Bambini psico-programmati dalla tecnologia

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Un argomento che mi sta particolarmente a cuore e che ne ha fatto oggetto di studio Antonella Randazzo, filosofa ed esperta pedagogista, in un suo manuale intitolato proprio “Bambini Psico-programmati – Essere consapevoli dell’influenza della pubblicità, della TV, dei videogiochi” e di un articolo su sito di disinformazione.it [1], di cui ne traggo alcuni spunti a conferma di tante mie opinioni precedentemente espresse in vari articoli postati su questo mio sito.

Secondo l’autrice l’educazione genitoriale negli ultimi anni si è completamente trasformata, fino a pochi decenni fa mamma e papà discutevano spesso dello stile educativo da adottare con i loro figli: ad esempio fino a che punto essere severi e non assecondare le loro richieste, viste prevalentemente come dei capricci, spesso costosi ed inutili, oppure se essere più severi e poco tolleranti alle richieste, dettate dalla moda o dal desiderio di copiare l’amichetto o il compagno di classe.

Comportamento e valutazione che è stato abbandonato negli ultimi anni, come se non fosse più il compito principale, importante e non delegabile di un genitore occuparsi della sua educazione e della sua formazione, con la scusa che la scuola assolve tali incombenze i genitori si sono (parlo generalmente ma il sistema è in realtà molto più diffuso di quel che si pensi) spogliati dallo loro responsabilità per scaricarle su altri sistemi, quali appunti quelli scolastici.

Quindi la colpa ed il dovere di scelta dell’educazione, diventa delle maestre, delle insegnanti e dei professori.

E no miei cari genitori, avere sbagliato di grosso: la prima e sola educazione incomincia da voi già dopo i primi giorni dalla nascita e deve seguire sino all’età adulta del ragazzo in cui è diventato maturo e consapevole nel prendere le proprie decisioni, ma vista la maturità generale dei ragazzi direi che è stato fatto un pessimo lavoro prima e che non è mai stato portato a termine.

Quindi ci ritroviamo in una società fatta di quasi adulti, ancora fortemente indipendenti dalla famiglia, soprattutto in senso affettivo ed emotivo, ed incapaci di crearsi una propria personalità indipendente ed autonoma da quello che respirano in casa o negli ambienti più frequentati.

Sostiene la Ranzazzo che la risposta ad una tale situazione sia sempre il dilagante smarrimento delle famiglie, troppo occupate e sotto pressione per il lavoro, gli impegni economici, il mutuo da pagare, come organizzare e gestire la famiglia tra i mille impegni di entrambi…

 Ed in tutto questo che fine hanno fatto i vostri figli?

Il bambino abbandonato a se stesso, ma anche quando è in compagnia dei genitori, non ha spazi per giocare veramente, nel modo creativo che sviluppa cervello e fantasia, non ha più spazi per correre (gli appartamenti in città sono sempre più piccoli e gli spazi per bambini sempre più ristretti, per giocare con i coetanei o per conoscere e sperimentare direttamente il mondo della natura.

Sembra che l’unica attività prevalente dei genitori a casa e dei figli nel dopo scuola sia quella di piazzarsi davanti al televisore o davanti ad un computer, mescolando, pericolosamente ed in maniera diseducativa, le immagini, i programmi e le trasmissioni che soltanto i grandi dovrebbero guardare ed i piccoli evitare.

Esistono dei bollini o degli avvisi che la legge ha imposto a tutti i canali per trasmissioni non adeguate ai bambini al di sotto dei 14 anni, ma dite la verità: quanti di voi li osservano?

Tra l’altro anche la discriminazione fatta dalla Tivù e sempre ampiamente discutibile, quindi ogni volta i genitori dovrebbero valutare l’opportunità di far seguire al figlio un determinato film o trasmissione, ma dubito che molti di voi lo facciano.

La Randazzo scrive: “Il problema è assai complesso, e dire “ la Tv fa male al bambino, limitiamola a due ore al giorno” equivale a non averne capito la portata, non è soltanto per quanto tempo il bambino guarda la Tv , ma cosa guarda e “come” guarda.

Mentre durante la lettura il bambino è attivo, può elaborare mentalmente le immagini che il libro evoca, e può scegliere fra un panorama ampio e diversificato di temi, la tv esercita un effetto ipnotico sul cervello.

