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La psicologia del cafone

Un tempo la parola “Cafone” veniva utilizzata per indicare “non in modo spregiativo” il contadino cioè colui che viveva nel “contado” ossia il feudo di un Conte a lavorare la terra, lontano dalla città ove vivevano i “cittadini”.

In pratica era un termine che identificava unicamente il ruolo assunto nella società feudale.

Molto simile è il termine “Villano” ossia colui che vive nella villa (campagna) e che perciò si contrapponeva al Borgo e al Castello così come sono contrapposti “Contado” e “Cittadina”.

Cambiano i luoghi ma il ruolo di colui che alla base della piramide sociale svolge i lavori più umili ed a contatto con la terra.

Oggi la società non è più collegata unicamente al lavoro del contadino e dell’allevatore, si è sviluppata in altri settori sempre più industrializzati e tecnologici ma il termine cafone è ancora utilizzato con lo stesso significato di rimando a colui che coltiva la terra ed è relegato alla campagna.

Non che questo costituisca una distinzione di prestigio ma di semplice tradizione del termine che nel tempo è rimasta costante ed è oggi utilizzata per contraddistinguere colui che non è istruito non è colto ed ha poche erudizioni scolastiche.

Ma negli ultimi anni il “cafone” identifica un tipo di soggetto completamente diverso, completamente distaccato dal ruolo e dal vincolo agricolo ma comunque ancora pregno del significato di chi non ha cultura e manca di erudizione ma che tende a valorizzarsi più per quello che possiede che per quello che in realtà è.

Secondo il noto studioso del comportamento Claudio Ciaravolo, il profilo psicologico del cafone è caratterizzato da un bassissimo livello di autostima,  che determina un altissimo livello di insicurezza.

La richiesta di prestazioni sempre più elevate, e la facilità con cui la società  fa credere si possano ottenere, attraverso il possesso e esibizione di beni di lusso e ritenuti uno status simbol, provocano un aumento sempre maggiore dell’insicurezza delle persone: ed è proprio lei, l’insicurezza, la prima causa della cafonaggine.

Tanto maggiore è la finta sicurezza mescolata con una grande dose di arroganza e boriosità che il cafone ostenta in ogni circostanza allo stesso modo proporzionalmente forte e dominante sarà la sua grande insicurezza interiore.

I suoi atteggiamenti spavaldi e strafottenti  non sono altro che un disperato (e disperante, per chi gli sta vicino) tentativo di negare i nuclei di incapacità e di sentimento del sé che il cafone nasconde di se stesso agli altri.

Il cafone ha infatti dei forti dubbi su di sé, e sulle sue qualità; teme di valere poco o niente, il suo copione esistenziale profondo è “io non sono OK, tu invece sei molto OK”: un copione di tipo depressivo.

Così, per evitare di andare incontro a una depressione clinica in piena regola, il cafone trasforma il proprio copione esistenziale nell’opposto: “io sono OK, tu non sei OK.” per poter negare i suoi vissuti depressivi, deve passare per così dire sull’altro versante: quello iper-ottimistico, supervalutativo, finta eccessiva autostima addirittura maniacale.

Per non sentirsi a disagio al cafone non basta perciò convincersi di essere come gli altri: deve pensare di poter essere il migliore di tutti, o per lo meno avere l’illusione fantastica di esserlo, e guai a distoglierlo da tale fantasiosa realtà del tutto immaginaria.

Per questa necessità di sentirsi (e di mostrarsi) “up” a tutti i costi, e in tutti i momenti, il cafone non può tener conto di quel che gli succede intorno: se lo facesse, rischierebbe di scoprire che gli altri non lo stimano, non lo amano e che soprattutto lo ritengono un vero idiota.

E questa per lui, data la sua cosmica insicurezza di base, sarebbe la fine.

Il cafone è dunque costretto (ecco perché è un “coatto”) a rinunciare a una risorsa fondamentale per ogni essere umano: il feedback: la possibilità di accorgersi della risposta del mondo alle proprie azioni, una critica, un’osservazione non soltanto negativa ma al limite della mediocrità sarebbe un confronto ed una verifica che il cafone non potrebbe tollerare, meglio per lui vivere nell’illusione soltanto personale che tutti lo adorino e che piaccia a tutti.

Infatti senza feedback non si rischia di avere delle delusioni: ma non può esservi apprendimento.

Se potesse rendersi conto degli effetti delle cose che dice, e che fa, sulla gente che lo circonda, il cafone potrebbe migliorarsi, come tutti, del resto.

E altrettanto avverrebbe se potesse permettersi di esaminare i comportamenti di quelli che hanno più successo di lui.

Ma siccome nasconde a se stesso il timore di essere un incapace, il cafone non è in grado di imparare niente da nessuno.

In sintesi, secondo Ciaravolo, la cafonaggine nasce dal timore di non essere all’altezza della situazione, ma di volerlo sembrare a tutti i costi; quella del cafone è una posizione psicologica, che nulla a che fare con la sua estrazione sociale, può colpire chiunque abbia paura di confrontarsi con se stesso e con gli altri.

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