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Nessuno meglio del poeta, scrittore, stratega, avventuriero e donnaiolo Gabriele d’ Annunzio potrebbe impersonare il narcisismo ed il culto di se stesso.

In questo articolo vorrei parlare soltanto dell’uomo, tralasciando le sue opere imperiture di poesia e romanzi, per mettere in risalto il coraggio di un uomo che ha saputo vivere fuori dai soliti schemi precostituiti ed imposti dalla società, di colui che ha saputo osare, fare l’impossibile, cadere e rialzarsi ogni volta sempre più forte di prima.

Di D’annunzio si può dire che si interessasse di ogni cosa che potesse incuriosirlo, dalla moda femminile alle auto e alle macchine da guerra, dagli oggetti preziosi a quelli semplicemente belli e pieni di significato.

Da esteta amava il bello in ogni suo aspetto e foggia e da uomo di cultura sapeva apprezzarne il valore.

Amava le donne ma amava ancor di più se stesso e tutto ciò che poteva risaltare il suo immenso ego e dargli piacere, ma di questo aspetto ne approfondiremo più avanti.

 

 

Le parole inventate da D’Annunzio

 

 

Fu D’annunzio ad inventare il termine “tramezzino”, ovvero quel cibo  come egli spiegò, “posto tra due cose”, coniazione richiestagli dal Regime alla fine degli anni ’20 per creare un’alternativa nostrana all’odiato inglese “sandwich”( il partito dell’epoca amava italianizzare ogni cosa provenisse dall’estero per dare rilevanza alla patria e nazione prima di tutto, ciò che i nostri politici hanno dimenticato da troppo tempo ormai).

Ma non fu l’unica parola da lui inventata.

Ideò anche il termine “velivolo” per indicare il mezzo di trasporto aereo che aveva le caratteristiche di essere leggero, fluido e rapido.

Inventò il nome femminile Ornella: questo nome fu usato per la prima volta da D’Annunzio nella tragedia “La figlia di Jorio”, anche se delle ricerche approfondite hanno portato al ritrovamento in alcuni registri di una persona chiamata con questo nome già agli inizi del Novecento;

Il termine Rinascente per indicare il celebre grande negozio di Milano, un tempo nominato magazzini Bocconi, dal cognome dei suoi fondatori,  fu ribattezzato in questo modo dopo la sua riapertura seguita a un incendio scatenatosi nel 1917 e che stava quindi a indicare la sua “rinascita”.

Battezzò i Vigili del fuoco: termine che venne coniato da D’Annunzio in opposizione a “pompieri”, parola  derivante dal francese “pompiers”, mentre il nuovo termine si ispirava direttamente al latino “vigiles”, indicando coloro che operavano nell’antica Roma, come si nota all’epoca c’era una voluta ricerca del Regime di rimarcare le parole italiche anziché quelle di derivazione estera.

Anche Fusoliera per indicare la parte dell’aereo che contiene passeggeri, carico ed equipaggio. Fu usata dallo scrittore per la prima volta nel 1910 nel romanzo “Forse che sì forse che no”.

Addirittura il nome del biscotto Saiwa nel 1922, usando l’acronimo delle parole: Società Accomandita Industria Wafer e Affini, dato che inizialmente l’azienda era specializzata nella produzione di wafer.

Battezzo il complesso monumentale che a Roma è stato eretto in ricordo dei caduti della prima guerra mondiale: il Milite Ignoto in ricordo del militare caduto durante la guerra e mai identificato,  come simbolo delle atrocità e le perdite umane che le battaglie lasciano dietro di sé.

Inoltre fu sempre D’Annunzio che convertì il termine automobile da maschile a femminile, per la sua grazia, snellezza e vivacità, ma non per l’obbedienza, qualità a suo parere sconosciuta a tutte le donne, e il fiume Piave da femminile a maschile, dopo la virile battaglia.

