La vera storia di un internato nel manicomio di Collegno
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Gli zombie sono esistiti veramente

Nel mio articolo sul manicomio di Voghera ho raccontato le condizioni di internamento praticate prima che la Legge Basaglia ne imponesse la chiusura e la liberazione dei condannati all’inesistenza ed alle torture più atroci.

La realtà delle condizioni di vita di un ricoverato non grave, quindi le più leggere e meno invasive, se così si possono definire, sono invece raccontate da un ricoverato nel manicomio di Collegno nell’articolo sulla vera storia di un ricoverato .

Qui mi preme parlare degli effetti di una pratica brutale e devastante, la lobotomia, utilizzata con metodi fortemente aggressivi e distruttivi di parte del cervello, questo sino agli anni ’60, ora praticata solo in centri specializzati per la cura chirurgica di malattie gravi, come per esempio l’epilessia, non trattabili diversamente.

La lobotomia chiamata anche leucotomia consiste in una procedura neurochirurgica diretta a recidere le connessioni della corteccia prefrontale, la parte anteriore dei lobi frontali del cervello, ritenuta l’area che è coinvolta nel comportamento emozionale, nella motivazione, nell’attribuzione di valore a cose, persone, eventi, nella valutazione del rischio e nel comportamento sociale.
Questo però fa parte di una conoscenza moderna del sistema neurovegetativo e della funzione delle diverse aree del cervello, quando fu praticata nei primi tempi si tenne in considerazione degli effetti che conseguivano alla distruzione della parte frontale del cervello mediante resezione.

Tutto cominciò a un congresso di chirurgia nel 1936 dove venne esposto il caso pratico di esperimenti fatti sugli scimpanzé ai quali venivano tagliati i lobi frontali del cervello in modo da non avere più la connessione con la rimanente parte del cervello.

Le scimmie rapite dal loro habitat e recluse in gabbie mostravano un comportamento aggressivo ed agitato, devastando la parte frontale del loro cervello smettevano di muoversi ed agitarsi, mostrandosi più docili.

Furono i primi esperimenti di creazione di zombie animali, ma la procedura venne presto applicata anche sugli esseri umani, non soltanto ai malati mentali, ma a tutti quelli che mostravano un comportamento fuori dagli schemi sociali, definiti devianti perché dediti all’alcolismo, alla prostituzione, all’omosessualità.

Spesso bastava essere un po’ ribelli e reazionari per finire sotto i ferri di chirurghi senza troppi scrupoli.

A quel congresso partecipò anche il medico Antonio Egas Moniz che già dal giorno seguente incominciò a praticare la lobotomia sui pazienti del manicomio di Lisbona, soprattutto donne, senza aver alcun permesso o consenso.

Ai tempi fu successone tutte le donne ricoverate diventavano tranquille, praticamente dei vegetali e nelle corsie psichiatriche smisero di risuonare le loro urla isteriche.

Questo medico ricevette nel 1949 il premio Nobel della medicina per aver trovato il sistema miracoloso di gestire tutte le persone difficili o semplicemente aggressive riducendole a degli zombie.

Di seguito un paziente trattato col metodo Moniz, l’immagine non è tratta da un film ma è realmente storica.

La leggenda dei morti viventi che ritornano dopo la morte e si muovono come degli automi devastati sul capo dalle cicatrici attraverso le quali venivano asportate parti del cervello o lesionate inesorabilmente parte tutto dalla tecnica inventata da Moniz nel 1936 e resa famosa dal suo successore Walter Freeman il quale nel 1945, col l’aiuto del collega Watts inventò una tecnica più raffinata che permetteva di effettuare la lobotomia senza devastare l’intero cranio passando attraverso le orbite degli occhi con dei punteruoli chiamati “rompighiaccio”.

La tecnica inoltre era talmente rapida e veloce che veniva eseguita ambulatorialmente senza bisogno di alcun ricovero.

Il tutto venne trasformato in un circo itinerante, Freeman girava gli States su un’auto detta «lobotomobile», spiegando le meraviglie dell’operazione, che praticava ovunque, in sala operatoria o nel salotto di casa la distruzione del cervello umano con la tecnica dello «scalpello e del martello».

L’immagine di apertura dell’articolo mostra una delle tante fotografie che lo ritraevano “al lavoro” davanti a giornalisti e curiosi.

Di seguito un’immagine della sua tecnica.

Guariva donne, bambini e mariti dal comportamento ingestibile, trasformandoli in persone moralmente sane, di fatto riducendoli a dei vegetali che nella maggioranza dei casi rimanevano in carrozzina o a letto per sempre.

Infatti la storia documentata negli archivi trovati negli ospedali psichiatrici mostra che tale tecnica non veniva applicata soltanto a malati gravi, tutt’altro, si trattava per lo più di disabili fisici, reazionari politici, persone ritenute antisociali o semplicemente persone non adeguate al rango ed al prestigio della loro famiglia.

