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Il desiderio di vendetta è legittimo.

Esco dal coro dei moralisti e dai benpensanti e di coloro che non sono coinvolti ne interessati alle questioni drammatiche e che possono esprimere più facilmente un pensiero razionale.

Mi unisco invece alle vittime ed ai loro cari con sentimenti di chi si è sentito sopruso e violato due volte, prima col fatto in sé e poi e con la mancanza di una giustizia che saldi il debito del torto subito, anche se non basterà mai è comunque una soddisfazione che aiuta sicuramente.

Chi ha subito un torto desidera la vendetta ed è un sentimento legittimo.

Tale sentimento presuppone che qualcuno abbia abusato della propria posizione ed abbia agito male, danneggiando altri, volutamente e consapevolmente.

Già di per sé il desiderio nasce perché qualcuno ha fatto del male o danneggiato senza un motivo, senza una giustificazione plausibile e questo qualcun altro non sia mai stato adeguatamente punito.

La rabbia, il risentimento e la voglia di vendetta sono sentimenti umani che nascono dal desiderio di avere giustizia, una speranza che chi si è comportato male raccolga ciò che ha seminato, che prima o poi avvenga un giusto riequilibrio.

Vivere nel rancore o nel risentimento non aiuta la vittima, ma è impossibile non provare questo tipo di rabbia, perché dunque negarla a chi ne ha diritto.

In fondo si desidera una soddisfazione nel chiedere che chi ha fatto del male paghi prima o poi per le sua azioni.

Le tante frasi di circostanza: la vendetta non aiuta, attendere una soddisfazione ti rende infelice, meglio vivere guardando avanti, meglio fare alla giustizia (quale giustizia???), meglio perdonare (???? ) perché il perdono è cristiano.

Lascio da parte il credo cristiano e ritengo che tali osservazioni spesso si dimenticano dei sentimenti della vittima, che oltre ad aver subito il torto non può nemmeno sfogarsi pretendendo ciò che è giusto e dovuto.

Non sentire e comprendere le emozioni devastate ma anche di rabbia esplosiva della vittima e pretendere che siano contenute o dimenticate, o comunque assorbite in un sentimento più alto come il perdono, significa soffocare le emozioni ed i desideri, i pensieri della vittima stessa, per del falso buonismo o una morale che non ha difeso né salvato nessuno.

Tale disinteresse non solo non risolve il problema ma aggravano ulteriormente il senso di disagio provato da chi subisce ed aumentare il peso del torto subito, inoltre danno alla vittima l’impressione che gli altri non comprendano a sufficienza e non sentano lo stesso desiderio che chi ha fatto del male ne riceva almeno altrettanto in eguale misura.

Un desiderio che ritengo non solo legittimo ma anche comprensibile.

Cercare una vendetta è pretendere che esista una giustizia terrena attiva ed efficace, quello che in realtà non si verifica perché altrimenti nessuno coverebbe un tale desiderio.

E non è vero che attendere equità rende infelici, l’infelicità sopraggiunge perché manca il sentimento di soddisfazione, che forse non fa dimenticare ciò che si è subito, ma è sicuramente utile.

La colpa del risentimento è da ricercare nel sistema che apparentemente aiuta le vittime, di fatto non le tutela e nemmeno le soddisfa con adeguata punizione.

Perdonare significa dover rinunciare alla pretesa di una giustizia e negare la necessità di avere una soddisfazione, sarà un dovere cristiano ma non è umano.

L’uomo ha bisogno di credere nella regolarità e nella legittimità del sistema sociale, e quando si apre una falla in tale sistema non è solo un problema della vittima, deve diventare un problema di tutti, il desiderio di rendere punibile e perseguibile un aggressore o colui che abusa del proprio potere e delle sue facoltà è un’esigenza di tutti, della società stessa.

Disattendere una tale prospettiva è di per sé un’ingiustizia.

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