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Come capire se lui o lei ti ama?

L’amore non è soltanto l’intensità affettiva che ci lega all’altro, è dipendenza dal partner, è la risposta nel suo attaccamento e nell’intensità del dolore provato nel momento in cui ne siamo privati, anche se solo temporaneamente.

É quindi vero il detto che si comprende quanto amore abbiamo per una persona quando ne siamo privati.

Una delle tecniche usate nella terapia di coppia è la valutazione, con occhio esterno e disinteressato, proprio di tale forma di attaccamento nei partner e di come viene gestita, e l’eventuale risposta di intensità negativa durante la fase di separazione o solo dell’idea di essa.

Per fare un piccolo test basta ripensare ad un momento di difficoltà e a chi è stato rivolto il nostro primo pensiero, cioè chi è stata la persona a cui abbiamo pensato prima di tutto il resto.

I momenti di dolore, di forte stress emotivo o di forte tensione aprono le porte delle nostre emozioni più profonde ed inconsce, al nostro bisogno di essere assicurati dalla presenza dell’altro e dalla sua disponibilità ad aiutarci e ad esserci vicino.

Sempreché la dipendenza dall’altro sia una condizione accettata, perché la paura di rimanere soli o di essere abbandonati può indurci ad allontanare la persona, o a non esserne mai coinvolti a fondo, proprio perché temiamo la sofferenza dell’abbandono e ci costringiamo ad evitare una situazione simile.

Non ce ne rendiamo conto ma determinante nella scelte affettive e nella costruzione dei rapporti con il partner è il tipo di relazione avuta con la madre nei primi mesi di vita.

Parlo di “madre” perché è la persona che partorisce il piccolo e che lo allatta.

Un bambino può essere allevato ed accudito felicemente e serenamente da un altro adulto, ma nella mente del bambino privato dalla relazione positiva con la madre biologica rimane il trauma della separazione e privazione del rapporto primario.

Trauma superabile, ma è comunque un trauma latente nella nostra memoria, seppellito nei ricordi incoscienti.

Se il rapporto col medesimo corpo che ti avvolge durante la gestazione o durante l’allattamento è interrotto, tale interruzione crea una ferita, la ferita e l’angoscia di essa è facilmente superabile se si riceve adeguata attenzione ed assistenza da un altro adulto, ma il ricordo di essa rimane, innegabile.

Questo non deve spaventare, la vita è fatta di traumi superabili ed affrontabili, tutto sta nel creare delle appropriate modalità compensatorie e soddisfattorie dell’elemento mancante.

La stessa nascita è un trauma perché usciamo da un grembo protettivo ed ovattato che ci protegge dal mondo esterno, la prima caduta a terra è un trauma perché sentiamo dolore e ci rendiamo conto del vuoto, il primo giorno di scuola è un trauma perché siamo costretti a stare con estranei per molte ore lontano da casa e dalla nostra famiglia.

Non parliamo del nostro primo innamoramento…

Traumi superabili, che fanno parte della nostra crescita, che ci aiutano ad andare oltre e a diventare grandi, delle persone mature, autonome, indipendenti ed in grado di costruire il mondo al di fuori dell’alveo materno.

Ciò non toglie che le modalità e i gesti che abbiamo riconosciuto quando i nostri sensi si sono dovuti sviluppare a seguito della nascita, sono i gesti che riconosciamo e ricerchiamo durante tutto il corso della nostra esistenza.

Di conseguenza, una madre presente, calorosa, affettiva e disponibile crea appagamento e soddisfazione nel piccolo, questi sarà meno intimorito nella ricerca e nella disponibilità a concedersi affettivamente ad un partner.

Diversamente, una madre assente, mancante nelle cure o con risposte inadeguate per le esigenze del piccolo costringerà quest’ultimo ad instaurare dei meccanismi compensativi e ad imparare ad essere indipendente in una fase prematura ed ancora incapace nell’affrontare l’evoluzione verso il mondo esterno.

Al contrario un rapporto troppo opprimente ed asfissiante costringerà il piccolo a non cresce lontano dalla genitrice, a non maturare come persona, a non sviluppare le capacità di adattamento essenziali per uscire dal grembo materno staccando il cordone ombelicale per entrare nel mondo, quindi avrà necessità di mantenere un rapporto simbiotico con la madre o il ricordo di essa, anche quando questa non ci sarà più.

Tutto dipende, quindi, dal tipo di rapporto che abbiamo avuto con la madre nei primi mesi di vita.

Il rapporto adulto nella fase matura è semplicemente la ripetizione delle modalità instaurate con la madre, positivo o negativo che sia, o l’assenza della stessa, riproducendo inconsapevolmente l’imprinting avuto nella fase neonatale, momento in cui sviluppiamo il nostro modo di relazionarci con l’esterno e sopratutto con gli altri.

