La sudditanza psicologica all’interno di un’organizzazione o società

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La sudditanza psicologica all’interno di un’organizzazione o società

Ogni società, organizzazione o gruppo è una piramide di ruoli, chi sta al vertice ha la funzione di leader, di capo, di direttore e dirigente, l’uso del potere e della dominanza può variare in maniera significativa a seconda della umanizzazione e tolleranza della società stessa, aperta alla comunicazione o chiusa nella mera funzione di dominio.

In alcuni tipi di aggregazioni la dominanza ed il potere del leader sono tali da impedire ogni idea contraria o altra forma di contestazione, vi sono invece gruppi in cui esiste una dualità del rapporto di scambio e di comunicazione sia dall’alto che dal basso.

La seconda sarebbe preferibile perché permette ad ogni soggetto di dare un apporto costruttivo e migliorativo alla società stessa.

Ma questa società ideale rimane una mera teoria.

Oggi, all’interno delle organizzazioni, leadership e followership sono ruoli in relazione ed il follower può esercitare un’influenza verso l’alto in modo attivo, in altre parole ‘a dispetto dello squilibrio di potere, l’influenza può essere esercitata da entrambi i ruoli come parte di uno scambio sociale” (Hollander, 1992).

La realtà dei fatti la possiamo invece notare in quanto evocata da due personaggi rappresentativi, uno storico ed uno attuale, entrambi espressone della condizione di sudditanza psicologica.

 “Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol’ “ è una celebre frase di Fëdor Michajlovič Dostoevskij con la quale lo scrittore russo voleva sottolineare la profonda influenza che Gogol’ aveva esercitato sulla letteratura a lui successiva, quella del cosiddetto “realismo socialista”.

Nikolaj Vasil’evič Gogol’, detto Gogol’ appunto, fu un geniale maestro del realismo russo, si distinse per la grande capacità di descrivere situazioni comico-mostruose sullo sfondo di una desolante mediocrità umana. Nel suo racconto “Il Cappotto”, Gogol’ ci propone una trasfigurazione fantastica del reale nella tragica e grottesca storia di un impiegato umile e sottomesso, Akakij Akakievič, morto di crepacuore per essere stato derubato del cappotto, sognato e accarezzato come aspirazione unica di vita, dopo sacrifici inauditi, come l’abolizione della candela la sera o la rinuncia al pasto quotidiano.

Un moderno Akakij Akakievič  è il ragionier Ugo Fantozzi, l’impiegato servile, perennemente umiliato dal capo e deriso dai colleghi, incapace di esprimere idee e pensieri personali, che segue il branco pedissequamente senza alcuna contestazione, anche se le attività fatte non sono di suo interesse.

Il ragionier Ugo Fantozzi è il personaggio tragicomico ma geniale per la sua realtà e veridicità, ideato da Paolo Villaggio, portato in televisione ma corrispondente ad una reale vita vissuta.

Villaggio interpretando Fantozzi racconta una parte della sua esistenza in cui ebbe a notare e subire le medesime angherie del potere dirigente più tiranno che imprenditore, un sistema che ancora sopravvive soprattutto nelle società molto grandi dove c’è un divario incolmabile tra coloro che lavorano alla base e quelli che comandano ai vertici.

Paolo Villaggio mentre fu dipendente come impiegato all’Italsider di Genova fu testimone di parecchi episodi di servilismo ed arrivismo, fatti che sono stati utilizzati per creare il personaggio televisivo.

Fantozzi rappresenta dunque l’individuo che patisce il ruolo tirannico non solo del capo al vertice ma anche quello dei colleghi, che lo costringono ad una vita di inettitudine, incapacità e frustrazione.

Il povero ragioniere si sente vittima di coloro che fanno parte del suo mondo, non solo quelli del luogo di lavoro ma anche la famiglia vista come dei mostri che non hanno alcuna qualità bella e piacente.

