Il disturbo dell’identità di integrità corporea – BIID

Le firme rivolte verso l’alto o il basso
12/03/2018
Il confine tra sogno e realtà – i sogni lucidi
17/03/2018

Nel mio articolo sull’orribile moda del Cutting e del Branding tra gli adolescenti raccontavo della modalità autolesionistica che colpisce sempre più adolescenti ed adulti che si trovano in situazioni di disagio personale che non sanno come affrontare.

Il dolore fisico diventa quindi un modo per spostare momentaneamente il pensiero doloroso, interiore e mentale, su qualcosa di diverso che è la sensazione dolorosa provocata dal taglio o dalla scottatura od abrasione.

Il Cutting  dall’inglese “tagliarsi”, è la forma di autolesionismo più comune e praticata dai giovani adolescenti e pre-adolescenti, ma si sta diffondendo anche agli adulti, essa può attuarsi con diverse modalità tra cui il taglio della pelle con lamette, coltelli o qualunque altro oggetto tagliente, ma può consitere anche in abrasioni, graffi ed ematomi fino ad interferire con la guarigione della ferita (dermatillomania), strapparsi i capelli ( tricotillomania).

Un’altra pratica piuttosto dolorosa è il “branding”, che significa “marchiare la pelle a caldo” e si pratica attraverso delle ustioni provocate con dei ferri o materiale ustionante.

Ma c’è una pratica ancora più grave ed invalidante che sta prendendo sempre più piede tra gli adolescenti e gli adulti: l’amputazione di alcuni parti del corpo.

Tale desiderio di privarsi di una parte del proprio corpo, volendone il distacco come si desidera l’allontanamento di una cosa indesiderata, nociva, che crea problemi, viene in gergo clinico chiamato il disturbo dell’identità dell’integrità corporea o BIID (Body Integrity Identity Disorder).

Questa patologia crea una dissociazione tra l’immagine che una persona ha del proprio corpo, in particolare di una parte di esso, e la condizione reale, clinica e di benessere che in realtà sussite nell’arto o nella porzione corporea che in tal caso viene vista come malata, come un cancro da estirpare.

La patologia nei casi più rari si presenta addirittura come il desiderio di automutilarsi in modo da rendersi invalidi permanenti, privandosi addirittura di una funzionalità o della possibilità di deambulare e di muoversi liberamente.

 

Casi eclatanti di BIID

 

 

Un persona affetta da grave forma di BIID è ad esempio Jewel Shuping, una donna di 30 anni residente in Carolina del Nord la quale pur di rendersi cieca si è fatta versare del detersivo per i tubi di scarico sugli occhi.

Il desiderio di rendersi disabile e priva della vista aveva ossessionato la donna sin dall’età di 4 anni, è lei stessa ad affermare che: «Mia madre mi trovava mentre passeggiavo nei corridoi di notte, quando avevo tre o quattro anni. Ricordo che a sei anni ho pensato che essere cieca mi avrebbe fatta sentire a mio agio», ha raccontato. [1]

Col passare del tempo tale desiderio assurdo ed ingiustificato era diventata una vera e propria ossessione tanto che durante l’adolescenza la donna aveva cominciato a indossare degli spessi occhiali neri, a 18 anni aveva ricevuto il suo primo bastone per ciechi, mentre a 20 sapeva leggere in braille.

Jewel fingeva di essere cieca e viveva come se lo fosse realmente, ma a 21 anni fingere non le bastava più, il suo desiderio era quello di diventare realmente cieca.

Nel 2006 incontra uno psicologo disponibile a esaudire il suo desiderio (appare assurdo che un medico che dovrebbe curare tali patologie invece le assecondi) il quale, dopo un anno di terapia intensiva, in cui aveva provato anche meditazione, yoga e ipnosi, decise di ‘aiutarla’ mettendole negli occhi delle gocce anestetizzanti seguite da alcune gocce corrosive di un prodotto utilizzato per sgrassare i tubi di scarico.

