Consigli pratici per i genitori che devono gestire il DSA

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Consigli pratici per i genitori che devono gestire il DSA

I bambini con disturbo specifico dell’apprendimento hanno, rispetto ai loro coetanei o compagni di scuola, che non patiscono particolari problemi o difficoltà, un concetto del sé generalmente molto negativo ed una bassa stima di se stessi.

Comprendono perfettamente la loro diversità, il limite delle loro capacità, ciò li fa sentire inadeguati, inetti, non simili ai loro coetanei.

Questa condizione emotiva e mentale frustra il senso di autostima e di considerazione personale, minando fortemente la valutazione della capacità che il bimbo ha di se stesso.

Il bambino percepisce le proprie difficoltà come dei limiti insormontabili, qualcosa di invalidante che lo rende diverso dagli altri in quanto incapace di rendere allo stesso modo dei coetanei.

Questo stato d’animo produce forme di ansia e di paura che possono innescare condizioni emotive e patologiche anche gravi, comunque le paure, il senso di vergogna ed inadeguatezza, fanno sì che il bimbo eviti le situazioni stressanti attraverso comportamenti disturbatori della classe, molestie, atti di bullismo, spostando in tal modo l’attenzione degli adulti e dei coetanei su quello che gli riesce bene, ad esempio atti di forza ed arroganza, rispetto a quello in cui è deficitario, come il compito scolastico.

Evitare il problema e l’esercizio è una modalità spesso usata nei bambini con patologia da DSA.

L’atteggiamento molesto, indisponibile o fastidioso è un modo del piccolo di esprimere la sua paura e vergogna nel non riuscire a portare a termine un compito, l’evitarlo è semplicemente la maniera più pratica per un bambino di evitare l’incombenza.

In alcuni casi ciò dipende da difficoltà nello sviluppare i processi di autoregolamentazione, in particolare un sistema interno di auto-ricompensa, per cui vi è da un lato la necessità, da parte dell’operatore, di introdurre rinforzi forti, dall’altra la presenza di una scarsa resistenza alla frustrazione.” [1]

In alcuni casi in letteratura è stata riscontrata una vera e propria “fobia scolastica“, definita dagli autori come una “particolare paura e avversione verso la scuola che si accompagna a reazioni emotive negative associata a qualche componente dell’ambiente scolastico (i compagni, la valutazione, un docente in particolare) e che coinvolge un 2% della popolazione scolastica, in particolare nei momenti di passaggio ovvero a 6 e a 11 anni.” [2]

Comprendere tale stato d’animo è estremamente importante per un genitori che deve qualificare e valutare il comportamento del figlio, e di grande d’aiuto quando dovrà attuare la terapia ed assistere il figlio nel percorso che è sopratutto emotivo e psichico oltre che di esercitazione pratica.

La terapia per essere idonea ed adeguata al caso deve tener conto della sofferenza personale del bambino, non solo di quella pregressa ma anche di quella che dovrà affrontare prendendo consapevolezza del suo limite e del suo deficit, dovrà essere impostata nel modo che sia per il piccolo meno invasiva e che punti a valorizzare le sua capacità ed attitudini pur rinforzando gli aspetti deficitari.

Gli studiosi consigliano un approccio famigliare al problema dove gli incontri ed i colloqui diretti coi famigliari sono il cardine fondamentale della terapia.

L’ascolto regolare dei genitori permette loro di attenuare i sensi di colpa, di affrontare, in parte, l’inevitabile ambivalenza nei confronti dello psicoterapeuta-consulente e del luogo della psico-terapia, di scaricare sulla persona del terapeuta una parte dell’aggressività diretta abitualmente nei confronti del bambino, di ricordare le speranze e/o le delusioni derivanti dal bambino, di meglio tollerare i movimenti affettivi suscitati in quest’ultimo dalla psicoterapia.” [3]

Rendere partecipativi e parte integrante della terapia è un altro aspetto fondamentale del trattamento.

In questo articolo alcuni consigli per i genitori su come reagire alla notizia del deficit di DSA.

Gli studiosi confermano che comunque è il colloqui ed il confronto diretto con le informazioni e le sensazioni dei genitori lo strumento importante con cui monitorare l’andamento terapeutico.

Sembra preferibile, il più delle volte, informare e consigliare i genitori, fidarsi della loro capacità di comprensione e di progresso, in una parola farne alleati e collaboratori fiduciosi, piuttosto che mantenerli nell’ignoranza e nella dipendenza.” [4]

In base alle modalità che si ritengono più appropriate gli autori consigliano una terapia collettiva o riservata e separata dei genitori, e degli altri adulti che collaborano alla gestione famigliare, rispetto al figlio da trattare.

Consigli possono essere dati di fronte a certe attitudini particolarmente inadeguate dei genitori.” [5]

I genitori non devono mai sentirsi sorpassati da insegnanti o terapeuti.

L’insegnamento più importante non è quello appreso durante le lezioni scolastiche, ma è quello della vita vissuta ogni giorno a stretto contatto con le persone che accompagneranno il bimbo per tutto il corso della sua esistenza, ben oltre l’orario della scuola.

L’educazione appresa dai genitori non è quella fatta di regole e norme da seguire, ma l’esempio pratico di uno stile di vita improntato sul rispetto di se stesso e degli altri.

Diversamente dagli insegnanti, e spesso in contraddizione con loro, i genitori devono trasmettere ai figli il valore del principio universale dell’apprendere e dell’imparare, che è cosa ben diversa dall’avere un buon voto a scuola o riuscire bene in una materia, ma è l’imparare dalla vita, dalle esperienza, dall’esempio degli adulti. [6]

Ogni genitore nell’affrontare il problema del deficit del DSA, come per qualunque altra disfunzione, dovrebbe prendere coscienza della circostanza che la patologia, come tutte le disfunzioni, è una condizione che non dipende da un errore educativo o dall’essere pessimi genitori.

Certamente è una patologia che può essere ereditata, come il colore degli occhi o dei capelli, quindi il genitore non deve assolutamente sentirsi in colpa per la condizione clinica del figlio, va accettata e affrontata con spirito ottimistico.

Ulteriore fattore consigliato dai terapeuti è quello di non escludere il figlio dal comprendere ciò che lo affligge e ciò che sarebbe opportuno fare per compensare il problema, anche se piccolo il bambino può perfettamente comprendere il fatto di avere un limite e di avere anche ampie opportunità e capacità per affrontarlo e gestirlo. [7]

[1] Cesare Cornoldi, Difficoltà e disturbi dell’apprendimento, Il Mulino, Bologna, 2007, pag. 255.

[2] Cornoldi, ibidem, pag. 260.

[3] Marcelli Daniel e Cohen David, Psicopatologia del bambino, Edra Masson, Milano, 2012, pag. 504.

[4] Marcelli Cohen, ibidem, pag. 505.

[5] Marcelli Cohen, ibidem, pag. 505.

[6] Spunti tratti dall’elaborato di Grandi Luca, Guida alla dislessia per genitori, pubblicato sul sito: http://www.aiditalia.org/Media/Documents-main/guida_genitori.pdf

[7] Spunti tratti dal sito: http://www.agiad.it/newsite/index.php?option=com_content&view=article&id=

28&Itemid=165

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