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Gli esperti parlano di Nomofobia quando esiste una difficoltà ai limiti del patologico dal privarsi dall’uso costante e ripetitivo del telefono, per contattare più volte, inutilmente, la stesse persone come se fossero presenti (ed è qui che si instaura una dipendenza affettiva dall’altro da cui non ci si riesce ad allontanare nemmeno per pochi minuti), per mandare messaggi o per postare continuamente sui social, spesso le cose più assurde ed insignificanti, pur di apparire assiduamente ed in modo ossessivo su bacheche virtuali.

Il vantaggio innegabile di riceve Like e commenti anche senza fondamento, od interessati a tutt’altro, da l’illusoria impressione di piacere, di avere tanti amici e di avere grandi qualità comunicative, e molte altre, che però sanno di effimero quanto le amicizie e le conoscenze che si formano su suddette piattaforme.

Si parla di Cellularomania quando si evidenzia una vera e propria difficoltà a staccarsi fisicamente dal telefono, a privarsene anche per pochi minuti o si teme di non essere in contatto con il mondo, così si perde il contatto con le persone fisiche che sono vicine ogni giorno per preferire quello illusorio e vacuo dei social.

 

La nomofobia o cellularomania

 

 

Le persone affette da questo disturbo tendono a considerare lo smartphone come uno strumento per soddisfare bisogni di ordine affettivo e relazionale e come principale mezzo per comunicare con gli altri.

Dall’ente di ricerca britannico Yougov è stato condotto uno studio in proposito, su una campionatura di ragazzi che vanno dai 18 ai 20anni.

Dalla ricerca è emerso che 6 ragazzi su 10 vanno a letto in compagnia dello smartphone, e oltre la metà degli utenti di telefonia mobile (53%) tendono a manifestare stati d’ansia quando rimane a corto di batteria, di credito o senza copertura di rete.

Sono dati allarmanti, i ragazzi non si rendono conto di tale patologica dipendenza, per tale motivo l’attenzione e l’intervento dei genitori, nel valutare il problema e cercare un aiuto anche attraverso una forma di counseling funzionale.

In tali casi può essere d’aiuto anche il servizio da me offerto di WorkCoaching genitoriale.

Tornando ai dati che le ricerche offrono su tale argomento non si può non evidenziare che il 51% dei ragazzi tra i 15 e i 20 anni ha difficoltà a prendersi una pausa dalle nuove tecnologie tanto da arrivare a controllare in media lo smartphone 75 volte al giorno.  Addirittura il 7% lo fa fino a 110 volte al giorno.

È quanto emerge da un recente sondaggio online condotto dall’Associazione Di.Te. (Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo) su un campione di 500 persone di età compresa tra i 15 e i 50 anni.

 

 

La rete come una droga

 

 

Gli studi in generale evidenziano le medesime condizioni di problematicità: le  nuove generazioni giovanili non riescono proprio a staccarsi da smartphone e altri device, cioè i dispositivi elettronici, gadget e giochi virtuali.

Dimostrano così una vera e propria dipendenza dallo smarthfhone e da internet fin dalla più tenera età, quella in cui, se non vi sono delle ragioni concrete e giustificabili, i genitori affidano a menti ancora in crescita e formazione strumenti che usati saltuariamente possono essere positivi ed educativi, usati con eccesso sono altamente diseducativi e distruttivi anche delle cellule nervose che da sole non lavorano più.

Sono gli stessi giovani ragazzi a dichiarare questa nuova dipendenza, che come tutte le dipendenze deve essere valutata con serietà e gravità, mentre passa inosservata a genitori ed educatori solo perché non è una dipendenza di quelle che allarmano come quella da droghe o alcol.

E qui tutti si sbagliano sottovalutando tale problema perché gli effetti a cui conduce col tempo la dipendenza dal mondo virtuale è allo stesso modo deleteria e nociva per la psiche e l’organismo, per le capacità intellettuali e cognitive, per l’insorgere di condizioni di ansia patologica, depressione ed attacchi di panico, oltre a creare persone incapaci di relazionarsi con gli altri, che col tempo diventano dei veri asociali  rinchiusi in se stessi anche se circondati da una moltitudine di gente.

A tal proposito consiglierei a tutti coloro che patiscono tale condizione di leggere il mio WorkCoaching Relazionale che si trova nella pagina dei servizi.

