Il comportamento prosociale e quello morale

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Il comportamento prosociale e quello morale

Il comportamento prosociale

 

Il comportamento prosociale è la capacità di comprendere le ragioni dell’altro e di mettersi nei suoi panni in termini cognitivi ed emotivi, cercando di percepire quali sono i suoi bisogni e offrendo il proprio aiuto in modo del tutto gratuito.

Essere pro sociali significa essere altruisti, empatici generosi e prestare aiuto senza chiedere nulla in cambio.
Per contrapposizione possiamo definire ”prosociale” tutti quei comportamenti che non siano di antagonismo, o di danneggiamento, aggressivi o distruttivi addirittura verso il prossimo, inoltre presuppone l’azione, il fare qualcosa, non si dunque essere socialmente utili con l’inattività.

Il soggetto pro sociale può averlo imparato da un’ottima educazione famigliare seguendo l’esempio dei genitori, può derivare dalla sua esperienza personale e dalle sue idee che durante la vita si è formato, può essere sollecitato da fattori interni come il bisogno di fare qualcosa di utile per gli altri, o anche da fattori esterni che ci costringono ad entrare in contatto con la nostra parte attiva verso il prossimo, come per esempio notare un incidente od una calamità naturale e prodigarsi per dare aiuto e soccorso alle persone.

Ma è soprattutto dall’empatia, che ha un ruolo centrale, che nasce l’istinto o il sentimento pro sociale, poiché permette di sentire le esigenze altrui, di comprenderle e di attivarsi per risolverle.

L’empatia è infatti, quella particolare capacità di “sintonizzarsi” con la mente e con il cuore con gli altri, con ciò che stanno vivendo. Non è un caso che molte ricerche abbiano trovato proprio nell’empatia uno dei fattori motivazionali più importanti del comportamento prosociale.

Daniel Batson, uno psicologo americano di matrice sociale, è stato uno dei primi a sostenere lo stretto legame tra empatia e altruismo, secondo lo studioso, infatti, provare empatia per una persona in condizione di bisogno è la molla che fa scattare la volontà di aiutare quella persona, senza alcun tornaconto personale.

Evitare l’empatia porta al disinteresse per i bisogni degli altri.

Altri studiosi, hanno definito anche il comportamento di aiuto come attività a carattere prosociale.

Secondo Darley e Latané, il comportamento d’aiuto, comporta alcuni passaggi fondamentali che sono: notare una persona, un evento, o una situazione che possono richiedere aiuto; interpretare il bisogno; assumersi le responsabilità di agire; decidere la forma di assistenza da offrire e il tipo di implicazione personale; infine realizzare l’azione.

Quando aiutiamo il prossimo, si ricevono dei benefici non soltanto a livello morale o materiale, ma anche fisico, perché ci fa star bene, ci rende orgogliosi di noi stessi e cresce la nostra autostima perché siamo stati in grado di dare un aiuto agli altri.

Sembra assurdo ma in una società moderna e veloce come la nostra spesso fatichiamo a notare i nostri bisogni figuriamoci quelli degli altri, ma quando ci permettiamo il lusso di essere generosi e disponibili con chi ha bisogno è come se facessimo del bene a noi stessi, quello stesso bene infatti ci ritorna indietro insieme a tante emozioni positive che ci caricano e ci fanno sentire delle persone migliori.

 

Differenza col comportamento morale

 

Il comportamento morale

 

Il comportamento morale è definito come la capacità di agire attraverso un’ azione motivata moralmente e cognitivamente.

Da questo, si può subito notare come l’attenzione nello studio del comportamento morale sia focalizzata sulla capacità della persona di operare in maniera cosciente e coerente con i propri principi morali, connessi con la tradizione del suo gruppo etnico, al credo religioso, alla filosofia dello stile di vita scelto, in base alla maturità mentale e morale acquisita.

Per questo, quando da un punto di vista psicologico si parla di comportamento morale, si fa riferimento a due elementi:

  1. le capacità di pensiero morali dell’individuo (dipendenti dal livello di maturità morale raggiunto);
  2. le capacità dell’individuo di gestire i propri comportamenti in maniera tale da renderli coerenti con il proprio pensiero morale.

Con queste caratteristiche di definizione, potrebbe essere difficile per un osservatore esterno determinare se un comportamento sia morale oppure no.

Anche nel caso in cui una persona affermi che i propri comportamenti siano moralmente orientati, le sue vere intenzioni potrebbero comunque restare dubbie a causa del fatto che non sono escludibili possibili menzogne stimolate da una gran varietà di motivi che, comunque, nulla tolgono al valore del gesto compiuto, se tale gesto va a buon fine e reca beneficio all’altro e che toglie ogni validità positiva all’azione.

