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Gli adolescenti “Hikikomori”

In Giappone si sta verificando uno strano comportamento adolescenziale di auto-reclusione nelle proprie abitazioni escludendo ogni tipo di vita sociale vissuta al di fuori delle mura casalinghe.

Una condizione non così eccezionale se si pensa che la tecnologia, l’utilizzo sfrenato di interne e della possibilità di comunicare coi simili soltanto attraverso i social è un metodo esistenziale ben noto anche ai nostri adolescenti.

In Giappone questi ragazzi che decidono liberamente di non uscire di casa li chiamano “Hikikomori” ,  il termine tradotto significa “stare in disparte”.

Sono giovani che da non meno di sei mesi consecutivi, se non addirittura oltre, non escono di casa, non hanno contatto coi loro simili, se non coi famigliari con cui convivono se non vivono singolarmente e fanno ogni cosa senza aprire il portone dell’ingresso: vivono segregati nella loro stanza, guardando serie TV o navigando in internet, accettando – e neanche sempre – come unico contatto quello dei familiari con cui condividono la casa, ordinano cibo ed ogni altra necessità col corriere, ogni cosa che può essere acquistata a casa può comodamente essere recapitata sino alla porta d’ingresso senza altro sforzo di dover uscire per recarsi negli store.

L’antropologa Carla Ricci, che si è trasferita in Giappone per studiare il fenomeno per conto dell’Università di Tokyo e che ha pubblicato il libro intitolato Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, afferma: «Gli Hikikomori hanno perso la passione per la vita. La vita che fanno è assolutamente alienante».

Un fatto, questo, che va a negare la predisposizione che generalmente anima i giovani, ossia la curiosità e l’entusiasmo verso il mondo che li circonda, la voglia di conoscenza e di conoscere persone, amici e di relazionarsi con loro.

In Giappone, dove questo fenomeno è nato ed è maggiormente diffuso, i giovani “Hikikomori” censiti sono circa un milione e mezzo, un numero veramente allarmante, tuttavia il timore è che il numero sia più elevato, ma che la vergogna delle famiglie d’origine tenda a non rendere noto il problema.

Per porre un argine al dilagare di questa “solitudine volontaria”, nel Paese sono sorti diversi centri di “riabilitazione alla vita sociale”: luoghi dove i ragazzi che decidono – dopo anni, talvolta decenni – di uscire dalla propria stanza possono gradualmente tornare a vivere in maniera normale, relazionandosi con altre persone e svolgendo qualche piccola mansione (a partire dal riordinare delle carte, per arrivare a cucinare e a fare attività complesse).

 

 

I giovani “Hikikomori” in Italia

 

 

I giovani “Hikikomori” non sono tuttavia soltanto giapponesi.

Anche in Italia il fenomeno sta prendendo – purtroppo – piede, nel maggio del 2016 Le Iene avevano dedicato un servizio a questo fenomeno ed anche da noi sono stati aperti dei centri che possano permettere alle famiglie ed ai ragazzi di avere un sostegno, un aiuto e dei consigli mirati.

Come i colleghi giapponesi, i giovani italiani che decidono di isolarsi dal mondo presentano quali caratteristiche dominanti la timidezza e l’introversione; tuttavia, rispetto agli asiatici si evidenziano anche importanti differenze: se la media dei giovani “Hikikomori” giapponesi ha circa 25 anni, in Italia l’età si aggira attorno ai 16 anni; inoltre, i giovani nostrani si dimostrano più introspettivi, ossia in grado di elaborare motivazioni più complesse per dare una spiegazione alla loro scelta di tagliare i ponti con l’esterno: mancanza di interesse, delusione verso le persone, incapacità di sostenere relazioni paritarie, timidezza, comodità, ma sono soltanto scuse di un disagio che porta ad una totale apatia verso l’esterno ed una vera e propria fobia sociale.

Uno studio eseguito in Italia ha verificato che gli adolescenti con tali problemi hanno un’età compresa tra i 12 e i 35 anni, sono tendenzialmente maschi primogeniti e trascorrono le giornate chiusi in casa,  evitando il mondo reale e  rifugiandosi in quello virtuale, fatto di libri e videogiochi.

Dormono di giorno e vivono di notte per non confrontarsi con l’ambiente esterno, fonte di paura e disagio, l’’isolamento può durare da alcuni mesi fino a diversi anni.

Si tratta di una sindrome nata sul finire degli anni Ottanta in Giappone, poi sviluppatasi anche in Europa e nel resto del mondo, provocata da aspettative elevate di famiglie benestanti che generano nei figli bassa autostima e il rifiuto di una società competitiva e soffocante.

Capire i sintomi di tale disagio non è sempre facile dal momento che i giovani iniziano a rifiutarsi di uscire adducendo come motivazione la mancanza di voglia e di interesse, e forse qualche genitore si sente più sicuro di avere un figlio più casalingo con tutti i pericoli a cui è esposto nella vita reale di tutti i giorni.

