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Il significato del Riccio della Mitomania

In grafologia il Riccio della Mitomania è quel tratto finale di una parola (ma può verificarsi anche all’interno della stessa parola se vi è uno stacco del tracciato scritto, solitamente corrispondente alla lettera “a” od “e” la cui gambetta, senza andare al di sotto del rigo di base (altrimenti dovremmo parlare del Riccio della Flemma che verrà trattato in un altro articolo) dal rigo si eleva sino ad oltrepassare l’altezza delle lettera stessa.

Di seguito un’immagine esplicativa del segno in questione:

Come si può notare dalla foto sopra riportata l’elevazione della parte finale della lettera che dovrebbe, scolasticamente parlando fermarsi, anzi adagiarsi sul rigo terminando lì, prosegue in una direzione che non è quella dello scritto, che procede verso destra, per andare in un’altra direzione che è la parte alta dello scritto.

La parte soprastante la lettera, la parola, lo spazio chiamato margine del foglio superiore in psicologia rappresentano un significato molto preciso che è quello dell’ideazione, della progettazione, dei pensieri, dei giudizi, delle idee, in pratica tutto ciò che si forma con e per mezzo del pensiero.

Ma perché viene chiamato “della mitomania”?

Per mitomane in psicologia si intende una persona che non può non distorcere in proprio favore la realtà, tale sintomatologia se lieve, eccedente solo raramente e comunque tollerabile rientra in una normalità caratteriale di un soggetto, quando invece arriva a situazioni eccessive, con tentativo persistente di sviare la realtà ed indurre gli altri in errore circa le vere circostanze di ogni situazione che lo vede coinvolto, allora siamo nel campo della patologia clinica, cioè della malattia.

La mitomania è quindi la tendenza abituale ad inventare bugie, a cui spesso crede l’autore stesso allo scopo di destare ammirazione negli altri, lusinghe, lodi e plausi, oppure compassione, indulgenza eccessiva, che normalmente non sarebbe concessa, o stimolare nel pubblico o in chiunque incontri un interesse che diversamente l’altro non avrebbe.

Dal punto di vista diagnostico il DSM IV classifica la mitomania fra i disturbi del cluster B tra i disturbi narcisistici e quelli istrionici, in cui nel primo la preoccupazione per l’immagine è principale, nel secondo nell’interazione sociale l’istrionico vuole apparire unico e positivo.

Rientrano nelle azioni del mitomane l’esagerazione, la millanteria, il falso ricordo, frequenti in soggetti sicuri e fantasiosi, in realtà bisognosi di rassicurazione e conferme che ottengono riducendo gli altri al ruolo di spettatori incantati.

Lo scopo del mitomane è quello di:

  • Nascondere agli altri le proprie debolezze;
  • Proteggersi dal giudizio altrui;
  • Accrescere la propria autostima misurandola con la stima a lui riservata dagli altri;
  • Suscitare ammirazione, stima o compassione nelle altre persone.

Altro atteggiamento ricorrente tra gli individui mitomani è la tendenza a esagerare circostanze e situazioni che altrimenti rientrerebbero nel livello della normalità e nella banalità, ed altresì quello di vantarsi delle proprie capacità, prestazioni o esperienze di fatto però inesistenti.

Nel tempo, l’abitudine a mentire può, se procede in senso peggiorativo, tende ad evolvere in un disturbo della personalità, poiché l’autore stesso finisce con il credere a quanto inventa non riuscendo più a distinguere ciò che è vero e reale e ciò che lui stesso inventa.

Le cause della mitomania si possono spesso ritrovare in ricordi dolorosi di un’infanzia fatta di privazioni soprattutto affettive, di abbandono e non considerazione (ecco perché diventa essenziale per l’adulto recuperarle quando, in età matura, ha più possibilità di controllo e gestione della propria vita e delle cose che dice).

La necessità di esagerarsi nelle proprie virtù e predisposizioni può anche derivare da un evento traumatico che ha distrutto proprio la sua stima personale ed il valore di se stesso.

Oppure una perdita, una delusione amorosa od in campo professionale, un insuccesso, aspettative troppo elevate di amici o genitori che non sono state soddisfatte o altri eventi talmente negativi da essere impossibili da accettare per la persona che li ha vissuti, pertanto egli, pur di sopravvivere a tali eventi dolorosi deve inventarsi una vita diversa ed esperienze ed attitudini non veritiere.

La verità è talmente dura ed impossibile da gestire che affrontarla, senza un adeguato supporto di professionisti competenti, potrebbe portare anche a situazioni depressive anche di grave intensità.

Il disturbo può essere associato anche a fattori ambientali che da solo non è in grado di modificare o di lasciare, oppure da fattori biologico e genetici, vi sono casi di persone che copiano l’atteggiamento vissuto dai genitori a loro volta, creando un perpetrarsi del problema che viene trasmesso da generazione in generazione.

Molto più spesso gli atteggiamenti tipici della mitomania si instaurano come una sorta di barriera con cui nascondere le fragilità, la propria sensibilità eccessiva, l’incapacità a gestire le critiche e le osservazioni degli altri, e quindi ad impedire che gli altri possano approfittarsi di questa debolezza, oppure farne segno di derisione, di scherzo e di emarginazione.

Se incalzato dai dubbi altrui o da difficoltà reali, come richieste di prestazioni inerenti la sua atteggiata eccezionalità, il mitomane deve imparare ad ingannare.

Questa soluzione non è, però, infallibile: la confutazione delle bugie e il confronto con la realtà può demolire la visione di superiorità del mitomane, che può avere un crollo depressivo.

Quindi per il mitomane la situazione ideale è sempre quella di non dover mai mettersi veramente alla prova né dimostrare quali sono le sue reali doti e qualità, o farsi che  si possano verificare direttamente i fatti da lui falsamente narrati.

Per coloro che seguono la Scuola Morettiana, Padre Moretti aveva individuato dei segni che indicano una tendenza alla bugia patologica, quando questi segni sono presenti nella scrittura con un grado elevato, cioè in numero considerevole (non ce n’è soltanto uno o due ma diversi che si ripetono con costanza) vuol dire che la persona ha tratti di mitomania.

E quanto più sono presenti in una scrittura tanto più la persona ha tendenza a rifugiarsi in un mondo inventato, illusorio, lontano dalla sua realtà.

Tali ricci della mitomania per i morettiani si possono distinguere in tre tipologie

  • Ricci del 1° tipo: tratti finali di parola che si dirigono dritti in diagonale verso alto-destra superando l’altezza dell’ultima lettera. In questo caso indicano un fantasticare al di sopra e al di fuori delle cose; la persona è immersa in una fabulazione infantile: sogni di grandezza, di successo, di incontri fuori dall’ordinario.
  • Ricci del 2° tipo: tratti finali di lettere e parole che scendono sotto il rigo, marcati e ricurvi, e poi si estendono fin sotto la parola successiva.  In questo caso indicano una mancanza di senso delle proporzioni in ciò che si fa e si pensa; la persona è continuamente esaltata nel proprio pensiero: autoesaltazione, racconto che ingigantisce i propri meriti o successi nelle situazioni.
  • Ricci del 3° tipo: tratti finali di lettere e parole che si dirigono dritti, in linea retta, sotto il rigo. In questo caso indicano il fermo attaccamento alle proprie idee e giudizi, pretendendone l’accettazione da parte degli altri; la persona si fissa su un’idea e si ostina con forza in quel pensiero: rigidità nelle proprie vedute, a tratti fantasie perverse di prevaricazione.

Di seguito un’immagine che riproduce i ricci appena descritti.

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