La lettura, anche se viene fatta in solitudine, è creativa e stimola l’immaginazione, mentre lo schermo televisivo paralizza e blocca la creatività. Le produzioni Tv tendono ad assomigliarsi tutte, e quasi tutte offrono una trama di base analoga, con varianti che diversificano i personaggi e le storie.

Il bambino che guarda lo schermo televisivo per alcune ore al giorno, riduce l’attività motoria e cognitiva.

E’ indotto ad alterare la propria percezione della realtà, in quanto egli non è ancora capace di considerare i programmi televisivi come pura finzione.

La realtà virtuale dello schermo è per lui una pericolosa intrusione, da cui non sa difendersi.”

Uno scrittore, Guido Ceronetti, con una frase shock ma molto efficace ha espresso un pensiero molto potente ma pericoloso: “chi accende la televisione spegne il bambino”.

La Tv monopolizza il cervello, anzi crea un vero e proprio lavaggio di esso con tutti i messaggi espliciti e subliminali che inconsciamente lo condizioneranno, come condizionano gli adulti, ma pensate a quanto è più fragile e manipolabile la mente di un bambino.

Come dice la Randazzo: “Colpisce la fantasia del bambino e il suo senso del magico, ma lo fa ponendogli dei limiti e costringendolo a provare emozioni spiacevoli.

I programmi Tv catturano i bambini all’interno di un mondo illusorio, che stimola alcune caratteristiche della personalità, come l’egocentrismo, l’egoismo e il voler prevalere sugli altri.

Rimanere ancorati a questo mondo falso per molte ore al giorno, può far insorgere una serie di difficoltà ad elaborare gli aspetti più inquietanti dell’esistenza, come la sofferenza.

La crescita emotiva del bambino dipende dalla sua capacità di accettare i limiti che la realtà impone e di conoscere le sue risorse sociali, intellettive e creative.

Senza una crescita emotiva e affettiva il bambino non potrà sentire la soddisfazione interiore necessaria a sopportare e ad elaborare la sofferenza.

I programmi Tv inducono il bambino a perdere il riferimento in se stesso e a dipendere da stimoli esterni, in tal modo, egli si troverà smarrito di fronte a qualsiasi problema che gli richieda di guardare dentro se stesso e cercherà in tutti i modi di fuggire dalla sua vera situazione interiore.

I programmi Tv evocano in lui molte paure, ma non gli forniscono gli strumenti affinché egli possa autonomamente elaborarle.”

Mentre in passato le sue insicurezze e paure erano interne alla sua stessa psiche e nella vita semplice che conduceva tutti i giorni, non così influenzata e sviate come oggi che esiste il collegamento del web che ci rende tutti cittadini del mondo partecipi contestuali di ogni cosa.

La vita ora è più tecnologica e farne a meno significa anche creare disparità, emarginazione, allontanamento del gruppo.

Scelte consapevoli che può fare un adulto ma che il bambino sostiene con più difficoltà perché in realtà egli vuole essere considerato come il suo pari ed avere le stesse opportunità di strumentazioni e tecnologia a disposizioni.

Per non parlare poi dei genitori narcisisti e competitivi che fanno a gara tra di loro su quali oggetti di ultima generazione e super costosi abbia il figlio che magari altri non hanno.

Da qui è facile comprendere il mio pensiero: quando una buona educazione, che sia non solo diretta all’ampliamento della cultura ma sia soprattutto un’educazione di vita, di stile e di semplicità, nel massimo rispetto per la natura e per i bisogni dell’essere umano per sentirsi bene ed in pace con se stesso, non appartiene ai genitori è difficile che i figli l’apprendano spontaneamente.

Pertanto, a differenza della Randazzo, sostengo che i figli di oggi sono il risultato delle scelte volute e consapevoli dei genitori, ed è su quello che si deve puntare per migliorare l’esistenza dei piccoli, altrimenti è inutile pensare di curare un ramo dell’albero e lasciar marcire le radici.

Osserva lo studioso Adolfo Fattori, che ci troviamo ad avere a che fare con: “Bambini sempre più soli, sempre più assorbiti, in mancanza di meglio, dall’altro fondamentale elemento del transito verso la società postindustriale: la televisione.