Però non dobbiamo dimenticare che amare la solitudine, essere pigri o timidi è una condizione naturale ed ampiamente giustificabile, mentre il rinchiudersi in casa per paura del mondo esterno è sempre qualcosa di patologico che andrebbe arginato e curato al più presto.

Perché di fatto, col tempo e la costante abitudine di rimanere in casa, questa “scelta” (almeno apparente) si trasforma in una vera e propria incapacità di porre i piedi fuori dal confine della propria stanza: la solitudine genera solitudine e il soggetto rimane, suo malgrado, “imprigionato”, incapace di relazionarsi col mondo esterno ed i propri coetanei.

 

 

Come aiutare i giovani

 

 

Una cosa comunque rimane certa: siamo tutti esseri sociali, persone che hanno bisogno di relazionarsi col prossimo, i giovani forse in misura ancora maggiore rispetto agli adulti, e il fatto di vivere da soli non è umanamente possibile.

Anche l’eremita che fa una scelta spirituale in realtà lo fa per mettersi in contatto diretto con la natura e con gli aspetti religiosi o spirituali della scelta, che è sempre giustificata da tale motivazione, mentre i giovani che si chiudono in casa negano a se stessi la loro più grande para quella del mondo esterno, degli altri, degli eventi imprevedibili.

Un aiuto concreto arriva sicuramente dalle persone più vicine, come i famigliari, i parenti o gli amici che comunque, anche sforzando a malavoglia l’adolescente restio ad uscire, gli offrono l’opportunità di entrare in contatto con la società e di mantenerlo nonostante le prime reticenze.

Il primo campanello d’allarme è il rifiuto di andare a scuola, poi ovviamente segue l’incapacità di trovare un lavoro e quindi anche la rinuncia alla ricerca dello stesso: è la fase precoce della sindrome, che nel giro di qualche anno potrebbe diventare un vero e proprio auto-isolamento.

I genitori sono portati erroneamente a considerare internet l’unica causa di questo disagio, in realtà, il virtuale rappresenta solo il motivo, l’incentivo a chiudersi in casa ma non è una dipendenza, le vere motivazioni della paura di uscire sono ben cosa diversa.

È stato comprovato che un ragazzo privato di una connessione alla rete ha maggiori probabilità di sviluppare una psicopatologia rispetto a un coetaneo che riesce comunque a comunicare con il mondo esterno, in molti casi, infatti, Internet rappresenta l’unico contatto che gli hikikomori hanno con persone estranee al loro nucleo familiare.

Sono due le cause che in Italia portano allo sviluppo della sindrome: una riguarda episodi di bullismo subìti in particolare durante le scuole medie; l’altra, invece, viene definita come il trauma del futuro, ovvero il timore che vengano disattese le grandi aspettative dei genitori nei confronti dei figli, convinti a sviluppare l’ambizione di diventare perfetti in ogni aspetto della vita.

Quando capiscono che coloro che gli stanno vicino vogliono aiutarli si tranquillizzano un po’, perché si rendono conto di non essere gli unici a soffrire di questa condizione, si sentono più normali, compresi e più coraggiosi nell’affrontare le loro difficoltà.

In tali casi è sempre dietro l’angolo la paura del fallimento, talmente elevata da impedire qualsiasi tentativo di dimostrare le proprie capacità, perché a forza di tirarsi indietro ad ogni opportunità l’autostima cala sempre di più, fino a quando non si manifesta un’auto-reclusione totale.

Il fenomeno non colpisce solo i maschi, ma riguarda anche un discreto numero di hikikomori-femmine: sarà per una questione socio-culturale che vede le femmine più adatte allo stare in casa per molto tempo che non si vede il problema e quando se ne accorgono le famiglie considerano questa situazione come un problema minore, quasi accettando la scelta della figlia, probabilmente perché la vedono come una futura casalinga o sperano che un domani si sposi ed esca di casa.

L’errore da non fare, quindi, è quello di sottovalutare i primi sintomi: la cosa migliore è intervenire sempre ai rimi sentori di tale disagio, prima che diventi patologico e si arrivi all’autoreclusione completa, difficile da regredire.

Le problematiche di natura relazionale, per esempio, si presentano già durante le scuole medie, nei rapporti con i gruppi di amici, col tipo di relazione instaurata tra loro.

Trattandosi però di una patologia poco conosciuta, in molti tendono a trascurare il problema e ad accorgersene quando è ormai tardi.

Il primo passo da fare è quindi comprendere l’esistenza di un problema e col ragazzo affrontarlo ed averne piena consapevolezza, e poi ovviamente si può cominciare ad uscire poco per volta, in compagnia e sempre sotto controllo.

Se nemmeno tale passo è possibile allora è meglio rivolgersi ad un esperto che aiuti il giovane con una terapia comportamentale.

2 Comments

  1. Ros ha detto:

    Salve conosco il problema da vicino. È una lotta continua con piccole vittorie e tantissime sconfitte e come al solito le scuole (docenti) non sono pronte neanche a riconoscere il problema…una delle cause è il bullismo…x loro sono questi ragazzi ad essere troppo sensibili! Io non mollo!

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