Correggere la grafia del bambino in età evolutiva
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Essere disgrafico, non riuscire bene nei compiti, non seguire in maniera adeguata i ritmi scolastici sono tutti problemi fonti del disagio psicologico del bambino che deve affrontare l’impegnativo percorso della scuola.

Quando si cerca una soluzione al problema concreto e pratico della disgrafia si dimentica che le difficoltà scolastiche derivano, nella maggioranza dei casi, da una normale e fisiologica problematicità di inserimento nel nuovo ambiente, a contatto con nuove persone, sia adulti che coetanei, e con dei nuovi impegni a cui prontamente rispondere.

Non sempre il disagio si risolve in pochi mesi a seguito dell’adattamento al nuovo ambiente, spesso le difficoltà emergono negli anni a venire, quando le esercitazioni dei compiti scolastici diventano più complicate e difficoltose.

Nella maggioranza dei casi le disgrafie o le difficoltà nel realizzare i compiti scolastici sono la risposta pratica ad un senso di inadeguatezza o di incapacità che il bambino percepisce e che incide sulla sua resa.

Occorre tener conto del fatto che non tutti i bambini apprendono con gli stessi tempi e con gli stessi modi, come non è detto che un bambino perfettamente inserito nel primo anno scolastico non possa presentare delle problematiche nel secondo o terzo anno.

Le diagnosi di difficoltà connesse con i deficit del DSA, disturbo specifico dell’apprendimento, o ADHD, disturbo da deficit di attenzione o iperattività o dell’autocontrollo, vengono effettuate dopo il secondo o terzo anno di scuola in quanto il primo è ritenuto di semplice adattamento alle richieste di impegno scolastico.

È dal secondo anno infatti che la scrittura deve diventare fluida, scorrevole e leggibile perché possa comporre delle frasi o dei testi di senso compiuto.

Se invece la scrittura ha delle contratture, non è lineare, è difficilmente leggibile, molto lenta, ritoccata, tesa e costretta, maldestra, troppo molle o troppo rigida significa che qualcosa non va.

Alla base delle difficoltà possono esserci diverse motivazioni, delle competenze di base acquisite in modo insufficiente, fattori quali l’emotività, la troppa tensione, una difficoltà di adattamento, problemi familiari, dislessia, un problema relazionale con dei compagni, oppure semplicemente delle cattive abitudini di postura o di gesto, mai corrette che nel tempo si trasformano in vero e proprio handicap.

Il bambino messo giornalmente a confronto con il rendimento dei compagni prova delle sensazioni di fallimento, dei sentimenti di auto svalutazione e di scarsa stima, le sue aspettative diventano negative e pessimistiche così come il suo rendimento.

La prima fase dell’intervento terapeutico rieducativo è sempre quella di ripristinare il valore di sé e delle proprie capacità, solo ottenendo tali sentimenti positivi si può pensare di recuperare il gesto impostando delle corrette abitudini.

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