Come il cervello riconosce il rischio e non lo scorda

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Tutti noi sentiamo spesso parlare del “trauma” riferito a delle situazioni di disagio, che creano turbamento o degli eventi che ci feriscono in modo particolare e che ci segnano indelebilmente, sia che ne siamo coscienti ma anche in maniera inconscia ed inconsapevole.

Per trauma si intende un evento o una serie di eventi o situazioni che si sono succedute nel tempo, di una gravità tale che mettono in seria minaccia la struttura corporea e psichica della persona, perché innescano paura, ansia, timore, incapacità di superare il dolore e ricreare una situazione di adattamento.

Stephen Porges ci spiega ciò che accade, a partire dal ruolo del sistema nervoso autonomo che regola tre stati fisiologici, ognuno dei quali corrisponde a uno specifico livello di sicurezza in relazione al pericolo.

Istintivamente quando ci sentiamo minacciati attiviamo il primo livello, il coinvolgimento sociale, andando a chiedere aiuto, supporto e conforto alle persone che ci circondano.

Questo sistema dipende dai nervi che originano dal tronco encefalico e che vanno ad attivare i muscoli del viso, dell’orecchio, della gola consentendoci di urlare, fare smorfie di paura e ascoltare se ci sono risposte di soccorso in arrivo.

Se nessuno risponde alla richiesta oppure non abbiamo il tempo necessario di chiederlo perché il pericolo è imminente, l’organismo ritorna ad una modalità meno relazionale ma più primitiva di sopravvivenza che va a costituire il secondo livello ovvero l’attacco o la fuga.

Mentre il primo è esso stesso risposta ad un attacco, la seconda si innesca quando cerchiamo di metterci al riparo dal pericolo.

In questo ci viene in aiuto il sistema limbico che a sua volta attiva il sistema nervoso simpatico mobilitando muscoli, cuore e polmoni per consentire un rapido scatto.

Ma se non abbiamo possibilità di fuga? Allora entra in gioco il terzo livello, corrispondente allo stato del congelamento o collasso.

L’organismo cerca di preservarsi e si spegne andando in risparmio energetico grazie al ruolo del nervo vagale dorsale complesso che, ramificandosi dal diaframma allo stomaco, fegato e intestino, riduce il metabolismo in tutto il corpo.

La sensazione più comune è quella del “tuffo al cuore”, il respiro si blocca, l’intestino smette di funzionare ed è a questo punto che stacchiamo la spina, congeliamo e collassiamo, la sensazione principale è quella di cessare di esistere, le persone intorno svaniscono così come il dolore fisico.

Mentre i primi due livelli sono gestiti dal cervello mammaliano, che cerca di mantenerci coscienti e preservarci dallo spegnimento, il collasso è opera della parte rettiliana, il sistema di emergenza di base.

Generalmente quest’ultimo si attiva quando non c’è possibilità di fuga: blocco da parte di un aggressore, impossibilità di un bambino di scappare da un caregiver violento oppure difficoltà di muoversi a seguito di un incidente.

I problemi maggiori si presentano dopo un evento traumatico.

Se la mente può celare, rimuovere o nascondere tutto dietro un’amnesia, soprattutto nel caso dei più piccoli, il corpo no, così come la percezione perché a seguito il sistema nervoso lavora in modo differente, sempre attivato verso la valutazione del pericolo (neurocezione) e verso il mantenimento di una condizione di sicurezza.

Per una persona traumatizzata tutto è un potenziale pericolo una semplice passeggiata, un viaggio in auto, un volo, una serata tra amici, una carezza, un nuovo lavoro.

Per garantire a queste persone di vivere una vita serena e coerente con i vissuti interni ed esterni è necessario ricablare, rimodulare il sistema di allerta, facendo sì che esso agisca quando è necessario per evitare che crei un danno fisico,  perché la persona traumatizzata presenta una muscolatura costantemente irrigidita e dolorante, diaframma bloccato e ipervigilanza ad ogni minimo stimolo.

