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Troppo spesso si dimentica che la perizia non è uno studio fine a se stesso diretto ad utenti della stessa categoria che si esprimono con il medesimo linguaggio fatto di formalismi, denominazioni e concetti criptici.

Le perizie sono per il pubblico e per tutti gli utenti che nulla hanno a che vedere con queste nicchie.

Eppure non si leggono consulenze che siano comprensibili, di sicuro non si leggono perizie che abbiano il fine di farsi comprendere e di dimostrare concetti usufruibili.

Solitamente si parla di perizie all’interno di processi, penali o civili, dove il consulente è stato nominato come CTU, consulente d’ufficio, oppure CTP, il consulente della parte, seppur il luogo richiede la redazione di una relazione che abbia una certa formalità, per rispondere ai quesiti del Tribunale e fornire dei chiarimenti, questo non significa che non possa essere scritto con una terminologia che lo rende comprensibile.

Di sicuro non è comprensibile ad un Giudice, che pertanto eviterà accuratamente di leggere una pappardella incomprensibile andando direttamente alle conclusioni dei quesiti posti in udienza, a meno che sia un grafologo ma non mi risulta che ve ne siano.

Il Giudice è come chiunque altro di fronte ad uno scritto che ha dei formalismi particolari, se è in grado di leggerlo farà sicuramente un servizio alla giustizia ed alle parti in causa.

Diversamente si corre il rischio di avere un semplice e puro rimando alle conclusioni del CTU o, nel caso che vi siano dei CTP abbastanza combattivi, ad una discussione tra i periti col risultato che nessuno comprende nulla e nessuno trae giovamento dalla perizia grafologica.

Sono sempre stata dell’idea che la comunicazione, e questo è un caso pacifico in cui il perito deve comunicare l’esito di una valutazione, per essere compresa deve essere fatta con un linguaggio semplice, comunicativo a chiunque, chiaro, senza eccessi logorroici od incomprensibili, formalismi che gratificano più l’ego del consulente e sviano la sua paura di essere contestato che il fatto di rendere il servizio effettivo per cui sono state rese.

Tanto più si esegue il lavoro in modo che sia compiutamente ed efficacemente compreso da tutti, ribadisco tutti, e con miglior professionalità si è svolto un incarico.

In un mio articolo avevo espresso la necessità del metodo semplificato e comprensibile per ogni forma di comunicazione, espressione o relazione da sottoporre agli altri.

L’arte della comunicazione sta infatti nella sua semplicità.

Il più delle volte mi ritrovo a leggere perizie che sembrano l’impostazione metodica di una cosa che può calzare ad ogni circostanza, frasi fatte, di solito sempre le stesse, che ricalcano quelle insegnate nelle varie scuole, dove la consulenza diventa quasi un copia incolla a cui sono aggiunte delle piccole varianti.

Anche questo diventa un modo di non rendere il servizio ottimale a cui invece il cliente, pagante tra l’altro, ha pienamente diritto, cioè avere una valutazione ed un’analisi che possa comprende, che possa rileggere con tranquillità senza l’ausilio di un traduttore.

Perché la finalità della consulenza è quella di far chiarezza, di togliere dubbi ed incertezze, non certo quella di crearne o di rendersi incomprensibile.

Le consulenze sono fatte per il pubblico il quale ha diritto di capire quello che legge, senza scervellarsi o pensare di essere troppo stupido od informato per chiedere dei chiarimenti, che il consulente di turno sicuramente eviterà di fare perché vorrebbe dire perdere tempo due volte.

Allora risparmiamolo questo tempo a beneficio dei clienti paganti e rendiamo i nostri scritti comprensibili ai posteri.

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