatto che non dimenticherà per tutta la sua vita e che segnerà ogni suo pensiero con ansia e timore di patire la stessa privazione, magari col tempo sostituita con altri tipi di frustrazione.

Il cibo è dunque il sostituto simbolico di altri bisogni che l’individuo sente di non poter soddisfare.

L’anoressia nervosa rientra nei disturbi definiti disturbo del comportamento alimentare o DCA insieme alla bulimia ed all’obesità.

Rispetto agli altri disturbi dell’alimentazione non corretta l’anoressia è quella che ha maggiore ricorrenza tra gli adolescenti con una rilevanza particolare tra le femmine, ma non vanno sottovalutate le anoressie maschili in costante aumento.

Sembra che il cibo sia lo strumento preferito dagli adolescenti o dagli adulti che ancora non hanno superato delle anomalie derivanti dalla loro infanzia per avere il controllo della loro vita, visto che non riescono ad ottenerlo sul resto o sono inibiti a causa dell’educazione imposta dalla famiglia o dalle impossibilità al loro sviluppo intellettivo ed emotivo personale, dovendo invece fare le scelte che più convengono o piacciono ai genitori e familiari in genere.

L’anoressia nervosa letteralmente significa «mancanza nervosa di appetito» ma si tratta di una definizione impropria perché le persone che soffrono di questo disturbo, pur rifiutando il cibo con ostinazione (da qui la loro illusione di controllare gli impulsi e quindi le necessità che percepiscono), hanno invece sempre un’intensa fame, che a volte soddisfano in maniera eccessiva per poi vomitare il tutto.

Il DSM IV (1995) pone l’Anoressia Mentale tra i disturbi dell’alimentazione e identificata da 5 criteri diagnostici:

  1. rifiuto a mantenere il peso a un normale livello minimo (a partire da un 15% in meno dello standard ritenuto adeguato in base all’altezza e peso)
  2. angoscia di prendere peso senza obiettivi riscontri
  3. alterazioni del vissuto (come la persona si vede)
  4. mancanza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi in assenza di cause organiche
  5. condotta tesa a nascondere la malattia

Ma già nel DMS V (2011) è cambiata la modalità di classificazione dei Disturbi compulsivi Alimentari, in particolare è stato definito che:

  1. A) l’amenorrea non rientra più tra la sintomatologia tipologica della anoressia nervosa
  2. B) l’anoressia è giudicata come superabile, tamponabile, ma non guaribile in modo definitivo
  3. c) c’è un aumento tra gli adolescenti delle forme DCA nella popolazione maschile, considerando la fragilità del maschio nell’epoca attuale
  4. D) Il giovane maschio anoressico ha molti fattori di debolezze, che lo indirizzano successivamente alla criticità dell’uso ed abuso di sostanze. (Giornale della Prev. dei medici di A. Gulli 2011)

Altre manifestazioni che talora si associano sono:

  • disagio nel mangiare in pubblico;
  • sentimenti di inadeguatezza;
  • bisogno di tenere sotto controllo l’ambiente circostante;
  • rigidità mentale;
  • ridotta spontaneità nei rapporti interpersonali;
  • perfezionismo;
  • repressione dell’iniziativa e dell’espressività emotiva.

 

I segni dell’anoressia riscontrabili nella scrittura

 

Anna Rita Guaitoli, psicologa e grafologa, nell’articolo “le corp, c’est un signe” sostiene che non esiste una scrittura dell’anoressia: “Alcuni studi hanno tuttavia notato la presenza di sindromi grafiche capaci di cogliere alcuni tratti specifici dei disturbi in questione: volontà di controllo, perfezionismo, ansia, immaturità affettive, difficoltà a mostrare le proprie emozioni.

Purtroppo sono, queste, tematiche che è facile riscontrare in grande parte delle scritture adolescenziali.” [1]

Il disturbo si manifesta dapprima in modo passivo (con il rifiuto del cibo) e poi si trasforma in attivo, per l’induzione di vomiti volontari, l’assunzione di dosi di purganti anche quotidiane, l’uso di clisteri; l’esito è spesso infausto ed interviene dopo ricoveri con esito negativo.

Il grado estremo di malattia viene misconosciuto e minimizzato dal paziente che non percepisce il pericolo per la sua vita, anzi non ammette nemmeno di essere malata/o e si vede continuamente grasso nonostante si riduca ad uno scheletro.

In preda ad un “complesso di onnipotenza” è sicuro di poter controllare le sue condizioni fisiche fino al limite estremo in cui il suo corpo non sarà più in grado di reagire e capace di alimentarsi nonostante le piccole dosi di cibo assunte.

Se la malattia attraversa queste tre fasi: passiva, attiva e deliri di onnipotenza che conseguono al senso di potere che insorge controllando il senso della fame, allo stesso modo si potrebbero riscontrare nelle diverse fasi anche i segni tipici della condizione mentale ed emotiva di chi subisce passivamente, di chi si attiva e diventa agente e prende il controllo della propria vita e per contro anche della sensazione della fame per poi diventare ossessivamente condizionato dal potere che gli da gestire la fame e vincere su di essa.

In questo modo, contraddicendo la posizione estrema di quegli studiosi della grafologia che non vedono dei segni identificativi dell’anoressia, per passare invece alla possibilità di individuarli a seconda delle fasi mentali che l’anoressico/a sta affrontando.

Le grafie dunque pur diverse tra loro nascondono i segni della malattia con l’evolversi della stessa ed in funzione ad essa: si comincerà quindi con una modalità di scrittura derivante dall’oppressione da parte di coloro che dominano la sua vita e la conseguente frustrazione e castrazione dei propri bisogni, ai segni tipici dell’autolesionismo o della volontà di castrarsi ulteriormente con della sofferenza imposta, sino al controllo dello stato di privazione del cibo, nonostante la fame, ed il conseguente delirio di onnipotenza e potenza sulle necessità primordiali che sono vita e sostentamento.