Per natura i mammiferi, e con essi gli umani, mantengono un minimo stato di guardia attivo ma quello delle persone traumatizzate è costantemente acceso ai massimi livelli.

Finché questo sistema di allarme non si spegne almeno ogni tanto sarà difficile amare, condividere, fidarsi, fare tutte le cose che si facevano prima serenamente e senza troppi timori, ritornare insomma ad essere liberi dalla paura.

Se poi i traumi sono ascrivibili a maltrattamento fisico e verbale o abusi sessuali, riuscire a sperimentare un’intimità, che sia solo un abbraccio, è qualcosa di enorme perché basta un minimo tocco per attivare la risposta di attacco o fuga.

Chi è bloccato su una modalità di sopravvivenza utilizzerà tutte le energie per combattere nemici che non esistono, oggettivamente, ma ci sono, soggettivamente, l’energia convogliata per sopravvivere non può così essere impegnata nella cura e nel vivere i sentimenti.

Inoltre c’è il grande limite invalicabile della paura, del timore di dover soffrire nuovamente così intensamente, di provare le stesse drammatiche situazioni, di non sapersi più fidare non solo delle persona ma anche degli eventi e delle circostanze (vedi ad esempio il fatto che chi ha subito un incidente può avere il terrore a risalire nuovamente su un’auto, anche se l’autista è esperto e molto cauto).

In pratica ogni situazione viene catalogata come potenzialmente pericolosa anche se di fatto non lo è o non ci sono parametri oggettivi per darne contezza.

La difficoltà maggiore è quella di distinguere tra una situazione sicura e una situazione pericolosa, in quanto non si percepisce più la prima ma sempre e solo la seconda.

Ma c’è una via di salvezza, non è una passeggiata perché si passa in mezzo a sofferenze impensabili a volte ma con a fianco uno psicologo formato in traumatologia, un protocollo ad hoc e tanto, tantissimo coraggio il trauma si elabora e si può ricominciare a fare esperienze positive, perché il cervello ha una parte primitiva certo, ma ricordiamoci che viene costantemente plasmato dalle esperienze personali e se queste sono costruttive e “in sicurezza” allora ci sono buone probabilità di invertire il processo.

Come risponde il nostro cervello ad un evento pericoloso

Noi non rispondiamo ad un evento traumatico o scioccante con risposte causali o uguali tra loro, ma nemmeno la stessa persona ha delle risposte alle situazioni cosiddette a rischio uguali, perché esse variano a seconda del contesto ambientale, se siamo in compagnia di altre persone oppure da soli e soprattutto in considerazione dello stato emotivo in cui ci troviamo in quel momento.

L’intensità, il modo, e le caratteristiche della reazione variano a seconda dell’entità del fatto, del livello di rischio percepito e, soprattutto, dell’equilibrio psico-emotivo e cerebrale dell’individuo.

Ma analizziamo cosa succede nella nostra mente quando si trova ad affrontare una situazione rischiosa o pericolosa, per l’incolumità fisica o per la gravità che essa comporta.

Prima della reazione c’è la percezione e l’identificazione dell’evento.

Fin dagli albori della storia il rischio ha fatto parte della vita degli umani, eventi naturali, aggressioni da parte di altri uomini o di animali feroci, le guerre, le carestie, gli eventi climatici sfavorevoli, sono tutte condizioni che hanno costretto l’uomo ad adattarsi velocemente a trovare una soluzione se voleva sopravvivere.

Tale forza primitiva è in noi innata, non ce ne rendiamo conto sino a quando non siamo costretti dagli eventi a riprendere quella parte istintiva in noi assopita ma non dimenticata.

Per consentire la sopravvivenza il nostro cervello si è organizzato in modo tale da individuare e organizzare una risposta adattiva.

Così come il resto degli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno, odori, sapori, eventi, etc, anche quelli di pericolo passano attraverso gli organi di senso quali occhi, pelle, naso, e vanno dritti al talamo, un’area del sistema limbico, che gestisce quanto ricevuto trasformandolo in sensazioni. Quest’ultime hanno poi due vie da percorrere: una “breve” verso l’amigdala, che categorizza come rilevante  o meno l’informazione, e una “lunga” verso la corteccia prefrontale, la quale elabora e analizza in maniera consapevole ciò che sta accadendo.

