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“La suggestione non consiste nel far credere a un individuo ciò che non è vero;

la suggestione consiste nel fare in modo che un qualcosa diventi vera

facendogli credere nella possibilità di questa cosa”

J.A. Handfield.

 

La suggestione (dal latino suggestio -onis, propr. «suggerimento», da suggerĕre, suggerire, il cui participio passato è suggestus) è una forma di comunicazione particolare, subliminale, impercettibile nelle sue finalità, che pertanto non appaiono in maniera chiara e trasparente mediante la quale in un individuo – senza ch’egli avverta imposizione né comando alcuno, in assenza di razionale e libera scelta oltre che di consapevolezza – viene indotta una convinzione, un pensiero o una condizione esistenziale senza che egli possa opporvisi né avverta la ragione di farlo neppure su altrui pressione.

Si tratta in pratica di un condizionamento che solitamente avviene senza il consenso preventivamente richiesto da parte di chi lo subisce, ed in determinati casi si tratta proprio di una forma di violenza, coartazione, induzione a fare qualcosa che diversamente il soggetto non avrebbe fatto.

Si può suggestionare una persona anche senza volerlo,  semplicemente avendo un modo di fare sicuro che una persona meno sicura di sé cercherà di imitare per risolvere dei suoi dilemmi da cui non riesce a districarsi.

Possiamo fare un esempio semplicissimo e banale: vi è mai capitato di trovare davanti a voi al supermercato o ad una bancarella una persona indecisa che non sa fare una scelta, mentre voi invece avete delle idee precise sulle vostre preferenze, quindi per non perdere tempo le passate davanti prendendo il prodotto che desiderate.

In quel momento vi rendete conto che anche la persona che era ferma da tempo indecisa fa la vostra identica scelta: questa è una forma di condizionamento innocua e senza doppi fini ma funziona anche su larga scala nelle reclame pubblicitarie, nel fatto che i negozi sistemino determinate merci in posizioni strategiche, oppure, ancora peggio, quando tivù e giornali, per non parlare dei social, fanno girare determinati messaggi che alla fine vi condizionano anche se non ve ne rendete conto.

Perché a voi il particolare sfugge un attimo dopo che l’avete visto, ma l vostra mente che memorizza ogni cosa non si è dimenticata di nulla ed alla prima occasione sceglierete il prodotto pubblicizzato anziché fare una scelta volontaria.

Per capire il perché di tale condizionamento lascio la parola a chi ha fatto della comunicazione persuasiva e suggestiva uno studio scientifico approfondito e metodico.

 

 

La teoria di Haley

 

 

Haley è stato uno dei pionieri nel campo della comunicazione patologica e suggestiva ad asserire che la psicologia induceva, attraverso l’utilizzo di termini obsoleti, a produrre categorie diagnostiche che creavano realtà cliniche distorte e non rispecchianti la complessità dell’individuo.

Pertanto dichiarava che bisognava rifondare, prima che le teorie e le tecniche, la terminologia che le diverse forme di psicoterapie utilizzavano per comunicare intorno ad esse (Haley, 1963).

Haley raccoglie l’eredita di Milton Erickson fondendo i contributi di quest’ultimo sull’ipnoterapia con il modello della comunicazione proposto dalla scuola di Palo Alto.

Da Erickson, Haley mutua inoltre l’utilizzo di uno stile direttivo della comunicazione e l’assegnazione al paziente di compiti da svolgere a casa.

Erickson adottava una miriade d’intuizioni che gli provenivano dall’analisi puntuale delle modalità comunicative verbali e non verbali del paziente.

Questa scrupolosa osservazione avrebbe poi influito sulle geniali comunicazioni suggestive da effettuare sul paziente attraverso trabocchetti, prescrizioni, paradossi, tecniche ipnotiche e non ipnotiche.

L’unione di tali tecniche con le teorie del doppio legame portò Haley, e con lui i maggiori esponenti della scuola di Palo Alto, ad elaborare teorie del trattamento che utilizzassero sapientemente la comunicazione suggestiva.

L’autore darà una definizione del ruolo del terapeuta indicandolo come colui che: “…mantiene l’iniziativa in tutto quello che si verifica nel corso della terapia, ed elabora una tecnica particolare per ogni singolo problema” (Haley, 1973).