Ad esempio, se un insegnante vede un bambino condividere un pezzo del suo spuntino con un compagno che non ha niente da mangiare, non può determinare con certezza se il bambino abbia compiuto o meno un’azione moralmente orientata.

Se parlando con l’insegnante il bambino dicesse che ha condiviso il cibo con il suo compagno perché si sente buono e questo fa parte delle proprie credenze religiose, nulla può dimostrare con certezza che non ci sia un tentativo di farsi ben vedere dall’insegnante o che il comportamento sia moralmente motivato.

Inoltre, è sempre possibile che il bambino abbia condiviso lo spuntino con il suo compagno perché abituato a fare così, senza pensarci troppo sopra, comportandosi con altruismo, il bambino potrebbe essere stato spinto da fattori dei quali solo lui può esserne a conoscenza come l’educazione il buon esempio seguito in casa o la naturale bontà insita nel suo carattere.

Quando non c’è la costrizione, l’impegno morale da seguire siamo senza ombra di dubbionel campo del comportamento socialmente utile.

Se è vero che il comportamento prosociale può essere in alcuni casi moralmente motivato è anche vero che esistono casi in cui il comportamento prosociale si innesca per questioni legate ad alcuni tipi di empatia personali, già insiti nell’individuo, ad un tentativo di miglioramento dell’immagine di sé, a risposte istintive che non hanno una connessione con il proprio pensiero morale, o altro.

Tali motivazioni sono sicuramente diverse da quelle morali ma, come detto, non per questo sviliscono il valore dell’azione prosociale compiuta o ricevuta.

Inoltre, il comportamento morale non sempre è diretto a far del bene agli altri ma potrebbe essere lo stimolo per far del male o danneggiare il prossimo, i tanti casi di terrorismo, di violenze che si svolgono quotidianamente in nome di un credo (vedi l’Islam che condanna e pretende la punizione del non credente e dell’eretico, cioè del resto del mondo), in  tal caso la moralità e la cultura anch spirituale è solo la scusante per azioni abominevoli e da condannare.

Il comportamento prosociale, quindi, ha meno pretese del comportamento morale (non pretende di essere una cosa nobile e giusta e conforme al credo di appartenenza, che da la garanzia di esere un buon osservante) ma offre garanzia di maggiori risultati congruenti con le situazioni e non le ideologie (la persona che vuole compiere un comportamento prosociale si pone come obbiettivo di fare qualcosa di positivo per l’altro indipendentemente da tutto il reato, credo ed ideologie comprese).

Anche dal punto di vista delle pratiche educative i due comportamenti sono molto differenti.

L’educazione dei comportamenti moralmente orientati sarà focalizzata sul ragionamento e sulla valutazione di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato (in alcuni casi, ad esempio, tale valutazione ammette la vendetta o l’ignorare l’altro perché “chi è causa dei suoi mali pianga se stesso”).

L’educazione dei comportamenti prosociali, invece, è più fondata sulla pratica ed è centrata sul fare esperienza di negoziazione (comprendiamo insieme cosa serve e cosa può essere offerto), di azioni pratiche e di valutazioni costanti dell’effetto sortito dal proprio comportamento rispetto ad un obiettivo stabilito (ha avuto un esito positivo per l’altro? Se la risposta è no o non del tutto chi è generoso si prodigherà per migliorare la resa ed efficacia del suo aiuto).

 Concludendo si può dire che il comportamento prosociale si può diversificare da quello morale in quanto può essere motivato da ragioni istintive o, anche se non richiede un compenso, può nascere da ragionamenti fondati sulla logica della convenienza (inclusa la volontà di rendere il contesto sociale migliore e, così facendo, avere alla lunga meno problemi e vivere meglio).

Presupposti, questi ultimi, che di morale hanno ben poco o nulla e, nonostante ciò, possono sortire comunque un effetto benefico sul ricevente di un’azione positiva.

Quando si origina da pensieri moralmente orientati, inoltre, il comportamento prosociale non dimentica di garantire il benessere di tutte le persone coinvolte.

Anziché utilizzare i due tipi di comportamento come sinonimi, dunque, può essere più chiaro affermare che il comportamento prosociale in alcuni casi può essere moralmente orientato ma, fondamentalmente, può essere realizzato indipendentemente dalla propria cultura di appartenenza o credo religioso.

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