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Col Mobbing, il bullo si fa adulto

Il mobbing è la pratica adulta del bullismo dagli adolescenti.

Si può pertanto dire che colui che fa mobbing su un dipendente o un sottoposto è un bullo vero e proprio, sicuramente lo è stato nell’adolescenza e nella fase adulta attua lo stesso schema anche nel luogo di lavoro.

A quanto pare l’avanzare dell’età non ha portato ad un sano sviluppo mentale ed emotivo di disagi tipici dell’adolescenza, trasformando la persona adulta, immatura ed incapace a tollerare le situazioni di crisi o di stress, nello stesso despota molesto che era precedentemente nell’ambiente scolastico.

Non sorprende che l’abusatore abbia dei precedenti simili nella vita e che attraverso di essi abbia caratterizzato il percorso delle sua esistenza.

In un mio articolo, dopo aver parlato della condizione personale del bullo e della vittima, e della necessità che nelle scuole le grafie degli alunni siano sottoposte a periodiche verifiche per evitare o prevenire tali problematicità, descrivo alcuni segni grafologici del bullismo rilevatori del tipo bullo e della vittima.

I segni grafologici possono anche evidenziare il rapporto tra colui che attua l’abuso e la molestia sul lavoro e chi la subisce, proprio come avviene tra il bullo e la sua vittima, trattandosi della medesima situazione di abuso di un soggetto più debole.

Secondo lo psicoterapeuta Heinz Leymann che per primo nel 1966 ebbe a fare uno studio specifico sul punto, tracciando dei criteri per identificare l’atteggiamento del bullismo o del mobbing, egli riconosce in 5 le condizioni che necessariamente devono sussistere per identificare tale tipo di atteggiamento violento e deleterio.

L’aggressione deve essere dannosa.

Per aggressione si intende un’azione violenta diretta ad una persona e realizzata per causargli un danno, che sia di tipo materiale, come danneggiare un suo bene, un capo d’abbigliamento, oppure un’aggressione di tipo verbale, consistente in un’ingiuria vera o propria o una battuta che comunque mette in ridicolo, sminuisce, schernisce la vittima davanti ad altre persone, per distruggere la sua considerazione, la stima che gli altri hanno di lui sul posto di lavoro ma anche in altri ambienti se ad esso collegati perché l’aggressore li frequenta entrambi.

L’aggressione deve essere protratta nel tempo.

L’intento violento o diretto a mettere in ridicolo o sminuire non si deve verificare una sola volta ma deve appartenere ad un piano più ampio, realizzato nel tempo, giorno dopo giorno, occasione dopo occasione.

È il reiterarsi della condotta negativa che permette un giudizio intenzionale di un progetto che va al di la di una sola azione, ma diventa uno stile di vita, un’abitudine che prende sempre più piede.

Tende ad aumentare d’intensità.

Col passare del tempo gli atti del mobbing diventano sempre più frequenti e spesso aumenta anche il danno o la lesività dell’azione. La cattiveria aumenta sempre di più perché verifica che nessuno ostacola tale suo comportamento, quindi si sente pienamente legittimato nel farlo.

Impossibilità di difendersi.

Chi la subisce si trova spesso nella condizione di non sapere come difendersi, sia per la difficoltà di dimostrare gli intenti malefici del tiranno sia perché intorno a se si crea un vuoto umano fatto di silenzi ed omertà, a cui partecipano tutti coloro che assolutamente non vogliono essere coinvolti, e tale menefreghismo degli altri è il fattore principale su cui si basa la tirannia dell’autore.

Come nel caso del bullismo lo stesso vale nel mobbing, l’omertà di tutti coloro che assistono e non dicono o non fanno nulla permettono al tiranno di continuare con il suo subdolo e meschino atteggiamento.

Se ci fosse una maggiore unione e più coraggio da parte di tutti, queste azioni esecrabili non si verificherebbero.

Il silenzio che crea omertà permette sempre il prodursi di azioni criminose, in questo caso è il silenzio che crea approvazione, che fomenta e che suggerisce le azioni indegne.

Chi si trova ad essere vittima non solo non sa come dimostrare il mobbing, perché nessuno si presta in suo aiuto, come testimone, con una presa di posizione decisa, ma si ritrova completamente solo ed isolato dal suo ambiente.

Tutti gli altri che fanno parte dello stesso ambiente lavorativo, pur di non ritrovarsi nella stessa condizione della vittima, cercheranno non solo di allontanare il disagiato ed a prendere le distanza, ma qualcuno arriva addirittura a lodare il comportamento dell’abusatore, pur di farselo amico.

Appare chiaro che l’ambiente di lavoro non è solo il luogo in cui vi operano persone mature e colte, ma spesso anche immaturi ebeti che fanno del loro piacere personale la tortura di coloro che sono costretti a subire.

Chi subisce nella maggior parte dei casi lo fa non perché è incapace di reagire ma perché teme la perdita del lavoro, con cui sa benissimo

A causa dell’isolamento, per la mancanza di materiale scritto che possa provare l’abuso, l’assenza di testimoni a favore, che se ne guardano bene dall’essere coraggiosi, mettono la vittima nella condizione di non potersi difendere.

Solitamente queste situazioni si protraggono per anni portando la vittima a dei veri e propri malesseri fisici, somatizzati, connessi con il disagio mai risolto.

L’intenzionalità del danno alla vittima.

Non ci sono dubbi nel ritenere che il fine ultimo, l’intento principale del molestatore è quello di danneggiare economicamente, emotivamente e psicologicamente la sua vittima.

Può non esserci un concreto motivo o giustificazione a monte perché spesso la cattiveria delle persone non ha bisogno di un buon motivo per essere realizzata, basta il piacere di arrecare danno e di grafiti carsi nell’averlo provocato.

Va da se che tali persone sono molto seriamente disturbate e vanno curate, ma se non si crea lo spunto con una condanna difficilmente lo faranno spontaneamente.

Heinz Leymann individua inoltre due tipologie principali di mobbing, a seconda dei piani su cui si può sviluppare:

Il mobbing verticale: viene messo in atto da parte dei datori di lavoro verso i dipendenti per indurli a licenziarsi da soli, schivando così eventuali problemi di origine sindacale. È il caso dei superiori o dei dirigenti che rendono la vita del loro sottoposto un vero inferno.

Il mobbing orizzontale: viene messo in atto dai colleghi di lavoro, di chi ha la stesse mansioni lavorative, ma vuole prevalere sperando in un avanzamento di carriera, così cerca di realizzarsi a danno del collega preso di mira, può essere anche la gelosia per migliori risultati raggiunti da altri, il fatto che abbiano qualità o doti migliori o che abbiano dato prova di aver capacità organizzative particolari.

Una indagine svolta in Europa ma risalente al 2012, pertanto datata, sul luogo di lavoro evidenzia un dato allarmante, il 14% dei lavoratori europei dichiara di essere stato vittima di comportamenti vessatori, deleteri, offensivi, sminuenti la persona o il suo lavoro, rimproveri ingiusti fatti davanti ad un pubblico, il tutto sul luogo di lavoro.

Va precisato che il comportamento vessatorio è l’azione molesta, denigratoria, uno dei tanti strumenti usati per realizzare l’ampio progetto del mobbing.

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