Nelle opere di Haley traspaiono alcuni concetti fondamentali per  la nascita e lo sviluppo dell’approccio strategico. Essi possono riassumersi nei seguenti punti:

  1. il potere ed il controllo che una persona cerca di ottenere durante le interazioni sono alla base delle relazioni umane. Il ruolo di predominanza o di sottomissione degli individui, ne determina i gradi di libertà d’azione, nonché l’insorgere dei disturbi psichici;
  2. ogni contesto clinico rappresenta un caso a sé;
  3. ogni sforzo dell’intervento mira alla risoluzione del problema nel modo più veloce ed efficace possibile e al cambiamento del modo di comportarsi del paziente;
  4. il terapeuta deve possedere caratteristiche precise, ossia essere direttivo, attivo e “manipolatore”. Qualunque terapeuta dichiari di non possedere tale influenza, la adopera ugualmente in modo implicito;
  5. la caratteristica del linguaggio direttivo è che, sia che venga disubbidito sia che venga messo in opera, produce informazioni;
  6. la comunicazione suggestiva è la mossa strategica più adatta da utilizzare durante la psicoterapia, che riteneva essere “una partita a scacchi”.
  7. il sintomo non va visto come l’espressione di un contenuto mentale posto all’interno dell’individuo, ma come una modalità di trattare le altre persone (Haley, 1963).

Haley sosteneva che nel passaggio dallo studio del singolo a quello del sistema composto da più persone, entrava in gioco la comunicazione.

Essa era intesa secondo un duplice aspetto: da una parte durante l’interazione un soggetto tenta di influenzare l’altro e di ottenere il controllo della relazione, dall’altra egli comunica che non può fare diversamente (Haley, 1963).

L’individuo dunque, secondo Haley, vive imbrigliato in contesti gerarchici i cui rapporti, di dominio o di subordinazione, tendono a travasarsi da contesto a contesto.

Le gerarchie di potere si ripresentano in terapia analogamente alle strutture osservabili durante le interazioni quotidiane dei soggetti.

La conseguenza è che, siccome l’uomo non possiede adeguate risorse per fermare il fluire intercontestuale di queste caratteristiche relazionali, il compito del terapeuta diviene quello di acquistare potere per far giungere il paziente, in modo inconsapevole, ai comportamenti necessari alla riorganizzazione di tali pattern d’interazione.

Attraverso l’influenza interpersonale e la suggestione comunicativa, diviene possibile modificare quei comportamenti patologici che rispecchiano le gerarchie apprese nei diversi contesti.

Il sintomo, dunque, rappresenta metaforicamente le strutture di relazione del paziente ed è affrontato e combattuto con le sue stesse armi. Infatti, è proprio l’utilizzo di metafore e paradossi, nonché della comunicazione ipnotica, che fornisce all’individuo nuove disposizioni funzionali nei confronti dell’ambiente.

Il sintomo viene inteso come un comportamento appreso dal sistema d’appartenenza e messo in atto dall’individuo per porre delle limitazioni alle persone che lo circondano.

Se il terapeuta gli impone d’usarlo attraverso ingiunzioni paradossali, egli non sarà più in grado di utilizzarlo a questo fine.

Infatti, il paziente effettua, con l’esposizione del suo problema, una comunicazione paradossale, in cui l’individuo annuncia di fare qualcosa ma di farlo indipendentemente dalla sua volontà. Solo attraverso la suggestione e il contro-paradosso dei doppi legami terapeutici, è possibile, secondo Haley, guidare il paziente al di fuori di queste affermazioni che irrigidiscono la realtà dell’individuo.

Queste affermazioni sono portate in terapia sia attraverso canali verbali che non verbali ed è attraverso gli stessi canali che il terapeuta deve agire per distruggere il compromesso implicito che perpetua il sintomo, attraverso le relazioni di potere nei vari contesti gerarchici vissuti dall’individuo (Haley, 1973).

Aiutare le persone a comunicare, e quindi a relazionarsi in modo efficace, significa spezzare quel circolo vizioso nel quale comportamenti e comunicazione si rinforzano a vicenda, fino alla manifestazione oggettiva del sintomo. L’attenzione si volge dunque all’“hic et nunc” della relazione terapeutica, ma allo stesso tempo mira a modificare quei modelli d’approccio appresi nel passato e che sono visti l’unico modo di relazionarsi al contesto nel futuro (Haley, 1963).

L’importanza della dimensione temporale nella vita quotidiana sarà ripresa da Gulotta (1997), quando afferma l’importanza del presente della persona che chiede aiuto poiché in esso è racchiuso il ricordo del passato e la dimensione del futuro costituita dalle speranze, dalle aspettative, dai desideri dell’individuo.

I concetti di Haley, infine, riguardo il ruolo del potere e della suggestione nell’ottenere cambiamenti terapeutici, saranno alla base della nascente psicoterapia strategica.

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