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In generale il termine pedofilia deriva la sua origine etimologica dal greco antico e può essere tradotto impropriamente come “amore per i fanciulli”.

Il nostro sistema giuridico protegge con grande attenzione i bambini e il loro diritto di crescere sereni e far sì che possano attendere una maturità sessuale biologica ma anche psicologica per fare avere dei rapporti sessuali completi, con tutte le conseguenze emotive ma anche cliniche che ne conseguono.

Per questo motivo dalla nostra Legge italiana è reato grave il fatto che un adulto molesti e abbia rapporti sessuali con bambini al di sotto dei 14 anni.

Se l’adulto poi ritrae con fotografie o videoregistra l’abuso per distribuirlo a pagamento o gratuitamente sulla rete internet, è ugualmente punito.

 Secondo il mondo medico e la psichiatria moderna la pedofilia è un disturbo mentale che comporta fantasie, impulsi o comportamenti sessuali che hanno come oggetto bambini al di sotto dei 13 anni.

E’ riconosciuto come un sintomo di patologia considerare sessualmente attraente un “oggetto” che nella nostra cultura e per natura è ancora immaturo e non in grado di comprendere il significato della sessualità.

La rete internet ha consentito a molte persone con queste pericolose inclinazioni di incontrarsi “virtualmente”, di avere contatti e di scambiarsi materiale pedopornografico, dietro allo schermo di un computer e con l’illusione dell’anonimato.

Quando parliamo di pedofilia oline ci riferiamo quindi al comportamento di adulti pedofili che utilizzano la rete internet per incontrare altri pedofili (chat, forum, bbs), per alimentare le loro fantasie sessuali deviate, per rintracciare e scambiare materiale fotografico o video pedopornografici e per ottenere contatti o incontri con i bambini che sono sulla rete.

Da alcuni studi è emerso che il pedofilo online è tendenzialmente un uomo, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, non sposato, senza precedenti penali, che si connette da casa, in orario pomeridiano o serale, che abita in ogni tipo di città e in tutte le regioni del territorio italiano.

In circa il 10% dei casi analizzati il pedofilo online ha già almeno una volta abusato anche fisicamente di bambini .

I bambini di oggi sono più avvezzi a manipolare i sistemi informatici in modo inferenziale e senza l’aiuto di nessun adulto, non è un caso dunque che nell’ultimo decennio, anche l’età dei bambini target per episodi di cyber pedofilia sembri essersi abbassata.

In ogni caso il pericolo non è da sottovalutare per i ragazzi tra gli undici e i quattordici anni in poi, già dotati di account e alter-ego virtuali, sebbene la situazione di maggiore rischio riguardi le generazioni ancora più giovani, che non sperimentano accesso diretto alla Rete.

 Come si cade nella trappola della cyber pedofilia

Il discorso è molto semplice: sono gli adulti stessi a creare, senza volerlo ed inconsapevolemnte, i presupposti affinché la rete della cyber pedofilia raggiunga la quiete della nostra condotta online di fratelli, zii, genitori, nonni, baby sitter, maestri di scuola, educatori.

Come può essere possibile? Attraverso la condivisione di foto e filmati nelle reti dei social, fatti per essere trasmessi a parenti o amici ma intercettati da coloro che non sono certo amici e non hanno le migliori intenzioni.

Per tale motivo gli adulti dovrebbero pubblicare foto di minori il meno possibile, se non addirittura evitarlo, se volete consegnate una bella foto stampata di ricordo, vecchio metodo, banale forse, ma mette al sicuro i vostri figli dal commercio di immagini che circolano nei canali inappropriati.

Quello che per noi è un semplice gesto di condivisione, infatti, di un contenuto video o foto, per esibire l’immagine di una famiglia socialmente desiderabile o richiamare l’attenzione di parenti e amici lontani sul proprio quotidiano, per il cyber pedofilo è, come si è soliti dire in gergo popolare, ‘manna dal cielo’.

Molte volte la condotta criminale si esaurisce nello scaricare di nascosto immagini e file video dalle community e dai Social, e non è nemmeno un reato farlo se tali contenuti non sono protetti da specifiche impostazioni a tutela della privacy.

Secondo una stima di Australia’s new Children’s eSafety (2015), i cyber pedofili sono atti a dowloadare e postare altrove scatti agli occhi del resto della popolazione alquanto innocenti di bambini al mare, nella vasca da bagno, immortalati svestiti o semi-svestiti.

 Il ruolo delle condotte genitoriali

Il pericolo più grande per i bambini di oggi, dunque, ancora prima della cyber pedofilia, è l’irresponsabilità insita nella condotta degli adulti di riferimento quando si tratta di vivere la virtualità in modo diligente e tutelante l’intimità di chi è chiamato in causa senza poter nemmeno ancora scegliere.

Negli ultimi mesi ad esempio, si è parlato molto criticamente delle catene di Sant’Antonio, spesso regionali ma anche nazionali, che sui Social portano mamme e papà a condividere su nomination scatti dell’infanzia dei figli.