La sorte toccò pure alla sorella del famoso Presidente compresa la sorella di JF Kennedy, Rosemary Kennedy, che passò dall’essere una 23enne ribelle e con una condotta sessuale esplicita per il tempo (il che può significare che amava la compagnia dei giovanotti come qualunque coetanea, ma la cosa a quanto pare non era gradita alla famiglia), con la scusa di essere considerata una ritardata, in realtà era soltanto dislessica, ma con quella scusa fu portata dalla famiglia a subire il trattamento miracoloso del dottor Freemann.

Dopo l’intervento fu ridotta a vivere sulla sedia a rotelle, incontinente, in stato vegetativo, incapace di comprendere ciò che le accadeva intorno.

Per i Kennedy era una vergogna prima dell’operazione ed ancora di più dopo, fu nascosta per quasi tutto il resto della sua vita in un ospedale affinché nessuno sapesse delle sue reali condizioni.

La sua adorata madre andò a trovarla per la prima volta soltanto dopo vent’anni, ma era risaputo che non aveva un’indole molto materna.

Di seguito due fotografie del prima e dopo trattamento.

La pratica della lobotomia non rimase solo un’esclusiva di Freeman, data la popolarità degli effetti ottenuti, e l’efficacia sulle persone indesiderate o con comportamento inadeguato, fu talmente alta che venne esportata in tutto il mondo.

Un’altra vittima famosa del trattamento fu Evita Peron, amatissima ‘first lady’ argentina a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta, che fu sottoposta in gran segreto a una lobotomia qualche settimana prima di morire, nel tentativo di alleviarle i feroci dolori provocati dal cancro di cui soffriva.

Stranamente le proteste a questo metodo devastante furono sollevate da esponenti insospettabili, forse invidiosi, come l’Unione Sovietica (che curava i cittadini scomodi con overdose di psicofarmaci) e i seguaci di Scientology.

Gli unici a non essere entusiasti del trattamento erano i pazienti, quelli per lo meno che sopravvivevano o riuscivano ad avere una vita quantomeno dignitosa.

Ci fu il caso di un paziente di Moniz, che forse non era stato lobotomizzato del tutto, si vendicò sparandogli alla schiena, e Freeman perse la licenza a operare quando ammazzò una paziente (probabilmente di famiglia danarosa) con un colpo di scalpello troppo forte.

Ma il Nobel a Moniz, quello, non fu mai tolto.

Ad un certo punto anche i media cominciarono a contestare la pratica della lobotomia e soprattutto la superficialità con cui veniva applicata.

Tennessee Williams, che aveva una sorella lobotomizzata, già nel 1958 scrisse la pièce di denuncia «Improvvisamente l’estate scorsa», e poi Ken Kesey vinse un Pulitzer per «Qualcuno volò sul nido del cuculo», che divenne un film da Oscar nel 1975, con Jack Nicholson. Nel 1982 Jessica Lange fu protagonista di «Frances».

Verso l’inizio degli anni ’50 comunque iniziarono ad accumularsi le prove della scarsa efficacia del trattamento, dell’impossibilità di standardizzarne i risultati, e della presenza di fortissimi effetti collaterali (inizialmente negati dai sostenitori dell’intervento), portando progressivamente al suo abbandono.

I primi a bandirla furono i sovietici, che nel 1950 bollarono l’intervento come “contrario ai principi dell’umanità”, seguiti poi da moltissimi paesi, come il Giappone e la Germania.

La lobotomia però continuava ad essere praticata legalmente in Finlandia, Svezia, Spagna, Belgio, Olanda, nel Regno unito e in alcuni centri controllati negli Stati Uniti.

In seguito, grazie anche all’avvento negli anni cinquanta della clorpromazina, un farmaco neurolettico, tale pratica cominciò ad essere considerata barbarica e iniziò finalmente a vedere il suo inesorabile declino.

Oggi la lobotomia è stata resa meno devastante ed utilizzata soltanto con tecniche meno invasive e sui casi che non possono essere trattati in altra maniera, come alcune forme di epilessia gravissime.

Infatti, la cosiddetta “leucotomia temporale anteriore” viene scelta come rimedio estremo solo per gravi casi di epilessia che non rispondono a nessun altro tipo di terapia, pertanto non va assolutamente confusa con la lobotomia classica.

Secondo alcuni medici i farmaci utilizzati oggi sono dannosi quanto le lobotomie, perché rendono i pazienti incapaci di provare emozioni e li rendono apatici, distaccati dalla realtà, ciononostante farmaci come la clorpromazina (popolarmente etichettata come “lobotomia liquida”) vengono correntemente usati per gli stessi motivi per cui venivano realizzate le lobotomie settant’anni fa, seppur con effetti minori e non irreversibili: calmare chi ha seri problemi psichici, avere meno problemi con i familiari e con chi deve accudire i pazienti.

