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La prima studiosa a parlare della sindrome degli antenati è stata la psicologa Anne Ancelin Schützenberger la quale ebbe a mettere in evidenza la trasmissione transgenerazionale dei comportamenti psichici.

Secondo la sua teoria sarebbe la  trasmissione inconscia e involontaria nei legami transgenerazionali della ripetizione degli eventi irrisolti che ci condurrebbero nelle nostre scelte di vita attuali senza che ce ne rendiamo conto consciamente.

Seguendo questa teoria, le persone proseguono in vita la catena delle generazioni precedenti, pagando un pegno al passato e, fin tanto che non si è “cancellato il debito”, una “alleanza invisibile” spinge a ripetere, che lo si sappia o meno, l’evento o gli eventi traumatici, le morti, le ingiustizie, persino le loro eco.

La Schützenberger sostiene che “siamo in fondo meno liberi di quanto crediamo”, possiamo riconquistare la libertà capendo i sottili legami che ci tengono ancorati al passato, per poi lasciarli andare.

Afferrando questi fili nella loro complessità potremo così vivere la nostra vita e non quella dei nostri genitori, nonni o di un fratello morto, per esempio, che rimpiazziamo, consapevolmente o a nostra insaputa, nella “catena” del nostro albero genealogico.

Inevitabile ammettere che i vissuti, gli eventi e le esperienze affrontate dalle nostre famiglia, anche quelle che non abbiamo mai conosciuto perché troppo lontane da noi, abbiano un “peso” nella nostra esistenza perché, se non direttamente a noi, ci sarà comunque capitato di venire a conoscenza di dinamiche intricate in cui le famiglie si rompono magari per un’eredità o per un forte lutto, e sicuramente ognuno di noi, portando per un attimo l’attenzione al proprio albero genealogico, può “sentire”, “percepire”, “visualizzare”, una qualche disarmonia.

Su questa materia molto interessante la Anne Ancelin Schützenberger ha scritto due libri: “La sindrome degli antenati” e “Una malattia chiamata genitori” e l’ultimo che rappresenta un po’ il riassunto dei suoi studi “Il piacere di vivere” (in Italia editi da Di Renzo)

Nel primo dei due libri, giunto in Francia alla quindicesima edizione, l’esperta spiega e fornisce esempi clinici del suo originale approccio psicogenealogico alla psicoterapia.

Fa capire che siamo anelli in una catena di generazioni, e spesso non abbiamo scelta e diventiamo vittime di eventi e traumi già vissuti dai nostri antenati.

La vita (scrive) di ciascuno di noi è un romanzo. Voi, me, noi tutti viviamo prigionieri di un’invisibile ragnatela, di cui siamo anche un po’ gli artefici.

Se imparassimo dal nostro terzo orecchio e dal nostro terzo occhio ad afferrare, a comprendere meglio, ad ascoltare, e a vedere queste ripetizioni e coincidenze, l’esistenza di ciascuno di noi diventerebbe più chiara, più sensibile a ciò che siamo e a ciò che dovremmo essere.

Ma è possibile sfuggire a questi fili invisibili, a queste triangolazioni, a queste ripetizioni? Siamo, in fondo, in un certo senso, meno liberi di quanto crediamo.

Pertanto possiamo riconquistare la nostra libertà e svincolarci dalla ripetizione, capendo ciò che accade, afferrando questi fili nel loro contesto e nella loro complessità.

Possiamo così vivere la nostra vita e, non quella dei nostri genitori o dei nostri nonni, o di un fratello morto- per esempio-che noi rimpiazziamo, consapevolmente o a nostra insaputa.

Secondo l’autrice questi legami si possono vedere, sentire o intuire, almeno in parte, ma generalmente non se ne parla: vengono vissuti nell’indicibile, nell’impensabile, nel non detto o in segreto.

Tuttavia, esiste un modo per trasformare sia questi legami, sia i nostri desideri, affinché le nostre vite diventino a misura di ciò che noi desideriamo, dei nostri desideri, di ciò di cui abbiamo voglia e bisogno profondamente per esistere (e non di ciò che qualcun altro “vuole per voi).

Se non si è governati dal caso o dalla necessità, si può comunque cogliere la propria occasione, cavalcare il proprio destino, capovolgere la sorte sfavorevole ed evitare i tranelli delle ripetizioni transgenerazionali inconsce”.

Ma per comprendere subito la teoria che la psicoterapeuta porta avanti, si legga la pagina 59, sempre del primo libro, scrive la Schutzenberger: “Supponiamo che io sia il signor Artur Dupont, consapevole e vergognoso del fatto che mia madre sia una figlia naturale, nata e allevata in un villaggio dell’Isère.

Se non voglio che i miei figli lo scoprano, arriverò a non parlare mai di mia madre, del villaggio dell’Isère, delle Alpi e delle montagne; dirò che ho orrore dell’alpinismo e che non amo altro che nuotare e il mare, trascinando cosi tutta la mia famiglia in vacanza nel Mediterraneo.

