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Le abilità spaziali sono un gruppo di processi che consentono la corretta interazione dell’individuo con il mondo circostante: consistono nella capacità di percepire, agire ed operare utilizzando coordinate spaziali.

Lo spazio è ciò in cui sono immerse tutte le cose, elementi della natura o cose realizzate dall’uomo, ma quando in quello spazio si inseriscono delle persone, tale presenza umana modifica l’ambiente trasformandolo da “passivo” ad umano e richiede di impostare un tipo di relazione personale o interpersonale variabile a seconda della situazione.

Tutte queste posizioni vengono registrate attivamente, catalogate e metabolizzate dal soggetto il quale le organizza secondo un proprio schema personale adatto alle sue esigenze ed alle richieste che egli trasmette all’ambiente.

Ogni situazione può quindi variare in mille fattori e combinazioni, cosi per ogni soggetto che già di suo è una variabile unica ed irripetibile, con esigenze particolari e diverse da tutti gli altri.

 

La suddivisione dello spazio

 

Possiamo suddividere lo spazio che ci circonda in tre ambiti funzionalmente distinti, ognuno costituito da proprie rappresentazioni:

  • lo spazio corporeo o anche definito spazio personale,
  • quello di prensione (spazio peripersonale) che sta vicino al soggetto e che può gestire direttamente
  • quello lontano (spazio extrapersonale) (che coinvolge anche lo spazio temporale e quello ordinale, cioè il passato, il presente e la sequenza con la quale gli eventi accadono).

Vi sono molti canali sensoriali attraverso cui vengono acquisite le informazioni necessarie per l’interazione fra i diversi spazi: il canale enterocettivo, propriocettivo, vestibolare, tattile, visivo,  uditivo, olfattivo, gustativo.

La dimensione spaziale non si configura quindi come il risultato di una ricezione immediata e semplice della realtà esterna, ma come il prodotto di uno sviluppo estremamente complesso.

Ognuno di noi può muoversi nello spazio o utilizzando principalmente il proprio corpo come riferimento per l’esecuzione dell’azione oppure basandosi in modo prevalente su riferimenti esterni.

Molti soggetti, sia in età evolutiva che adulti, per problemi congeniti o per danni cerebrali, malattie o conseguenti a traumi subiti, degenerazioni neurologiche derivanti dall’avanzare dell’età, possono avere delle difficoltà nel percepire e nell’agire in funzione di coordinate spaziali.

Di conseguenza viene compromessa la capacità di cogliere sia le relazioni spaziali degli oggetti tra di loro, sia quelle esistenti tra il corpo e il mondo circostante.

Tutto ciò determina notevoli problemi di autonomia e di organizzazione della vita quotidiana, tali deficit, che possono essere più o meno importanti possono essere di due categorie, quelli recuperabili e quelli per cui il danno è ormai cronico, quindi i familiari devono tener conto di una situazione che col tempo potrebbe anche complicarsi e peggiorare.

 

La riabilitazione di tali capacità con la grafoterapia

 

Le attività riabilitative sono orientate alla funzionalità, tramite il rinforzo, il potenziamento o il recupero, di pattern precedentemente appresi di comportamenti o tramite lo stabilirsi di nuovi pattern di attività o di meccanismi di compensazione dei sistemi neurologici danneggiati.

Quando si parla della riabilitazione delle funzioni connesse alla capacità visuo-spaziale molto importante è l’intervento delle grafoterapia che oltre a ripristinare il gesto e tendere al recupero del gesto motorio connesso alla scrittura , ma anche oil recupero di quelle aree celebrali che sono connesse con la visione di un testo, l’ascolto di un linguaggio, la decodifica dello stesso, e la trasformazione in un altro codice diverso che è il linguaggio scritto.

E questo vale sia per i bambini in età evolutiva che per quelli più grandi, ma anche per adolescenti ed adulti ed addirittura consigliato per chi è già nella terza età per recuperare quei gesti che ha perso o sono diventati più difficoltosi.

Come vedete la rieducazione della scrittura non è solo una questione pratica connessa con lo scrivere ma è un allenamento, un ripristino di una funzionalità compromessa e che può essere recuperata con un percorso che impone innanzitutto la comprensione delle fasi e la loro attuazione.

