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Prima di entrare nel vivo dell’argomento trattato nell’articolo, se volete approfondire circostanze comunque rilevanti sulla formazione dell’autostima del bambino, vi posto il rimando ad altri articoli che esaminano delle questioni analoghe ed altrettanto importanti.

Tali articoli sono: i genitori troppo permissivi,  i disturbi dell’ ansia generalizzata nel bambino, figli di genitori distruttivi, genitori accentratori e manipolatori, le difficoltà di relazionarsi dei bambini, molto utile anche capire che cos’è la dipendenza affettiva che si sviluppa maggiormente da adulti ma ha origine nell’infanzia se non addirittura nei primi mesi di vita, e la conseguente paura dell’abbandono.

 

La stima si forma in famiglia

 

 

L’autostima si forma sin da piccoli, anche a partire dai primi mesi di vita quando il bambino si accorge che un suo pianto, per la fame, per essere cambiato o per la paura del buio, fa accorrere immediatamente la mamma o un genitore per aiutarlo a compensare il bisogno.

In quel frangente il piccolo impara la sicurezza dei suoi gesti, come il pianto appunto, e la sua capacità di ottenere prontamente un intervento in suo aiuto, quello degli adulti caregiver.

Diversamente egli associa il suo bisogno insoddisfatto con la sua incapacità a trovare il modo di risolverlo, da qui inizia a formarsi una bassa stima di sé che si accentuerà nel tempo con metodi di esternazioni sempre più gravi ed invalidanti.

Non sempre le condizioni che bloccano o limitano il concetto di autostima possono derivare dall’infanzia, può essere anche un evento negativo, un disagio mai superato nell’adolescenza o anche nella fase adulta, la delusione derivante da una relazione finita male o un fallimento lavorativo.

Tutte queste condizioni limitano fortemente lo sviluppo della considerazione do sé in maniera adeguata ed amplificano invece concetti come l’incapacità, il temere il fallimento, il giudizio negativo degli altri, la paura di non essere all’altezza delle situazione, tutte considerazione che nascono da una valutazione personale di stima bassa o inadeguata per la situazione.

In realtà non c’è situazione che non possiamo superare se crediamo veramente nelle nostre capacità, ed una delusione non è la fine ma solo lo stimolo per provare con un diverso metodo o una tattica migliore.

Chi stima se stesso non si da mai per vinto e prima o poi arriva sempre a raggiungere le sue mire e realizzare i suoi progetti, ma ovviamente deve esserci alla base una buona e positiva considerazione di se stessi ed il coraggio di mettersi alla prova, sapendo che un errore non è la fine del mondo ed un fallimento non presuppone un nuovo e più vigoroso tentativo.

Tutto questo però lo apprendiamo sin da piccoli, osservando ed ascoltando le persone di riferimento, come i genitori, gli insegnanti e tutti coloro che sono gli adulti che godono della nostra stima e considerazione (che si forma sin dall’età infantile).

Man mano che i bambini crescono e delineano la propria identità e il concetto di sé, essi cominciano ad assegnare implicitamente un valore positivo o negativo al profilo delle proprie qualità.

Questo processo che inizialmente vede il bambino in relazione con i genitori si estende poi a tutti i successivi agenti di socializzazione, primi fra tutti i coetanei che si incontrano nei vari ambienti, del gioco, della scuola, dei luoghi preposti per gli incontri.

Nel loro insieme queste autovalutazioni determinano l’autostima.

Può accadere che un bambino di 8-9 anni piuttosto aggressivo e violento abbia il concetto di stima di sé solo perché si ritiene più forte degli altri perché riesce a soggiogarli con la paura.

In tal caso si ha sempre un alta valutazione di sé ma basata su presupposti erronei, violenti, antisociali e che nascondono dei disagi personali che scatenano reazioni violente anziché quella della condivisione pacifica e benevola.

Se questi valuta positivamente la capacità di fare a botte e di difendersi da solo, questa qualità accrescerà la sua autostima, mentre se la tendenza a entrare in conflitto con gli altri lo rende infelice, l’inclinazione all’aggressività potrà abbassare la sua autostima, ritenendosi una persona negativa rispetto agli altri.

Ne consegue una svalutazione di sé idealizzando come avviene in alcune situazioni, deriva da tutto ciò che proviene da fuori ed il confronto inevitabile con esso, come per esempio il paragonarsi al compagno più bravo, l’amica più bella e intelligente, il vicino più capace nelle attività scolastiche o sportive.

 

Cos’è l’autostima infantile

 

 

L’autostima si riferisce alla valutazione positiva e propositiva che una persona dà di sé e delle proprie qualità e capacità, oltre che del proprio valore personale.

Un bambino che nutre della disistima di sé spesso si sente rifiutato dagli altri, siano essi i coetanei, che adulti, come la maestra, l’educatore, l’allenatore, la catechista fino, a volte, a pensarlo dei propri genitori.

Queste sensazioni di rifiuto possono effettivamente derivare da un comportamento che lo isola o parole e frasi che lo denigrano e lo fanno sentire inadeguato, ma spesso la pura di essere giudicati incapaci o non all’altezza arriva prima della verifica in concreto di tale capacità.