Fantozzi vorrebbe andare contro il sistema ma ha paura e teme le ritorsioni, perciò ancora prima di agire si castra esso stesso in una vita ed in una condizione lavorativa che non apprezza e che non da soddisfazione.

Il suo adattamento è la fonte della sua protezione e della sua sicurezza, il sistema collaudato e funzionante garantito dall’intera collettività sono il suo limite ma anche la forza che assicura il lavoro, il sostentamento e l’immagine di lavoratore, marito e cittadino partecipe alla collettività.

Fantozzi collabora alla costruzione di un puzzle fatto di atteggiamenti e comportamenti che si intersecano e si assecondano per comporre il sistema quadro della realtà, che seppur forzata è comunque la sua realtà.

Non c’è bisogno di essere dei Fantozzi per essere sudditi di un potere, bastano pochi gesti, quotidiani, ripetuti anche se non condivisi, perché l’impossibilità di espressione e di critica costringono l’individuo ad un ruolo succube che lo priva della sua libertà e personalità.

Le realtà raccontate da Paolo Villaggio non sono così distanti dalle realtà che ci stanno intorno e che vediamo ogni giorno, ma siamo talmente abituati a tale sistema che non ci irrita più.

L’unico modo per cambiare questi sistemi dittatoriali che creano sudditanza psicologica e mentale è uscire mentalmente dal gruppo e costruire una propria individualità fatta di opinioni personali, idee private e comportamenti che siano espressione della nostra personalità così come la sentiamo e non come gli altri ce la impongono.

4 Comments

  1. 34487 ha detto:

    Penso che a volte possa rivelarsi utile anche una denuncia giudiziaria mirata che imponga a chi attua malevolmente il suo dominio (talora con offese) in modo tale da ristorare il danno subìto facendo pure mettere mano al portafoglio (attraverso testimoni oppure attivando la funzione di registrazione sul telefonino che ormai tutti hanno con sè). Credo che tale funzione, dato il fine di tutela di se stessi e principalmente la registrazione di se stessi, oltrepassi pure la privacy (magari opportunamente si identifichi con certezza data, ora e generalità)

    • Ogni fatto che realizza le condizioni oggettive e soggettive per la sussistenza di un reato diventa penalmente perseguibile, occorre però fare ben attenzione a tutti i presupposti, che devono sussistere con un alta certezza e senza ombra di dubbio, da qui la possibilità di denunciare qualunque fatto rientri nell’ambito penale.
      E sono oltremodo d’accordo che noi tutti, anzichè lamentarci e farci schiacciare da certe situazioni, dovremmo avere più coraggio e fare più denunce, perché solo attraverso di esse si consente al sistema di muoversi verso una tutela.
      Senza una denuncia o un esposto gli enti pubblici e le autorità preposte sono fermi e non hanno la possibilità pratica e formale per agire.
      Quindi mai vittime ma sempre attori della nostra vita.
      Marilena

  2. Christian Caldarulo ha detto:

    Quindi è senza dubbio la storia di un solo individuo (tratto anche dalla realtà personale vissuta dell’attore) contro una moltitudine che a tutti gli effetti configurano un’associazione con finalità antisociali e oppressive. Esistono borghesie non mafiose?

    • Si parla di piccole o grandi società/gruppi quando hanno lo stesso potere politico, e non necessariamente di stampo mafioso…
      Guardiamo per esempio i tanti condizionamenti non palesi ma occulti e molto ben celati di certe notizie, della pubblicità, delle critiche degli altri: chi si adegua soccombe, chi prova ad essere se stesso uscendo dal modo comune di pensare viene additato, giudicato ed infine emarginato.
      Lo viviamo tutti i giorni a cominciare dalla famiglia sino ai luoghi di lavoro.
      Tutto è condizionamento e troppo spesso negativo e non rispettoso dell’individualità di ognuno di noi.
      Essere soggetti liberi e pensanti non è facile, richiede molto coraggio e capacità di resistenza alle avversità indotte.
      Marilena

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