Suggerì inoltre a una celebre scrittrice di romanzi rosa lo pseudonimo “Liala” e coniò il termine “parrozzo” per indicare un celebre dolce abruzzese.

 

 

L’indipendenza dell’uomo prima di tutto

 

 

 

Volle essere inventore di mille altre cose ma mai al servizio di nessuno.

Anche se aveva stretti rapporti con Mussolini ed il suo Partito, non si assoggetto mai ad esso, fu semmai il fascismo ad usarlo e a glorificarsi delle imprese dannunziane e mai viceversa.

Prova ne è che non prese mai la tessera del partito, e con Mussolini aveva un rapporto più pratico che amichevole, infatti il regime sostenne molte delle spese e debiti di D’Annunzio, il quale pertanto non poteva rinnegarlo né evitare di ricambiare questa cortesia, ma sempre senza esserne sopraffatto, quindi fece di tutto per non essere devoto né al partito né a Mussolini.

Un esempio di tale posizione lo dimostra il fatto che trattava Mussolini non come il capo di un Governo regime, ma come un uomo nemmeno troppo degno di considerazione.

Chi visita il Vittoriale, la casa storica di D’annunzio a Gardone Riviera, sul lago di Garda, avrà avuto modo di notare i due ingressi attigui per accedere alle sue stanze private, l’uno strutturato in modo da essere scomodo, piccolo ed angusto, mentre l’altro reso più confortevole.

È risaputo che Mussolini in sua visita era spesso costretto a sostare nella prima stanza anche per lunghe ore prima di essere ricevuto.

Addirittura, c’è tra gli storici, chi sostenne che in realtà era odiato dal regime e che in diverse occasioni il cuor del partito tentarono il suo omicidio; contro di lui furono fatti infatti diversi attentati, andati a vuoto per fortuna ma sempre con troppi elementi misteriosi, che la Polizia di Regime non ha mai tentato di approfondire, e questa è la prova palese di quale fosse l’interesse da tutelare.

L’incidente che rimane più oscuro nelle sue modalità fu la sua caduta nel 1922 da una delle finestre della sua immensa villa, un episodio mai chiarito del tutto.

Da narcisista esasperato qual’era il suicidio è una scelta assolutamente incompatibile col suo modo di essere ed inaccettabile come persona, quindi non poteva essere stata da lui presa in considerazione, nemmeno nei momenti di maggior tristezza, in cui semmai amava ritirarsi nella solitudine lussuosa della sua immensa villa che domina il basso lago e che gode di una veduta meravigliosa.

Di seguito un’immagine del monumentale complesso chiamato “il Vittoriale”.

 

 

Il “Vittoriale degli Italiani” (perché con un atto di donazione del 22 dicembre 1923 il complesso del Vittoriale viene donato dal vate al “popolo italiano”) è un insieme di diverse strutture architettoniche che armoniosamente si inseriscono sul colle di fronte al Lago di Garda, ed è composto da edifici, tra cui la “Colonica” (nella foto il fabbricato color giallo) la casa ove risiedeva D’Annunzio, vie, piazze, un teatro all’aperto, giardini e corsi d’acqua.

Eretto dal 1921 con l’aiuto dell’architetto Gian Carlo Maroni, a memoria della “vita inimitabile” del poeta-soldato e delle imprese degli italiani durante la Prima Guerra Mondiale.

 

 

I miti sulla vita di D’Annunzio

 

 

Di seguito una biografia breve di Gabriele D’Annunzio: [1]

Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara nel 1863 e studia a Roma senza tuttavia laurearsi.

Come per altri aspetti, anche a proposito dei suoi amori leciti ed illeciti si è sviluppato il mito e dunque molte leggende, alcune prive di fondamento.

Il “Vate” si impegnò molto per fabbricare il proprio mito “superomistico”, terminologia e significato che preciserò nel prossimo capitolo.

Sicuramente faceva parte della mentalità di D’Annunzio l’esaltazione della ricerca di esperienze nuove, per cui qualcuna delle tante leggende circolate sul “veggente amatore” appaiono plausibili, altre meno anche se possono apparire perfettamente calzanti al personaggio ed al suo carattere narcisistico.

Nel ritiro claustrale e principesco del Vittoriale di Gardone Riviera sicuramente l’”immaginifico” ha eseguito molti rituali amorosi nel tentativo di estinguere inestinguibili angosce di morte.

Queste angosce di morte appartengono a delle fasi depressive che si evincono in alcune sue scritture, come descritto nel capitolo che analizza grafo logicamente gli scritti di D’Annunzio.

Si è narrato che il poeta amasse a volte giacere in una bara con una donna vestita di veli neri leggeri e trasparenti, che lasciavano indovinare della donna anche i più piccoli particolari del corpo e dei suoi annessi piliferi.

Tali donne avevano il compito di restare assolutamente immobili, anche durante il conclusivo amplesso con penetrazione, così da rendere l’idea di giacere con un cadavere.

La necrofilia, anche nei suoi elementi solo evocativi, lenisce l’angoscia di morte e potenzia l’esplosività dell’erotismo.

Azioni e rituali di tipo coprofiliaco ha probabilmente riguardato il bisogno “voyeuristico” di D’Annunzio di spiare la defecazione delle donne.

Si sostiene che la pratica venisse svolta guardando dal di sotto di una lastra di cristallo, non dimentichiamo che come edonista schizzinoso mai si sarebbe confuso o sporcato con l’atto direttamente, quel che D’annunzio ricercava era la curiosità delle cose più nascoste e far cadere di tabù che riteneva totalmente ingiustificati.

Si narra anche che il nostro vate amasse sadicamente mostrare, ad astanti che spiavano non visti, la decadenza fisica delle vecchie amanti, come forse è stato con la Duse, con sorrisi beffardi ed ammiccamenti con l’unico occhio rimasto.

Sembra anche che il nostro Gabriele non abbia resistito alla curiosità di sapere che cosa si provasse a subire una sodomia, sebbene egli non avesse alcuna propensione omosessuale.

Rinchiuso ormai nella “reggia” del Vittoriale, sguinzagliava a volte i suoi pretoriani in “razzie” per reclutare avvenenti volontarie nella zona tra Salò e Desenzano.

Lo scopo era che tali donne allietassero con la loro “nuda” presenza sia il vate sia gli invitati.

 

 

L’ideologia superomistica

 

 

L’idea dannunziana di uomo superomistico nasce dalla considerazione che il vate aveva nelle ideologie espresse da Nietzsche.

Il concetto di oltreuomo o superuomo (dal tedesco Übermensch) è stato introdotto dal filosofo Friedrich Nietzsche, ed è un’immagine o figura metaforica che rappresenta l’uomo che diviene se stesso in una nuova epoca contrassegnata dal cosiddetto nichilismo attivo.

Secondo Nietzsche, infatti, il nichilismo passivo che segue alla scoperta dell’inesistenza di uno scopo della vita può essere superato solo con un accrescimento dello spirito, il quale appunto apre le porte a una nuova epoca.

Questa nuova epoca, annunciata in “Così parlò Zarathustra” (Also sprach Zarathustra), è quella in cui l’uomo è libero dalle catene e dai falsi valori etici e sociali dettati dallo spirito apollineo e dalla filosofia di Socrate, seguendo invece lo spirito dionisiaco.

L’atteggiamento di attesa di tipi umani superiori è detto superomismo, alcune dottrine politico-ideologiche, come ad esempio il nazionalsocialismo tedesco, presero come spunto di partenza questa idea del superuomo per definire e circoscrivere la genia dell’uomo perfetto e della stirpe ariana ritenuta perfetta.

Il mito Nietzschiano del superuomo è interpretato in maniera difforme da D’Annunzio come il diritto di pochi esseri eccezionali ad affermare il loro dominio sulla massa.

Questo nuovo personaggio ingloba in se l’esteta. L’artista superuomo ha funzione di vate, ha una missione di guida.

D’Annunzio non accetta il declassamento dell’intellettuale e si attribuisce il ruolo di un profeta di ordine nuovo. Il superuomo di Nietzsche venne quindi mal interpretato e in D’Annunzio si limitò a nuove avventure erotiche e all’esaltazione della propria personalità eccezionale.

Nel romanzo “il trionfo della morte” l’eroe Giorgio Aurispa è un esteta che travagliato da una malattia interiore, va alla ricerca di un nuovo senso della vita, tale ricerca porta l’eroe a tentare di riscoprire le radici della sua stirpe.

La soluzione gli si affaccia nel messaggio dionisiaco di Nietzsche in un’immersione nella vita in tutta la sua pienezza, ma l’eroe non è ancora in grado di realizzare tale progetto: prevalgono in lui sull’ispirazione alla vita piena e gioiosa, le forze negative della morte; egli al termine del romanzo si uccide.

Il romanzo successivo “Le vergine delle rocce” segna la svolta ideologica radicale, nel quale l’eroe è forte e sicuro.

 

 

Analisi grafologica della grafia di D’Annunzio

 

 

Vediamo alcune scritture di D’Annunzio.

 

  [2]

 

Il calibro grande determina l’egocentrismo dello scrittore che si espande nello spazio senza lasciarne all’ambiente esterno ed agli altri, in un gesto di egoismo puro e di auto-affermazione che non ammette critiche né paragoni, o forse sarebbe meglio dire che li teme pertanto li evita evitando il dispiacere e l’angoscia del fallimento che deriva dalla conoscenza dei propri limiti.

La grafia di D’Annunzio è carica di energia e di personalità come lo era lui.

 

  [3]

 

In questa lettera composta da due pagine possiamo notare come D’Annunzio era solito occupare lo spazio, che fosse di un foglio, di una stanza, dell’intero ambiente non fa nessuna differenza.

Il poeta tende ad occupare lo spazio con una grafia spavalda ed esuberante, esistono parecchi ricci della spavalderia, della fissazione ideativa, della vanità e della mitomania ed aste inferiori grosse ed ingrossate segno di forte materialismo,

Lo scritto è tracciato con una trama spessa e colorata, un tratto inspessito che indica il bisogno di essere notato ed adulato, con forme personalizzate e angolose, tipiche di chi ha un carattere spigoloso e pungente , con tratti lanciati, dritti, irti indice di carattere brusco e ruvido a tratti anche aggressivo.

 

    [4]

 

 

Il margine sinistro netto e progressivo indica la sua predisposizione all’indipendenza più assoluta e all’incapacità di assoggettarsi a qualunque forma di potere o dominazione, così come è stato descritto precedentemente nei suoi atteggiamenti verso il Regime e verso Mussolini, che ricordiamo hanno sempre sostenuto i lussi ed i capricci del vate, nonostante i rapporti difficili e turbolenti.

Il margine sinistro progressivo denota anche una tendenza ad una forma di diplomazia interessata ed opportunistica, ed anche un’esigenza di rivalsa verso il prossimo che sentiva distante e diverso dalla sua persona spesso eccessivamente snobistica.

I tratti finali delle lettere e delle “t” lunghi e pronunciati ci parlano di un uomo estroverso e pieno di ardore, impulsivo e impaziente, sempre proteso verso il raggiungimento del piacere personale e dei suoi obiettivi, parlano anche di arroganza, ambizione ed alterigia.

Il movimento dinamico dello scritto ci dice anche quanto fosse deciso, coraggioso, autonomo, ambizioso e idealista, con il gusto dell’azione e della sfida.

Il tratto pastoso che a tratti tende ad accentuarsi ulteriormente, aumentando la colata d’inchiostro, ci parla di una personalità che viveva un approccio con la realtà circostante particolarmente sensoriale e affettivo, quasi erotico.