Inoltre una serie di studi effettuati negli ultimi anni ha permesso di dimostrare che la capacità di eseguire determinati movimenti è strettamente connessa con l’abilità di pianificarli e programmarli, perché esiste una marcata corrispondenza, anatomica e funzionale, tra esecuzione e simulazione mentale del movimento.

Le abilità visuo-spaziali, nello specifico, si riferiscono alla capacità di integrare le informazioni che provengono dallo spazio percettivo, di utilizzarle e organizzarle per svolgere adeguatamente differenti compiti.

Tutti noi usiamo quotidianamente le abilità visuo-spaziali in svariate attività pratiche (orientarci, riconoscere un volto, cercare le chiavi, parcheggiare l’auto, ecc.).

Alcuni di noi hanno addirittura uno stile di apprendimento che privilegia il canale visivo-cinestesico  (in gran parte dipendente dall’emisfero destro del cervello, legato alle immagini e ad una percezione globale della realtà) rispetto a quello uditivo.

Gardner ha utilizzato il termine “intelligenza visuo-spaziale” per indicare esploratori, cartografi, architetti, ecc., cioè tutti coloro che si distinguono per il loro eccellere in determinate discipline e ambiti dove le abilità visuo-spaziali sono fondamentali.

Non è garantito che persone con questa intelligenza specifica siano bravi allievi, ottengano voti eccellenti, perché la scuola privilegia un apprendimento verbale, più lineare, più sequenziale e analitico.

Se tuttavia bambini con queste caratteristiche – essendo evidente che l’intelligenza spazio-visuale ha un intimo rapporto con l’immaginazione, intesa come capacità della mente umana di rappresentare qualcosa in sua assenza – venissero valorizzati sin dall’età più precoce, almeno non sprecheremmo un patrimonio di artisti, musicisti e scienziati in erba!

L’altra faccia della medaglia è quella relativa a chi, adulti e bambini, mostra abilità visuo-spaziali deficitarie.

Gli adulti forse, nella quotidianità, riescono ad adattarsi meglio dei bambini, trovano una propria “nicchia” professionale, e compensano le lacune dell’austostima facendo un bilancio di competenze che metta in luce, nelle scelte professionali, altre abilità.

 

Comportamento coi bambini deficitari

 

Un bambino con scarse abilità visuo-spaziali, pur perfettamente adeguato – anzi, dotato! – da un punto di vista verbale, presenterà difficoltà in tutte le materie scolastiche.

In matematica si avranno errori dovuti all’incapacità di incolonnare le cifre, per l’impossibilità di distinguere i segni operatori, ossia “+” e “x”, ecc.; in geometria è intuibile come possano esserci difficoltà nel riconoscere le figure, mentre nel disegno il bambino faticherà a rappresentare i corretti rapporti spaziali (avremo persone più alte di alberi e così via); in scienze non riuscirà a comprendere grafici e tabelle, né la relazione spazio-temporale tra gli eventi e il concetto di causa-effetto…

Ma anche in materie apparentemente “lontane” da questo dominio ci saranno peculiari difficoltà: nella lettura ci possono essere difficoltà a seguire il rigo, confusione tra lettere specifiche simili ma orientate diversamente nello spazio (“p” e “q” oppure “b” e “d”) ed infine sono probabili difficoltà di comprensione del testo quando è necessario collegare testo e immagini o se il brano ha un forte contenuto visuo-spaziale (sopra/sotto, ecc.)… e potete facilmente dedurre che se non si comprende un testo non solo non si riescono a risolvere i problemi aritmetici, ma non si riesce a studiare proprio nulla!

Le difficoltà si riscontrano ovviamente anche nell’orientamento e nella coordinazione della motricità grossolana e fine.

Tutto queste difficoltà, tradotte in insuccessi scolastici, in voti negativi, hanno pesanti ripercussioni sull’autostima del bambino e sul suo mondo relazionale.