6 Comments

  1. Maria Lucia ha detto:

    Alcuni farmaci come gli stabilizzatori dell’umore se non vengono accuratamente accertati i parametri della loro efficacia inducono il paziente ad una inibizione sensoriale dove viene annullata la libido e le emozioni, e riducono la persona ad agire per forza di inerzia nell’espletamento delle mansioni quotidiane. Anche se ci si sforza di ridere o piangere non si riesce a farlo. Questo vale anche per sfera sessuale dove non si prova alcuna sensazione neanche mediante stimolazione si riesce a sentire niente.
    Inoltre procurano movimento da fermo degli arti inferiori ad intermittenza e non si riesce a stare fermi.
    Rallentano la persona che si sente uno zombie. Solo la forza di volontà mantiene reattiva la voglia di uscire da questo ipotetico stato vegetativo senza procurare depressione.

    • Verissimo Cara Maria Lucia,
      per questo sono dell’idea che andrebbero usati raramente e solo nei casi strettamente necessari, invece gli “stabilizzatori dell’umore” vengono consigliati dai medici e venduti meglio dell’aspirina e per qualunque sbalzo umorale dovuto anche ad un problema transitorio e risolvibile da solo, con l’effetto di creare una dipendenza mentale del farmaco che non cessa ma ne peggiore gli effetti ccol passare del tempo e dell’aumento del dosaggio, e sospenderli da effetti ancora peggiori.
      Evitateli se potete e se avete un medico che ve li prescrive con troppa facilità, senza aver perso del tempo per capire realmente il vostro problema, cambiate dottore! al più presto!!
      Marilena

  2. Helga Zubiz ha detto:

    Eccome, i farmaci possono procurare danni profondi e duraturi, come risolvere temporaneamente inferni personali. Fortuna esiste una semi-etica che ti sostiene ai giorni nostri. Ma se non sei abbastanza forte, abbastanza intuitivo, abbastanza scettico (perché le promesse degli psichiatri sono le ultime a cui dover credere) finisci in un vortice di devastazione da cui è estremamente difficile e pericoloso uscire. Pericoloso perché la tua mente e le tue opinioni, le tue sensazioni e la tua coscienza d’uomo vengono annullati. Cioè non verrai mai creduto! Dal timore del dolore che possa tornare, della solitudine e dal fatto che loro sono quelli che sanno quello di cui hai bisogno. E tu, per paura del dolore, e per paura di guardarti allo specchio e scoprire che hai un’identitá anche se ti viene negata, accetti. O potrei dire subisci.
    Pure io, nel mio calvario farmacologico, sono stata trattata con gli stabilizzatori: la ragione di tutto questo era che siccome mio padre era gravemente bipolare avrei dovuto per forza di cose esserlo anch’io. Sei mesi da incubo, i primi tre avevo agitazioni da convulsiome, non riuscivo più a far niente, ho perso amici, lavoro…la notte dovevo cambiarmi il pigiama perché era inzuppato di sudore, e per calmarmi un po’ mi davano gli psicolettici. Gli ultimi tre stavo entrando in una depressione profonda… Quando ho capito la gravità della situazione ho chiesto aiuto ad altri medici, e nessuno ha voluto anche solo alzare un dito. Alla fine, disperata ho chiamato il pronto soccorso… E vabé, diciamo che sono cocciuta, e questo mi ha salvata molte volte. I farmaci di oggi non sono nulla in confronto a quelli smessi negli anni 60. Se pensiamo che con una boccetta di barbiturici ti potevi suicidare… Pure i reparti di degenza sono addirittura più accoglienti degli ospedali. La manipolazione chirurgica e chimica della diversità sta terminando nella società occidentale: cosa escogiteranno adesso?

    • L’unica arma che abbiamo cara Helga è l’informazione e la sua diffusione: parlarne, parlarne sempre, soprattutto dei danni che fanno i farmaci che con tanta leggerezza certi medici prescrivono.
      E poi speriamo che la gente abbia voglia di riflettere, e che le lobby farmaceutiche, medici, addirittura università coi loro professori, che non hanno a cuore la nostra salute ma i loro lauti guadagni ogni volta che favoriscono il consumo di qualsiasi farmaco, siano sempre meno.
      Viviano in un’era in cui il vil denaro ha ancora troppa importanza ed i valori sono sempre quelli calpestati, però possiamo distinguerci e piano piano saremo sempre di più.
      Forse il futuro grazie a quei piccoli passi che facciamo noi diffondendo la verità sarà migliore.
      Io ci spero
      Marilena

  3. roberto panichi ha detto:

    I vostri sono casi estremi, non si può generalizzare oggi le cose non sono come 50 anni fa.

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