Cosa succede se l’amigdala riconosce un pericolo? Per prima cosa invia il messaggio di emergenza al talamo e al tronco encefalico, che a loro volta sollecitano il sistema nervoso autonomo che di seguito secerne l’ormone dello stress, tra cui l’adrenalina e il cortisolo, per attivare l’organismo alla reazione, con la fuga o l’attacco.

I lobi frontali, quella porzione del cervello che si trova sopra i nostri occhi, sono più tranquilli ed equilibrati e prima di far reagire il corpo esaminano la situazione consentendo alla persona di bloccare la risposta immediata dell’amigdala aiutandoci a capire se si tratta di un falso allarme oppure no.

I lobi frontali si attivano generalmente quando l’evento attivante è di bassa intensità (treno in ritardo, traffico, scocciatore al telefono) e fanno sì che l’individuo organizzi una risposta coerente con il contesto.

Quando il sistema va in blocco

La reazione o l’individuazione di un evento stressante o pericoloso dipende dall’equilibrio tra questi due sistemi ma può succedere che questo meccanismo si blocchi e che non ci siano più risposte ponderate.

I lobi frontali vanno in tilt e la risposta al pericolo è prerogativa dell’amigdala, ovvero immediata e secondo due modalità: furia e trasalimento ad ogni minimo suono o frustrazione, o congelamento, se qualcuno tocca il corpo ad esempio.

Queste reazioni sono tipiche dopo un evento scioccante subìto o del quale si è stati testimoni, seguito dallo sviluppo di una vera e propria Sindrome Post Traumatica da Stress.

Il trauma aumenta il rischio di mal interpretare il significato di un evento, di una situazione, di espressioni facciali innocue facendo sì che l’individuo reagisca in modo violento come se fosse sempre minacciato e sotto attacco.

Chi ha subìto un trauma non è in grado di dare il giusto peso agli stimoli ambientali, e anche un trigger (evento attivante) neutro può far scatenare la furia o bloccare la persona.

Questo succede perché gli individui traumatizzati non riescono, dal punto di vista emotivo e cerebrale, a distinguere una condizione sicura da una pericolosa, soprattutto a seguito di un flashback legato all’evento: il corpo rivive il terrore, la rabbia e l’impotenza così come l’impulso di fuga o di attacco.

Così come durante l’evento reale, la capacità logica si blocca e le persone sono in balìa delle reazioni immediate; questo accade perché, così come durante un evento traumatico, durante un flashback l’area cerebrale destra rimane accesa mentre si spegne quella sinistra: ciò significa che la comprensione logica, la capacità di esprimersi con un linguaggio corretto e comprensibile e di organizzare coerentemente quanto accade viene meno, lasciando spazio all’esplosione di emozioni quali rabbia, terrore, paura, vergogna.

Inoltre nella rievocazione di un trauma è stata rilevata un’elevata produzione di adrenalina, responsabile dello scatto corporeo di attacco e fuga.

Mentre l’episodio traumatico è circostanziato, ovvero ha un inizio e una fine, la sua rievocazione non passa e continua ad essere rivissuta dalla persona, determinata da triggers che potrebbero presentarsi in qualsiasi momento del giorno o della notte.

Finché il trauma non viene elaborato la persona identifica come pericolose situazioni innocue, ma ciò è determinato dal fatto che l’organismo, e soprattutto la mente, non sono ancora stati aiutati a capire che il pericolo è cessato e si attivano come se si fosse sotto costante minaccia.

Per rimodulare il sistema e riprogrammarlo occorre affrontare una terapia psicologica che aiuti il soggetto ad elaborare il trauma subito e la paura che ne consegue per affrontarlo su un piano logico di effettiva valutazione del contesto, della pericolosità della situazione e di cosa fare in caso di necessità, imparando a reagire con l’intensità emotiva giusta in base alla effettiva importanza o gravità del rischio che stiamo affrontando.

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