Ecco allora che se diventa necessario prima di tutto osservare l’eventuale presenza di questi deficit il più precocemente possibile: a scuola a volte si effettuano screening specifici, con strumenti standard, ma può essere troppo tardi, e quindi spetta al genitore o all’insegnante motivato osservare i piccoli mentre giocano spontaneamente oppure sono messi di fronte a giochi scelti ad hoc.

L’osservazione va di pari passo con il potenziamento di queste abilità: possiamo lasciare il bambino libero di esercitarsi da solo, fino a quando alcune abilità diventano automatiche, oppure affiancarlo e stimolarlo a fare “qualcosa in più”, con difficoltà graduale, e quando vediamo che gli errori si ripetono, possiamo intervenire, accompagnarlo passo dopo passo con attività sempre più mirate.

Più il bambino è piccolo e più è semplice potenziare alcune abilità, colmare eventuali lacune, prevenire l’insorgere di ritardi e di disturbi veri e propri.

I bambini con Disturbo d’Apprendimento (tra cui si comprendono la dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia) sono anzi bambini con un’intelligenza nella norma, se non addirittura superiore, che hanno una difficoltà specifica, spesso circoscritta, che li penalizza in ambito scolastico e quotidiano.

Purtroppo loro non sanno come interpretare la difficoltà che si trovano ad affrontare; si vedono diversi dai compagni di classe, fanno più fatica, si stancano presto e la risposta che spesso si danno per dipanare la matassa è generalizzata a tutta la persona: “sono stupido” pensano, e questo stato d’animo negativo condiziona inevitabilmente i loro comportamenti, le loro azioni ed i loro pensieri.

In particolare, esiste un disturbo di apprendimento, il Disturbo Non Verbale, che è una condizione in cui sono presenti tutte le difficoltà scolastiche sopracitate, che non è ancora annoverato nei manuali diagnostici, quindi non esistono né riferimenti né le condizioni per formulare delle diagnosi cliniche, ma che è entrato nel campo di interesse di tutti coloro che si occupano di apprendimento a vario titolo, proprio perché ha svariate ripercussioni sull’adattamento personale e scolastico del bambino.

Soprattutto in questo caso, l’assenza di diagnosi non può e non deve diventare un alibi per non intervenire!

Quando esiste un disturbo di apprendimento scolastico, diagnosticato o meno, i genitori devono necessariamente allearsi con i figli nel training riabilitativo che verrà loro proposto dai professionisti e che, se li vede complici, sarà più semplice affrontare; devono resistere quando la noia, la stanchezza prendono il sopravvento; devono mostrarsi propositivi anche quando i figli si mostrano oppositivi perché fanno fatica e il compito è frustrante.

La situazione di disturbo va normalizzata, mostrando le difficoltà ma anche i punti di forza: solo se siamo onesti con i bambini li renderemo sicuri di sé stessi! In sintesi: non fingete che i disturbi non esistono, ma accogliete il malessere, premiate sempre l’impegno e mai il risultato, elogiate ogni piccolo passo in avanti mostrandovi entusiasti per ogni minimo miglioramento e non disperate per qualche giornata “no”.

Le difficoltà si possono superare con la volontà, la forza ed il gioco di squadra: ricordiamolo sempre!

 

Esercizi per genitori ed insegnanti

 

Le attività che genitori e insegnanti possono fare con i bambini per osservarli o per potenziare le abilità visuo-spaziali sono svariate e semplici; possiamo trovare spunti interessanti nei “giochi di una volta” o nelle riviste di logica ed enigmistica per bambini: pensiamo alla tombola, al Memory, alla battaglia navale, ai puzzle, al Tetrix, ma anche ad attività carta e matita come ricopiare figure di diversa complessità, tracciare labirinti, ecc.

Ognuna di queste attività è sostenuta da competenze cognitive differenti, è sufficiente variare un po’, saper decidere quando è ora di insistere dolcemente per far completare un esercizio e invece quando è bene interrompersi prima dell’insorgenza della noia o del rifiuto, senza andare in ansia di fronte ad eventuali difficoltà, senza amplificare i errori.

Ricordiamo sempre che il gioco ci aiuta a far affrontare le sfide dei bambini senza correre rischi per la loro autostima a patto che noi adulti metabolizziamo per loro i fallimenti nel modo corretto.

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