La Polizia Postale è intervenuta celermente a proposito, richiamando alla prudenza rispetto al fenomeno di febbrile condivisione, invitando gli adulti a riflettere su una questione molto semplice: che fine faranno quelle foto?

Ulteriori problematiche sorgono quando il livello di condivisione-vendita del materiale pedo-pornografico online non è più sufficiente a sedare la ricerca parafiliaca del pedofilo: è in questo assetto psichico che dal godimento scopico, il soggetto passa all’atto ricercando attraverso il cyber-spazio un oggetto concreto.

 Analisi psicologica del cyber-pedofilo

Molte sono le teorie psicologiche e psicodinamiche volte a spiegare tale parafilia: problematiche edipiche, idealizzazione materna, vittimizzazione da parte di un soggetto che è stato a sua volta vittimizzato e dunque identificazione con l’aggressore.

Il primo passo per capire qualcosa del funzionamento mentale del pedofilo, tuttavia, è considerare che la sessualità adulto – genitale non è stata raggiunta nella storia psicosessuale individuale.

L’intimità con un altro adulto, eterosessuale o omosessuale, provocherebbe nel pedofilo una quota di terrore ingestibile, soverchiante: la pulsione deve essere deviata su una meta più accessibile in quanto avvertita come meno minacciosa.

Il bambino, come idealizzazione dell’innocenza perduta, come oggetto passivo e certamente innocuo.

La Rete ha offerto al pedofilo un mezzo per muoversi nella società, spiando in casa del prossimo senza essere visti.

Da una stima del programma OLDPEPSY (On Line Dectected Pedophilia Psychology), giunto anche in Italia, risulta ad esempio che nel nostro paese il maggior numero di episodi di cyber pedofilia si concentri in Lazio e in Lombardia, che l’età media sia compresa dei pedofili tra i venticinque e i trent’anni, che il livello di istruzione di tali individui sia medio-alto.

Con i filtri assai blandi con cui Facebook e altri Social Network permettono di stringere amicizia ed accedere ai contenuti privati tra utenti, se non siamo diffidenti o al contrario ingenuamente ottimisti sulla tecno-mediazione nei rapporti interpersonali e sulla condotta del genere umano in senso lato, è possibile che la minaccia cyber pedofilia sia più vicina di quanto si pensi.

Da lì, risalire ad informazioni personali sulla famiglia dell’utente online, al seguirne gli spostamenti offline il passo è breve.

Quando invece il cerca contatto online direttamente con il bambino-adolescente dotato di un proprio profilo, utilizza una strategia denominata Grooming già ampiamente descritto in un mio articolo di cui al link.

 Gli esiti dell’utilizzo della rete da parte dei cyber pedofili

Su Internet il pedofilo incontra un minor grado di controllo e vigilanza sui suoi agiti rispetto alle situazioni ad interazione sociale diretta e può addirittura, anonimamente, promuovere la propria ideologia in opposizione ad una società interpretata come eccessivamente moralista e sessuofobica, repressiva per i bambini e i ragazzi.

Su siti di cyber pedofilia compaiono sconvolgenti testimonianze ed interviste a favore del movimento cyber pedofilo, laddove in un gioco medieval carnevalesco di stravolgimento del mondo, i cyber pedofili sarebbero invece dalla parte dei bambini, per liberarli da costumi culturali eccessivamente oppressivi dal punto di vista sessuale.

Allucinante, vero? Il trasloco, parziale, dell’umanità online, ha creato anche questo e le potenziali riflessioni a proposito sono innumerevoli.

Occorre però ricordare che la lotta alla cyber pedofilia è combattuta assiduamente e con tenacia dalle forze dell’ordine.

L’ostacolo è spesso rappresentato dai siti stessi, auto-alimentatisi fino a divenire colossi di tutela legale per i cyber pedofili, come nel caso NAMBLA (North America Men and Boy Love Association): le quote di iscrizione raccolte, dalle cifre decisamente alte, hanno mobilitato veri e propri patrimoni indirizzati alla tutela legale dei contribuenti.

Cosa fare per proteggere i più piccoli?

Cosa si può fare, allora, se il fenomeno cyber pedofilia è in sedimentazione ed evoluzione, guadagnando spazio all’interno della Rete?

La parola chiave, apparentemente banale è responsabilizzazione, su due livelli:

  • un primo livello pragmatico, inerente l’informazione e l’utilizzo da parte degli adulti di software e sistemi operativi impostati appositamente per la protezione dei minori;
  • un secondo livello di maturazione della consapevolezza dei rischi reali su Internet, che non si sono affatto minimizzati con la diffusione capillare del mezzo, tutt’altro! Occorre dunque tornare a ricalcare un limite che sembra essere sbiadito e di cui numerosi psicologi e psicoanalisti parlano: quello che può derivare solo dal ripristino di una funzione genitoriale autorevole, non autoritaria che otterrebbe effetti contrari,  capace di prendere per mano le generazioni precedenti e fare da guida, per districarsi nelle cyber-trame della Rete, a volte stupefacenti, altre volte, come nel caso della cyber pedofilia, altamente pericolose.

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