Oggi Jewel non ha più l’occhio sinistro, mentre il destro è affetto da un glaucoma ed è coperto da cicatrici.

Guardacaso ora Jewel è pentita di quello che si è fatta, purtroppo le menomazioni non permettono cambi di idea e non le sarà possibile riottenere la vista.

 

 

Il britannico Nick O’Halloran ha deciso, a 29 anni di farsi amputare una gamba: “So dire esattamente dove finisce il mio corpo”, spiega l’uomo: “3 pollici sotto il mio fianco destro. Da lì in poi non è più il mio corpo.”

Questa ossessione lo porta ad incontrare un chirurgo, rivelatosi un truffatore (altro non potrebbe essere!) disposto ad esaudire questo suo desiderio assurdo, anziché convincerlo ad entrare in terapia con un analista gli amputa la gamba destra.  [2]

Un episodio simile è quello che ha per protagonista Chloe Jennings-White, una donna americana di 58 anni che vive costantemente nel desiderio di diventare disabile. In questo caso, il corpo desiderato dal paziente corrisponde a un corpo amputato. I soggetti come Chloe desiderano l’amputazione di una gamba o di un braccio per raggiungere quella completezza di cui avvertono la mancanza.
“Qualcosa nel mio cervello mi dice che le mie gambe non sono tenute a lavorare”, spiega Chloe. “È stato un enorme sollievo scoprire di non essere un mostro, ci sono centinaia di altre persone come me”.
Lo stesso concetto espresso da Kevin Wright, un paziente inglese che è riuscito a farsi operare dal chirurgo Robert Smith, che gli ha praticato l’amputazione della tanto odiata gamba sinistra: “non la volevo. Non faceva parte di me. Non capivo il perché, ma sapevo di dovermene sbarazzare”, ha dichiarato l’uomo operato nel 1997.

 

Dove nasce il desiderio di rendersi disabili

 

Di solito questa sensazione di estraneità con il proprio corpo si presenta in epoca infantile, spesso associata alla vista di persone disabili, la cui immagine viene in qualche modo “processata” dal cervello del bambino ancora in formazione come quella ideale e da perseguire.

La presenza e l’aiuto costante degli altri, il calore umano di cui sono circondati certi disabili fortunati, l’amore che i loro genitori provano per loro nonostante la disabilità rende tali condizioni nella mente di un bambino come quelle che procurano amore, attenzione, a cui tutto si perdona e a cui è concessa la possibilità di non crescere di non essere autonomi e di rendersi responsabili.

Un bambino che ad esempio si sente poco amato, messo da parte dei genitori, oppure maltrattato, non vede il problema e la complicazione dell’essere disabile e del vivere con un disabile, l’unica cosa che percepiscono è quella che vogliono vedere e che a loro manca, cioè l’affetto e l’attenzione che con tutta probabilità non ricevono adeguatamente in famiglia ecco che allora desiderano la condizione di disabilità che potrebbe portarli ad essere appagati e felici.

Si sostituisce il bisogno affettivo ad una condizione che diventa per loro lo strumento per ottenere quello che non hanno, e crescono con la convinzione che solo il raggiungere tale stato di disabile li potrebbe finalmente rendere felice e far tacere quel bisogno di amore tanto cercato e desiderato.

Altro motivo scatenante tale desiderio che innesca la patologia di BIID può derivare da un deficit neurologico.

Il famoso neurologo indiano Vilayanur S. Ramachandran ha proposto un collegamento fra BIID e somatoparafrenia, una condizione che si verifica a seguito di un ictus nel lobo parietale destro e che causa la negazione da parte del paziente di un arto sul lato sinistro del corpo, nella maggior parte dei casi un braccio.

Dal momento che la condizione è associata a un danno del lobo parietale, il dott. Ramachandran ipotizza il coinvolgimento di questa area del cervello nella messa a punto corretta della propria immagine corporea.