Nonostante colui che patisce tale sindrome non faccia altro che danneggiarsi sino al punto di scegliere di morire lentamente per fame e privazione, perché si sentono già morti dentro quindi quello che succede esternamente al loro corpo è soltanto il sintomo esterno di una loro percezione interiore.

Se non esiste un unico segno rilevatore, esiste però una serie di segni grafologici che parlano della sofferenza interiore, dell’illusione di prendere il soppravvento e sentirsi forti e dominanti sino alla determinazione nel voler ostinatamente e disinteressatamente scegliere di morire di fame.

I segni grafologici che si possono rilevare nelle scritture degli anoressici possono essere i seguenti:

  • è dominante la forma dello scritto concentrato nella zona mediana o corpo centrale, come nelle scritture in script, ed una tendenza alla riduzione delle aste inferiori ma un possibile allungamento delle aste superiori per i pensieri ossessivi e deliranti della sensazione del potere e del controllo,
  • come direzione la scrittura è rovesciata, cadente verso sinistra (in considerazione del bisogno affettivo che disconoscono e compensano non mangiando) oppure un andamento diseguale del tratto per l’incostanza delle loro volontà, che a volte cedono, mangiando, e che riprendono con la privazione del cibo o il procurarsi del vomito, forma di rigetto della loro debolezza,
  • lo spazio è di solito invaso e gestito confusamente proprio per le loro stesse contraddizioni interne: le pagine sono piene, il nero della penna predomina sul bianco del foglio in maniera spesso ossessiva (per non lasciare spazio al pensiero ed alla consapevolezza o peggio al desiderio di affetto e del voler mangiare, che sono poi la stessa cosa), c’è molta variabilità sia nella larghezza delle lettere sia nello spazio tra lettere, con la presenza di qualche caminetto (che sono degli spazi vuoti allineati che prendono forma tra le righe come a formare un canale di bianco del foglio o un camino appunto),
  • non c’è mai ritmo né armonia, ma spesso addensamento, con lettere addossate od eseguite malamente e confusione dell’uso degli spazi e delle forme delle lettere e della dimensione del tratto,
  • ci sono i segni di una libido castrata ed un rifiuto alla sessualità (ad esempio con delle “g” rattrappite o senza il pieno e la lunghezza della parte inferiore della lettera).

Nella scrittura sarà sicuramente presente una forte determinazione nel gestire il controllo sulle proprie funzioni e necessità, del perfezionismo maniacale e dell’autocritica, dell’attenzione centrata esclusivamente su se stesse/i, della difficoltà alla relazione con l’altro.

Si può parlare in certi  casi di scrittura di tipo narcisistico; all’inizio della malattia troviamo una regressione allo stato infantile che permane per tutta la durata della malattia, può scomparire soltanto a seguito di una guarigione.

Tali segni stanno ad indicare il rifiuto della ragazza/o nel voler crescere, maturare, avere una sessualità espressa in maniera naturale e non il rifiuto di tutto ciò che essa rappresenta anche in termini fisici.

C’è in questi ragazzi molta fragilità derivante da una sofferenza mai affrontata e superata, difficoltà ad affrontare la crescita, il cambiamento, per cui si reagisce con l’interiorizzazione e la negazione dei problemi, nonostante il rifiuto alla socializzazione e a vivere insieme agli altri (per un senso di vergogna e per non sentire le critiche od osservazioni che gli altri inevitabilmente fanno, anche per aiutare la persona che invece rifiuta totalmente la propria malattia negandola e rifiutandosi di parlarne o di affrontarla).

Ma in fondo permane sempre la ricerca dell’affetto e della considerazione degli altri, soprattutto dei genitori e dei familiari, un desiderio di approvazione, di accettazione di se stessi e della dipendenza dall’altro e la necessità di fuggire i conflitti.

Altri segni che possono emergere sono le aste o barre delle “t” cadenti verso la zona media o verso il basso ed i puntini delle “i” gonfi, evidenziati se non addirittura abbelliti a forma di cuoricino.

Tutte le lettere affettive come la “a” e la “o”, oltre che gonfie sono schiacciate nella parte superiore o ovalizzate, spesso pendenti a sinistra, alla ricerca della madre e del suo affetto di cui sente tanto la mancanza ed il bisogno.

Inoltre le “i” possono risultare isolate, le aste delle lettere “t”e “d” ricombinate in zona media, le lettere “p” e “b” senza occhiello; ci sono lettere a rebours, ricombinazione solitamente applicata alle lettere “d” o “s”.

la sindrome rivela che la persona controlla male la propria emotività, la propria relazione con l’altro e con la realtà; è tutta tesa a ingabbiare le proprie forze per controllare il desiderio e la fame ed il bisogno di amore e considerazione, la pulsione istintuale e spesso l’energia è spesa in comportamenti autolesionistici e aggressivi verso sé stessi.

In tal caso si noteranno dei segni sinistrogiri, degli occhielli schiacciati ed aperti a sinistra o incrociati all’interno verso sinistra, dei tratti di ritorno verso sinistra.

Non dimentichiamo che la sinistra oltre a rappresentare la madre e l’affettività persa dalla nascita in poi, rappresenta anche il desiderio di ritornare ad una fase infantile quanto tutto si poteva chiedere ed ottenere, ed anche i capricci erano accolti come tali e non come forme di pazzia incompresa o di autolesionismo che nasconde in realtà il bisogno di amarsi e di essere amati.


[1] articolo pubblicato nella rivista  “La Graphologie “, n. 276

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