Gli stessi giovani intervistati ammettono, senza però dare la dovuta importanza alla questione, di non riuscire a prendersi una pausa da questi dispositivi, nemmeno se relativa ad un brevissimo momento. Il bisogno di controllare continuamente lo smartphone magari per chattare non li abbandona neppure di notte.

Devo aggiungere a malincuore che il cattivo esempio di certi genitori, che fanno altrettanto, non aiuta questi ragazzi a ricavarsi una vita più sana e salutare, con ben altri interessi che siano costruttivi e maturativi.

Così, alla fine, si diventa come i propri genitori, dipendenti dagli smartphone anche da adulti.

È stato stimato che il 49% degli over 35 non sa stare senza cellulare, gli stessi non riescono a non controllarli in continuazione, verificano se sono arrivate notifiche o messaggi almeno 43 volte al giorno, di cui un 6% arriva a sfiorare le 65 volte, e di non  riuscire a stare 3 ore senza buttare un occhio sullo schermo, c’è da chiedersi quando trovino il tempo per lavorare, o peggio ancora, quando trovino il tempo per parlare con il compagno/a, col coniuge ed anche coi figli, finendo per non comprendere più nessuno di loro per mancanza di comunicazione.

 

L’isolamento sociale

 

 

Dipendenze che possono avere diverse sfaccettature: c’è la Nomofobia, come sopra descritta, ma anche la Fomo, ovvero la paura di essere tagliati fuori da qualcosa, il Vamping e tutti gli altri fenomeni legati alle web compulsioni che tengono incollate le persone agli strumenti digitali, in particolar modo allo smartphone, e la loro vita di relazione ne risente in modo compromettente.

Quando c’è un’alterazione delle abilità relazionali e sociali bisogna fermarsi e interrogarsi su cosa ci sta succedendo – dichiara Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te. – Rischioso è l’isolamento sociale, quando si arriva all’alienazione fino a diventare Hikikomori, rinchiusi nella propria stanza rifiutando la scuola e ogni contatto che non preveda l’uso mediato del mezzo tecnologico“.

 

L ‘identità diventa digitale

 

 

I giovani moderni hanno assunto dei comportamenti che sono già l’anticamera per disagi più profondi ed invalidanti.

Essi sono molto più impulsivi, hanno grande difficoltà a gestire la noia, e sono orientati al tutto e subito.

Sono meno creativi, non sono comunicativi, non hanno proprietà di linguaggio, limitato a quello rapido ed essenziale della messaggistica virtuale, non sentono il bisogno di verificare le fonti da cui traggono notizie o a fare ricerche per controllare se quello che hanno letto è vero, non leggono, non studiano, non hanno altre passioni oltre al telefono.

Essi tendono a spersonalizzarsi e ad identificarsi con i modelli che il mercato offre loro, del tutto inappropriati alla vita reale, pertanto diventano anche impreparati ad affrontare problemi e difficoltà di tutti i giorni, per loro insormontabili, ma da un ottica diversa del tutto semplici e banali.

Stiamo andando verso un’identità digitale costruita attraverso le informazioni che recepiscono dalla rete passivamente e senza alcuna critica valutativa.

Il rischio, oltre alle sopra riportate anomalie, è che i giovani d’oggi perdano la sensibilità e l’empatia verso gli eventi esterni, e non reagiscano in modo naturale ed adeguato ad ogni accadimento, sia esso positivo che negativo, rimanendo indifferenti ed insensibili a qualunque cosa, circostanza o persona.

La tecnologia ci permette di vivere tutto in modo mediato, veloce, tanto da non lasciare il tempo alle emozioni di emergere o di svilupparsi in modo adeguato.

Anche la paura o un evento traumatico tende a scomparire e quindi i nuovi giovani si trasformano in esseri semi-robotizzati, perché il corpo ma soprattutto la mente in questa dimensione non è presente, tantomeno reattiva.

Non ci sono emozioni nello spazio virtuale, tutto è esposto senza emozione, tutto passa senza lasciare reazioni, tutto è condiviso per non comprendere la realtà di nessuno.

In un mio articolo ho parlato della problematica inerente al diffondersi di un atteggiamento molto pericoloso e spersonalizzante chiamatofenomeno degli Hikikomori” ormai diffuso anche in Italia.

Potrebbero a tal riguardo interessare i miei articoli su:

chi sono i giovani Hikikomori e come intervenire,

il lato oscuro della navigazione di internet.

Il problema del Grooming dello cyber predatore  è stato affrontato nell’articolo specifico di cui al link.

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