Secondo il medico indiano, infatti, la circostanza che tale ossessione si manifesti in epoca infantile è coerente con un problema di ordine genetico che causerebbe un disturbo funzionale della corteccia parietale.

Questa disfunzione sarebbe alla base della mancata formazione di un’immagine corporea completa, motivo per cui i pazienti avvertono la presenza della gamba, ma allo stesso tempo la sentono estranea, qualcosa che non dovrebbe trovarsi lì.

La teoria è stata contestata sul fatto che non spiegherebbe come mai la BIID si manifesta soltanto con la sensazione di estraneità del proprio arto senza renderlo inutilizzabile, infatti sarebbe logico che il rifiuto del cervello di una parte del corpo porterebbe alla disfunzionalità dello stesso.

Inoltre, la teoria non spiega ad esempio il caso di Chloe, che non desidera l’amputazione, ma una condizione di paraplegia, chiedendo per questo la recisione del midollo spinale, o quelli di altri soggetti che vogliono diventare ciechi o sordi.

Sta di fatto che questi pazienti vivono in una condizione di grande difficoltà, spesso si approcciano alla psicoterapia, ma senza successo. Molti di loro sono talmente desiderosi di acquisire lo status di disabile da cercare di procurarsi da soli quei danni necessari al raggiungimento dello scopo.

Qualche anno fa, David Openshaw, un uomo australiano, dopo aver incassato più volte il rifiuto dei medici di praticargli un’amputazione della gamba sinistra, ha deciso di immergere l’arto nel ghiaccio per alcune ore, costringendo i sanitari ad effettuare l’operazione per via dei danni ormai irreparabili prodotti dal suo gesto. L’estremo dolore a cui si è sottoposto l’uomo pur di raggiungere il suo scopo può dare un’idea della reale dimensione del disagio avvertito da chi vive questa strana condizione.

Vengono definite transabili quelle persone che sentono il desiderio di dover amputare una parte del loro corpo per riuscire a star bene con loro stessi, essi compiono atti di autolesionismo tali da procurarsi una disabilità, anche attraverso l’amputazione di un arto, in quanto non riescono a sentirsi a loro agio e a vivere in un corpo normale.

Tra queste persone vi è, ad esempio, Jason, che ha deciso di amputarsi un braccio da solo. Prima di compiere il gesto, l’uomo ci ha pensato tanto ed ha dichiarato che per molto tempo si è esercitato con dei pezzi di carne acquistati in macelleria.

Il suo non è un caso isolato, come spiega Alexandre Baril, docente universitario del Quebec ed esperto in materia, che tiene diverse lezioni sulla “transability”: “Definiamo transabilità il desiderio o la necessità di una persona identificata come abile da altre persone a trasformare il proprio corpo per ottenere una menomazione fisica. La persona potrebbe desiderare di diventare sorda, cieca, amputata o paraplegica. È un desiderio davvero forte”.

Questo desiderio di amputazione e di mutilazione del proprio corpo sta diventando una moda anche tra coloro che praticano forme di autolesionismo artistico come tatuaggi o piercing, solo che nel nostro caso la malformazione che il soggetto desidera è sicuramente più invalidante del tatuaggio impresso sulla pelle, è il desiderio di privarsi di una parte del corpo, quindi l’essere originale ed artistico non ha nulla a che vedere con le amputazioni che rimangono e sempre rimarranno delle patologie riconducibili alla BIID.

Di seguito riporto alcune fotografie che ritraggono delle mutilazioni confuse con l’originalità.

 

 

 


[1] Tratto dal sito: http://www.letteradonna.it/it/articoli/ritratti/2015/10/05/cieca-per-scelta/17101/

[2] Tratto dal sito: https://www.thesocialpost.it/2017/04/05/odia-gamba-spende-20mila-euro-amputare/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *