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L’indipendenza del bambino comincia a formarsi dopo il primo anno di vita, dai 18 ai 24 mesi si avvia un processo di distacco dalle persone di riferimento, siano essi i genitori e tutte le persone che sono coinvolte nel suo accadimento (nonni, babysitter, educatori, i cosiddetti caregiver) ed inizia un percorso esplorativo di sé e dell’estensione di questo sé.

Attraverso questo processo egli darà una connotazione più definita al suo carattere ed alla sua personalità, prima esistenti in forma embrionale, le cui caratteristiche nel tempo ed a seconda delle esperienze andranno dettagliandosi e definendosi nel particolare.

Verso l’anno egli passa da una fase in cui non vi saranno differenze tra il suo sé e ciò che egli desidera e lo circonda, in quanto ogni cosa o persona viene percepita dal bambino come l’estensione del suo essere, sino ad arrivare a quella fase di separazione in cui egli si sentirà distinto, anche se ancora non definito del tutto come persona, dagli altri, adulti o coetanei, o dalle altre cose.

Non dobbiamo dimenticare che per il bambino di un anno o meno ogni persona o cosa che nota o percepisce sono comprese come componenti del suo corpo e pertanto una vera e propria estensione del suo essere, o del suo corpo (del suo sé come viene definito in psicologia) mentre dai due anni in poi cominciano a delinearsi nella sua mente i confini di se stesso separato e distinto dagli altri, dell’ambiente esterno e dalle altre cose che sono al di fuori del suo corpo anche se appartengono al suo mondo.

In tale fase di transizione è pertanto normale che egli debba lottare per mantenere il possesso di quelle cose che completano il suo essere e che egli percepisce come appartenetegli, dimostrandosi anche aggressivo se qualcuno invade il suo territorio o si appropria dei suoi beni.

Atteggiamenti egoistici, di aggressività e di ostentazione del senso del possesso non devono avere lo stesso valore che si da al comportamento adulto, mirato a tale finalità e nel puro senso del termine di egoismo ed egocentrismo.

Il bambino semplicemente con gli strumenti che conosce, quali il pianto ed il capriccio, impara a comprendere cosa può fare e cosa gli è permesso, tutto ciò che passa diventa legittimo, quello che viene fermato dal divieto dei genitori diventa territorio altrui.

È in questo modo che il piccolo impara ad apprendere il concetto del possesso, dell’appartenenza e della sua proprietà, e ciò che gli appartiene viene da lui difeso come se si trattasse della sua stessa persona.

Ed in effetti è così che il bambino concepisce il senso del possedimento degli oggetti, come un’estensione della sua persona e quindi privarlo di cose che egli ritiene proprie è come privarlo di un aspetto del suo sé e del suo modo di esteriorizzarsi.

Il significato del suo “è mio!” sta tutta qui, che va rispettata se veramente è una rivendicazione legittima ma sempre con una particolare attenzione a non accentuare la possessività negativa, che è quella che deriva da un bisogno di compensare una carenza affettiva.

Il bambino amato e cresciuto in un ambiente sano ed equilibrato supera senza particolari problemi tale fase, aiutato dall’esempio e dall’educazione imposta dai genitori, che devono rispettare il suo spazio e le sue cose ma non in maniera ossessiva e maniacale.

Egli, sempre attraverso l’insegnamento appreso dagli adulti, dovrà imparare concetti come la gioia della condivisione, del giocare insieme ad altri mescolando le sue cose con quelle di altri bambini senza che questo lo destabilizzi o lo faccia sentire privato da un qualcosa che va al di là del valore del bene in sé.

Quando questo succede occorre valutare e distinguere i motivi del suo bisogno di riavere il giocattolo che gli è stato asportato.

Se è una paura transitoria di perdere il gioco, presto cesseranno anche le lacrime, ma se questo atteggiamento persiste occorre indagare sul bisogno che in quel momento il bambino vuole compensare.

Questa valutazione è facilmente deducibile attraverso lo scarabocchio o il disegno, se il piccolo ha già acquisito dimestichezza con la matita ed è in grado di dare delle forme più complete alle sue creazioni artistiche.

Anche un semplice pasticcio con la matita o scarabocchio possono essere oggetto di analisi ed interpretazione, a tal proposito, per un approfondimento, vi invito a leggere il mio articolo sul significato dello scarabocchio e su come sia possibile analizzarlo indipendentemente che sia fatto da bambini che da adulti.

Superata la fase del puro egoismo, attraverso l’educazione imposta dai genitori e dagli educatori o insegnanti, il bambino delimita se stesso ed il suo territorio con meno aggressività e con più elasticità, anche accogliendo il piacere di condividere con altri bambini i suoi giocattoli.

Tutto sta nell’amore adeguato che riceve dagli adulti che lo circondano, dall’educazione dei genitori e dell’armonia che essi riescono a creare in casa, dove termini come condivisione, concessione, donare agli altri non sono vissuti come eccezioni ad uno stile egoistico ma lo stile aperto ed altruistico della famiglia.

A tal proposito potete leggere il mio articolo su come gestire i capricci dei bambini e quello sulla fase distruttiva dei bambini.

 

 

Se il piccolo percepisce che donare e condividere è una cosa buona, che da soddisfazione e gioia, che gli permette di ampliare la sfera degli amici e delle conoscenze, ed anche degli affetti, proprio come vede fare dai genitori che sono il suo più importante esempio e riferimento per apprendere le regole sociali e del convivere, egli più facilmente condividerà i suoi giocattoli non percependo più il senso di privazione ogni volta che un suo gioco uscirà dalla sfera del suo controllo territoriale.

In tal modo noterete che i capricci seguiti da gesti aggressivi e dagli “è mio!” urlati andranno riducendosi, limitandosi ai momenti in cui effettivamente il piccolo si sente privato ingiustamente da una cosa che desiderava mantenere nella sua disponibilità, sia perché la stava usando per giocarci sia perché aveva bisogno di marcare il suo territorio rispetto all’invadenza non desiderata da parte di un altro bambino.

Questa invadenza può essere quella di un nuovo fratellino percepito come invasore degli spazi ed usurpatore dell’affetto e del tempo dei genitori, fase che tutti i bambini soffrono ma che può essere superata facendo comprendere al fratello maggiore che il nuovo arrivato sarà il suo futuro compagno di giochi e di vita, a tal proposito vi invito a leggere l’articolo sulla  gelosia tra fratellini.

E’ necessario che i genitori trasmettano ai propri figli un modello educativo che sia in primis coerente e poi che si adatti al loro temperamento, rispettando le loro personalità ed esigenze anche momentanee senza dimenticare che l’altruismo e la generosità si imparano fin da piccoli.

I genitori possono anche insegnare che i giocattoli, come tutte le cose, sono oggetti che possono essere prestati anche temporaneamente, per far giocare altri bambini e dar loro la stessa felicità che provano quando sono loro stessi a giocarci.

Oppure che possono essere scambiati con altri giochi nuovi quando il piccolo è diventato troppo grande per il gioco in questione e quindi lo percepisce come noioso e non stimolante, cosa che invece non è una novità e un nuovo oggetto da manipolare e studiare, in modo che la fantasia riprenda il suo volo senza limiti e confini.

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