La teoria dell’attaccamento è stata proposta per prima da Jonh Bowlby che ebbe a valutare il rapporto madre-figlio e l’incidenza che questo aveva nella fase evolutiva, maturativa e nello sviluppo delle psicosi.

Prima di lui altri, come Freud, avevano elaborato delle teorie sulla strutturazione del rapporto madre-padre-figlio, ma quello di Bowlby è più esplicativo delle modalità di riformulazione del legame affettivo primario.

La qualità e le modalità gesto-affettive con la madre si ripetono nel rapporto col partner.

L’allieva Mary Ainsworth ebbe ad elaborare una tecnica molto efficace, la “strange situation“, per valutare il tipo di legame con la madre, per mezzo di essa si testava e monitorata l’intensità del dolore della separazione o della privazione della madre è la capacità compensativa del piccolo a saturare tale disagio spostando l’attenzione verso altro.

Il modo con cui il bambino reagiva all’allontanarsi della madre faceva capire all’osservatore non solo l’attaccamento e lo stato di dipendenza da essa, ma anche la capacità di adattamento alla nuova situazione a seguito della privazione, cioè con quali tempistiche e con quali strumenti esso sostituiva tale pensiero attraverso lo spostamento dell’attenzione e la curiosità di un altro gioco nella stanza o su un’altra persona ivi presente.

La strage situation e efficace nell’attestare qualunque tipo di legame affettivo, anche quello adulto.

E qui si ritorna al discorso di come possiamo testare l’amore e la dipendenza (perché è di questo che stiamo parlando) del nostro partner.

Il rapporto che il bambino aveva con la madre si ritrova ripetuto a specchio nella coppia nell’età adulta.

L’adulto utilizza diverse modalità di manifestazione della dipendenza con l’altro, più matura e consona alle esigenze sociali, ciò non toglie che si attuino nel rapporto di coppia le regole affettive apprese nei primi mesi di vita, e che si rinnovano con le scelte più mature.

Perciò possiamo molto semplicemente capire quanto amore siamo disposti a dare e quanto ne riceviamo nel modo in cui sentiamo l’altro o la mancanza di questo.

Non è necessaria la vicinanza fisica, basta il pensiero a creare un legame affettivo ed una dipendenza.

Siamo mentalmente uniti all’altro quando lo pensiamo spesso, quando ci riferiamo a lui nei nostri progetti e quando lo pensiamo nel momento delle nostre scelte.

Dall’altra parte possiamo verificare tale affettività/dipendenza nell’altro.

Siamo presenti nei suoi pensieri? se siamo assenti parla comunque di noi?

Abbiamo una risposta nei fatti, non nelle parole, che siamo necessari all’atro in ogni aspetto della vita o in ogni situazione?

Le stesse sensazioni che noi proviamo possono essere ricercate nell’altro, ma le dobbiamo percepire non sentire verbalmente.

L’altro ci può mentire con le parole, ma non ci può mentire il suo corpo, il suo sguardo e il suo atteggiamento.

La mente è in grado di articolare un linguaggio programmato alla menzogna, il corpo reagisce d’impulso, senza nessuna artefazione nè mediazione.

Così succede nella scrittura, che è un gesto spontaneo, immediato, diretto.

Si può interpretare la personalità attraverso la grafia perché non esiste una programmazione dell’atto scrittorio, così come il nostro corpo può reagire lontano da ogni logica e razionalità.

Tutto sta nell’interpretare adeguatamente le risposte che riceviamo dall’altro.

Impariamo ad ascoltare l’altro come sentiamo noi stessi.

Impariamo a comunicare col linguaggio del corpo perché questo non ci mentirà mai.

Se siamo sereni perché percepiamo positività e risposte adeguate non abbiamo timori, ma quando le sensazioni negative si accavallano nella nostra mente, e non sono la risposta psicotica di una gelosia immotivata, allora dobbiamo cercare delle risposte, e le risposte sono davanti a noi, basta ascoltarle.

2 Comments

  1. Gian luca ha detto:

    Ciao mi chiamo ……gian luca e sono nato ………. frequento da un mese una donna che penso mi voglia tanto bene….lei mi dice che sposata e che sta bene col marito…secondo me mi ama anche e nn so che cosa fare lei si chiama ……………. spero che mi ami x come la penso…!

    • Caro Gian Luca, come vedi ho tolto tutti i riferimenti personali di altri ed i tuoi che non dovresti mettere in rete per questioni di privacy,
      Per quanto riguarda il tuo probelma ti ho risposto privatamente proponendoti una soluzione.
      Attendo una tua decsione, nel frattempo ti auguro buona giornata
      Marilena

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