Bambini che percepiscono gli adulti a loro vicini come esseri sempre più distanti, indifferenti, sconosciuti – e che, per forza di cose, finiscono per confondersi con i vari modelli esibiti dai media.… di fronte – grazie ai media basati sull’immagine – ad una profonda trasformazione antropologica, che si abbatte sulle strutture della conoscenza: sul nostro modo di esperire il mondo, di concepirlo, di descriverlo.”

La vita emotiva del bambino rischia di diventare sempre più arida e focalizzata sugli oggetti materiali o sulla competizione, attraverso la Tv , il bambino sperimenta con maggiore pericolosità la doppiezza della cultura in cui vive.

I genitori gli vietano l’aggressività, che egli assorbe copiosamente dalle produzioni televisive, il controsenso educativo parte sempre dai genitori, che sgridano il bambino che aggredisce un compagno di giochi, ma gli permettono di vedere per diverse ore tutti i giorni cartoni animati violenti, giochi col pc o l aplay station violentissimi (dove ogni 10 secondi si deve per forza ammazzare qualcuno).

I genitori non dovrebbero accusare i bambini di essere troppo aggressivi, ma mettersi davanti ad uno specchio ed avere il coraggio di ammettere che loro stessi sono aggressivi, fortemente competitivi, narcisisti ed adorano insegnare ai loro figli l’aggressività.

Dopo questo primo esame di coscienza personale si possono permettere di sgridare il figli, perché la più importante fonte educativa per un bambino è l’esempio che vede ogni giorno fatto dai genitori.

Il bambino di età inferiore agli otto anni ha fantasie di onnipotenza e per questo percepisce con fastidio i divieti genitoriali, di conseguenza egli sarà indotto ad avvicinarsi maggiormente al mezzo televisivo, per l’inconscia ribellione alle regole che gli vengono imposte.

Le ambiguità culturali fanno si che il bambino assuma una ‘maschera’, che gli consenta di essere socialmente quello che la società gli chiede di essere, cioè reprime le proprie pulsioni.

Tuttavia, essendo tali pulsioni sovrastimolate, ed essendo ostacolato il suo progresso emotivo, egli è pericolosamente esposto ad agire negativamente le proprie pulsioni, qualora le situazioni glielo consentissero.

Ad esempio quando di trova in messo al gruppo dei suoi pari per avere il loro consenso farà qualunque cosa essa propongano di fare, l’aggregazione a delle sue regole molto specifiche che il piccolo può solo osservare passivamente, non è ancora un adulto in grado di comprendere da che parte stare e fare una scelta di ciò che è bene o male per lui e per gli altri.

I programmi televisivi che esaltano la forza fisica e la lotta lo inducono a credere che per sentirsi adeguato deve prevalere sugli altri, mentre le possibilità di vera elaborazione emotiva ristagnano.

Egli sarà indotto a sviluppare un’esclusiva attenzione verso se stesso e ciò lo renderà incapace di vera empatia verso l’altro.

Le produzioni giapponesi o americane, che tanto piacciono ai bambini, e non solo, che si basano sulla diade amico/nemico e su trame piene di lotte e di mostri crudeli, se guardati ripetutamente o giornalmente, dopo poco tempo possono entrare a far parte della realtà immaginativa del bambino, che sarà quindi pregna del senso di dover lottare con violenza per non soccombere. Un bimbo di pochi anni, che attraverso queste produzioni avrà già visto corpi straziati, lotte furibonde, guerre e crudeltà di ogni genere, avrà conseguenze sulla sua giovane mente.

Le storie violente sono accentrate sulla lotta fra i diversi personaggi: uno o più ne usciranno vittoriosi, ma gli altri periranno e spesso in maniera cruenta, dolorosa edopo una prolungata agonia.

Fateci caso cari genitori prima di lasciare il vostro bambino da solo davanti a dei semplici cartoni animati.

Tra l’altro il messaggio fondamentale di queste produzioni è quello di escludere il mezzo pacifico per la soluzione dei problemi, la tendenza a porre nemici disumani, mostruosi oppure cibernetici accresce l’idea dell’ineluttabilità della guerra.

La violenza attrae il bambino, il combattimento, vivace lo cattura, secondo il sociologo Wolfgang Sofsky, la violenza dello schermo attrae e al contempo è assai dannosa: “Nonostante il disgusto e l’avversione, lo spettatore viene catturato dalle passioni suscitate dalla violenza, che conquistano i sensi, l’udito, la vista, l’anima…

Basta un solo attimo e le sue resistenze interiori crollano. La vista del sangue scatena eccitazione, estasi, entusiasmo, il desiderio di altro sangue.