Il segreto, il non detto si estende a macchia d’olio e comporta zone d’ombra sempre più grandi. Le parole occultate si comportano come dei folletti invisibili che si applicano nel rompere, partendo dall’inconscio, la coerenza dello psichico.

Le ripetizioni si manifestano senza una presa di coscienza o una razionalizzazione di ciò che accade. Per esempio, i segreti familiari vengono investiti di libido e determinano la professione, le scelte del tempo libero e i passatempi”.

Per questo è il non detto, sottolineato però dal silenzio e dall’ evitamento, che parla e agisce.

Nell’altro libro “Una malattia chiamata genitori la professionista scrive che in maniera del tutto inconsapevole, i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri avi, ci lasciano in eredità problemi non risolti, traumi non “digeriti”, segreti indicibili.

Quando le cose non vengono dette, il corpo e la nostra mente, anche inconsapevolmente dalla nostra parte coscente deve per forza esprimerle: questa è la somatizzazione.

Il corpo del bambino- figlio, nipote o pronipote- qualunque sia la sua età, si trasforma nella voce dell’antenato ferito, nella “parola”del suo trauma.

Diventa allora necessario “tirare fuori lo scheletro dall’armadio”, decodificare le ferite non rimarginate e occuparsene, per liberarsi ‘dal freddo’ che ci hanno portato dentro.

La maggior parte dei bambini– si legge nel libro scritto a due mani con un esperto di disfunzioni dell’apparato digestivo, chirurgo all’Università di Sherbrooke- ha genitori ‘sufficientemente buoni’ per sopravvivere, oppure sa come sbrogliarsela (bambini resilienti), ma non tutti.”

Durante la giovinezza, e ancor più nell’approssimarsi all’età adulta, i bambini malati a causa dei propri genitori soffrono intensamente.

Molti, per esempio, accusano un ‘mal di pancia’ che compromette la loro vita. Oggi sappiamo che le malattie e i disturbi digestivi sono spesso legati a traumi familiari, tra i quali figurano anche le violenze sessuali.

Ma ci sono disturbi che dipendono dai propri genitori e sono frutto di traumi di guerra, di morti insepolti, di lutti non elaborati, di carenze affettive, di separazioni dovute ad internamenti, di malattie gravi della madre o del padre o, peggio ancora, della loro morte.

Questi bambini, sovente, ripropongono i sintomi dei genitori, soprattutto con il sopraggiungere dell’età in cui si è verificato il trauma primario.

In tal caso parliamo di sindrome da anniversario, che – come ha dimostrato Schutzenberger si ripete di generazione in generazione.

Se sia colpa o meno dei genitori non è il vero problema: ciascuno fa quel che può, con i mezzi che ha, ed è inutile cercare un colpevole.

D’altronde, il trauma originario potrebbe anche risalire ai bisnonni.

Resta il fatto che i bambini ne soffrono, spesso anche nell’arco di più generazioni, e non soffrono nella loro testa, ma sul loro corpo.

Essi hanno i denti allegati, perché i loro genitori hanno mangiato l’uva acerba.”

6 Comments

  1. Paola ha detto:

    In parte vero. Tuttavia da come scritto sembra un film dell’ horror

    • Nooo…
      va letto tutto in chiave psicologica.
      E’ inevitabileche il passato ed il vissuto dei genitori e di chi li ha preceduti abbia creato dei condizionamenti a cui i posteri si sono adeguati senza rendersene conto, in fondo noi siamo il risultato non solo della nostra storia ma della storia della nostra famiglia, e questo è inevitabile.
      C’è una catena, un cordone ombelicale che collega noi ai nostri avi e che ci trasmette delle eredità che ci arricchiscono e ci rendono le persone speciali che siamo.
      Nulla di horror…ibile! solo un bagaglio culturale e genetico che ha permesso di formarci, poi sta a noi gestire la nostra vita apportando delle novità o adattandoci ad essa.
      Marilena

  2. Bruna ha detto:

    Credo che sia giusto trovare il modo di sanare queste “eredità emozionali” ed interrompere la catena . Oggi , grazie alla conoscenza, si può farlo. Questo mi sembra una grande opportunità

  3. Mario Nurzia ha detto:

    Ma…mi pare che fosse tutto scritto nel dna. Certo è, e si sapeva da tempo, che oltre alle somiglianze somatiche ereditassimo anche le psichiche, almeno in parte. Il punto è che volersene liberare è pio desiderio. Per cui non ci resta che mettersi al collo quella catena ( che non abbia l’aspetto di cordone ombelicale ) e far finta di niente.

    • In realtà la teoria fa riferimento a quelle trasmissioni genetiche che non appartengono a delle abitudini o tradizionali attuali, ma addirittura risalenti nel tempo.
      In noi c’è la traccia del nostro vissuto ma anche quella genetica dei nostri avi che viene tramandata inconsapevolmente.
      GRazie del suo commento, sono sempre spunti interessanti per esprimere delle idee
      Marilena

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