L’autosvalutazione comporta l’evitamento di tutte le situazioni che mettono a confronto e danno un valore delle proprie potenzialità o dei propri limiti, chi non si valuta positivamente eviterà di arrivare a confrontarsi con gli altri proprio per evitare delusioni e conferme a quello che già teme.

I bambini che si sentono più esposti al rifiuto, inoltre, spesso sono quelli che ne hanno più paura, una paura che deriva dal bisogno costante di essere accettati e confermati dagli altri, anche a costo di plasmare tratti del proprio comportamento e carattere per compiacere.

E questa accettazione è quella forma di benevolenza e di amore incondizionato che si dovrebbe ricevere sin da piccoli, se viene a mancare dai genitori che dovrebbero amarci come possiamo pretendere che tale considerazioni arrivi dagli estranei, in questo sta il pensiero del bambino che si autopunisce disprezzandosi e sminuendosi.

 

La famiglia il grande punto di riferimento

 

 

La famiglia è il primo ed insostituibile agente sociale, condizionante e stimolante, con il quale il bambino entra in contatto.

In essa il bambino oltre all’accudimento fisico quotidiano delle sue primarie necessità, quali il mangiare, l’essere pulito e non sentirsi solo, in esso vi trova il fondamentale nutrimento affettivo, fatto di coccole, carezze e abbracci, che gli permette di crescere e di emanciparsi sotto ogni aspetto.

Tale nutrimento affettivo è addirittura più importante di quello fisico: si può superare un po’ di fame ma la sensazione di non essere amati e voluti non si supererà per tutta la vita.

Quest’insieme di cure e attenzioni sono indispensabili poiché gettano le basi su cui andrà a delinearsi il senso della fiducia di base e lo sviluppo della propria identità.

 

 

Le realtà sociali

 

 

Grazie a questa sicurezza affettiva il bambino sarà in grado di interagire con le altre realtà sociali che man mano entrano a far parte della sua vita, a cominciare dalla famiglia allargata, come cugini, zii, nonni, amici di famiglia, fino ad includere la scuola, la società sportiva, la comunità sociale, la comunità lavorativa, la comunità della sua nuova famiglia che andrà a costruire e così via dicendo.

A tutte queste realtà il bambino attingerà e porrà le sue richieste in termini non solo pratici e concreti, come ricevere considerazione da pari e da pari scambiare oggetti e giocare insieme ad altri, ma anche affettivi come farsi le coccole, farsi gesti affettuosi, aiutarsi, diventare amici per la pelle, e trovare sostegno nell’altro.

Anche se si tratta di bambini non sottovalutate mai l’importanza del valore dei rapporti umani che egli instaura con gli altri e della qualità di tali rapporti e ciò che da essi ne trae per compiacersene ed essere felice, sereno ed appagato.

In particolare nelle relazioni fra coetanei il bambino andrà a ricercare ciò che lo fa stare bene, cioè tutte quelle situazioni che lo rassicura emotivamente e lo stimolano sul piano della creatività e della socialità attraverso la condivisione.

In questi frangenti assumerà notevole importanza tutte quelle forme di attaccamento che si instaurano fra gli amici, i quali sono vissuti e sentiti come una fonte di aiuto e di sicurezza, specie nelle situazioni di difficoltà, svolgendo il ruolo dei confidenti o ponendosi come modelli di comportamento che valutano le azioni secondo parametri diversi rispetto agli adulti.

Da queste esperienze egli imparerà da grande a fidarsi e sentirsi fiducioso nel contare sull’aiuto degli altri, che a sua volta potrà ricambiare quando saranno gli amici ad aver bisogno di lui.

Daniel Goleman nel suo famosissimo saggio sull’“Intelligenza emotiva” sostiene che: “I genitori sono coloro che modificano il tono vagale dei propri figli (ossia, la sensibilità del nervo vago agli stimoli) guidandoli nella loro vita emotiva, questo, parlando ai bambini dei propri sentimenti e spiegando loro come comprenderli, evitando di essere critici e di emettere giudizi, risolvendo i problemi posti da difficili situazioni emotive, guidandoli sul da farsi, mostrando quali siano le alternative allo scontro fisico, o al chiudersi in sé stessi quando si è tristi.

Quando i genitori svolgono bene tutto ciò i bambini si comportano meglio, in quanto riescono a sopprimere efficacemente l’attività vagale, ossia l’agire la rabbia, o per contro, la fuga.

Di periodi critici nella vita di un bambino ce ne sono tanti, ed il confronto con i pari con la delusione che ne può scaturire è uno fra i tanti.

In ogni modo, è importante che ognuno di questi periodi rappresenti un’opportunità per fare in modo che il bambino apprenda abitudini emozionali positive che andranno a sicuro beneficio della sua identità e della sua autostima. Questo allo scopo non solo di crescere e di maturare, quanto di equipaggiarsi di fronte agli ostacoli posti dalle relazioni e interazioni sociali che affronterà durante il suo percorso esistenziale.

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