Era estremamente sensibile e instabile di umore, decifrabile dall’andamento sinuoso ed incostante, suscettibile e teso, a volte aggressivo, questo atteggiamento denota il carattere del poeta suscettibile alle sollecitazioni esterne in maniera istintiva, sanguinea e poco razionale, il che ne diminuiva la sua obiettività e la sua capacità critica facendosi invece trasportare dalle passioni più immediate.

 

  [5]

 

 

La caduta finale del rigo, chiamata in grafologia “coda di volpe”, rivela la sua tendenza alla depressione, agli sbalzi umorali negativi e pessimistici, ed i momenti di profonda angoscia che a volte lo condizionavano in maniera determinante.

Non era un uomo dalle mezze misure nemmeno nelle sue fasi umorali, che rasentavano il delirio di onnipotenza nei momenti magici e di immenso piacere a quelli di delusione, angoscia, senso del fallimento, in quelli depressivi.

La sua salute precaria che gli ha causato molti problemi fisici non ha certo aiutato il suo carattere e la natura narcisistica, quindi le sue scritture non possono che riflettere, fotografare, la diversità degli stati d’animo in cui erano redatte.

Le forme stilizzate, angolose, con eleganti personalizzazioni, ricombinazioni molto creative, le “d” lirica, fatte con una forma che si crea dal basso e con un’evoluzione sinistrogira, in senso antiorario e che termina con un cappello coprente verso sinistra, mostrano la sua acutezza e la sua intelligenza unite al desiderio di differenziarsi, di staccarsi dalla mediocrità, alla ricerca della perfezione personale, con il rischio a volte di preferire il bello al vero.

Il forte attaccamento all’idea di eleganza morale e relazionale lo ha portato in certi casi a sacrificare qualità più umane e sincere.

 

La firma

 

 

La firma sottolineata evidenzia il desiderio di protagonismo.

 

  [6]

 

 

La grafia di D’Annunzio è carica di energia e di personalità come lo era lui.

Occupa lo spazio con spavalda esuberanza, con una trama spessa e colorata, con forme personalizzate e angolose, con tratti lanciati, quasi aggressivi.

La firma sottolineata evidenzia il desiderio di protagonismo e rispecchia perfettamente il carattere narcisistico ed edonistico del vate.

Il riccio iniziale della “G” di Gabriele che si arrotola su se stessa chiudendosi con un prolungamento della finale “e” eseguito allo stesso modo rappresentano il cerchio di egoismo ed egocentrismo che il poeta aveva per la propria persona, identificata nella precedenza e nella dominanza del nome, espressa in termini di estensione che in  dimensione.

La “d” lirica se è indice di personalizzazione e di creatività nella firma tende a conferire un elemento di chiusura, con fare protettivo e difensivo.

Non dobbiamo dimenticare che il tallone d’Achille dei narcisisti è proprio la loro insicurezza ed instabilità ed il bisogno di compensare tali limiti ostentando eccessiva sicurezza e padronanza di sé, per allontanare il sospetto di quanto fosse fragile e precario il suo animo.


[1] Spunti tratti dal sito: https://caffebook.it/2016/09/12/d-annunzio-l-orgoglio-la-passione-e-la-follia-del-vate/

[2] Immagine tratta dal sito: http://www.grafologiamorettiana.it/apprendimento/elearning/lezioni/calibro_grafico/calibro_grande

[3] Immagine tratta dal sito: https://caffebook.it/2016/09/12/d-annunzio-l-orgoglio-la-passione-e-la-follia-del-vate/

[4] Immagine tratta dal sito: https://www.gonnelli.it/it/asta-0022/dannunzio-gabriele-frammento-testo-poetico-.asp

[5] Immagine tratta dal mio articolo: https://www.marilenacremaschini.it/cosa-sono-le-code-di-volpe-in-grafologia/

[6] Immagine tratta dal sito: http://www.grafologhiamo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=75:d-annunzio&catid=13&Itemid=130

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