Lo spettatore diventa schiavo della crudeltà…è la violenza stessa che cattura lo spettatore. Essa agisce come un veleno.”

Molti studi, dagli anni Sessanta fino alla fine degli anni Novanta, hanno provato che c’è un diretto legame fra aggressività in bambini di età scolare e quantità di violenza che essi vedono attraverso i media.

Secondo Bourdieu gli effetti nocivi della violenza televisiva sono ancora più pericolosi per la mente dei bambini: “I pericoli politici inerenti all’uso ordinario della televisione derivano dal fatto che l’immagine ha questo di specifico: può produrre quello che i critici letterari chiamano l’effetto di realtà, può far vedere e far credere a ciò che fa vedere. Questo potere di evocazione ha effetti mobilitanti: può far esistere idee o rappresentazioni, ma anche gruppi.”

Secondo John Murray, della Kansas State University, le immagini violente percepite dal bambino hanno effetti devastanti sulla sua psiche: “Sono attivati l’emisfero destro e alcune regioni bilaterali, le stesse che intervengono quando viene percepita una minaccia”.

In tal modo il bambino sperimenta e interiorizza la violenza, che produce in lui almeno tre effetti: paura, assuefazione alla violenza e aggressività, ma può anche produrre senso di insicurezza e difficoltà ad affrontare esperienze di vita reali.

Murray ha analizzato i processi emotivi e neurorali in una ricerca per conto della School of Family Studies and Human Services della Kansas State University.

La ricerca porta alla conclusione che le scene violente prodotte nei programmi per bambini sono ancora più nocive delle scene di violenza che il bambino può vedere al telegiornale:  tutte le trasmissioni che contengono scene di violenza facilmente replicabili… sono vicine alla realtà dei bambini, programmi in cui l’aggressività non ha effetti permanenti.

Per esempio, i cartoni animati dove pugni, liti e zuffe non hanno alcuna conseguenza, per di più la colonna sonora propone una sequenza di risate che rendono il messaggio doppiamente negativo.

L’idea è che la violenza rientri nella normalità… Dal punto di vista mediatico, la guerra in Iraq è stata meno violenta di altre trasmissioni.

Non c’erano tracce di sangue nei filmati mandati in onda. Venivano inquadrati i fucili ma la camera sorvolava sulla destinazione dei proiettili. La censura ha influito sulla copertura dell’evento da parte di giornali e telegiornali. Gli operatori non hanno mai mostrato i due campi di battaglia e non sappiamo quante persone siano morte.

Certamente i bambini hanno colto la negatività della guerra, la sofferenza dei civili pur non vedendo nulla di raccapricciante… a differenza dei cartoni violenti.

La violenza è una miscela di molti ingredienti. È provocata dall’assenza e disattenzione dei genitori, da povertà e discriminazione.

Ma la Tv ha un ruolo più incisivo perché perpetua la violenza, mitizzandola e insinuandole intorno un alone di approvazione. L’esposizione continua ha conseguenze psicologiche sui minori.

Le produzioni per bambini, cinematografiche, televisive o ludiche, hanno sempre avuto una certa dose di induzione all’aggressività o all’accettazione della guerra. Basti pensare ai classici soldatini o al gioco dei pirati.

Tuttavia, negli ultimi due decenni, le produzioni ludiche e televisive dirette ai bambini hanno acquisito caratteristiche assai più inquietanti e destabilizzanti.

I vecchi cartoni come Pippi Calzelunghe, Nonna Abelarda, i Puffi ecc., sono stati soppiantati da produzioni in cui molti personaggi non sono né umani né animaleschi, si tratta di mostri con poteri altamente distruttivi e imprevedibili.

Per tale motivo insisto tanto nel tornare alla semplicità delle cose, delle favole antiche, dei giochi semplici di una volta, fatti con mamma e papà, perché è nella semplicità che sta la vera cultura e la formazione che ti renderà adulto forte, consapevole e soprattutto dotato della facoltà di saper scegliere e non uniformarsi e conformarsi alla moltitudine della massa.


[1] Articolo  di Antonella Randazzo: “Bambini psico-programmati – Manipolare l’esistenza senza farsene accorgere” pubblicato in data 27 dicembre 2006   sul sito: https://www.disinformazione.it/bambini_psicoprogrammati.htm

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