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Il personaggio di Adolf Hitler

Questa parte la voglio dedicare ad un personaggio tanto complesso quanto discusso perché di lui si sa solo quello che la storia spesso vuol far apparire dimenticando di raccontare chi era quel brutale assassino, che ebbe il coraggio di sterminare interi popoli solo per il gusto della supremazia e del potere, senza però sporcarsi mai le mani.

Infatti egli non ebbe mai a partecipare direttamente ad un uccisione od un maltrattamento, nemmeno quando fu militare in guerra fu in grado di combattere direttamente il nemico, casualmente fu ferito e questa sfortuna venne trasformata in  azione eroica dai suoi biografici perché il comandante di un popolo non poteva non essere anche un grande eroe di guerra.

Ma nulla di quello che da parte sua o del suo staff si racconta è vero.

Ecco perché non posso inserire tale personaggio negli assassini seriali in quanto di fatto non ha mai ucciso nemmeno un uomo, ha sempre soltanto dato ordini a distanza e se ne stava lontano dai luoghi ove venivano commesse le atrocità o comunque in tali occasioni non era mai presente.

Rientra a pieno titolo nelle persona falsa, negli ammaliatori, nei truffatori perché nulla di quello che raccontava di sé era vero fu solo molto bravo a mentire dicendo le cose giuste al momento giusto, quando il suo partito aveva bisogno di un esponente che potesse rappresentare un grande leader.

Ed in effetti davanti al pubblico egli si trasformava nella persona che non era mai stata con un vero e proprio sdoppiamento della personalità.

La vera storia del periodo in guerra

«Ho rischiato la vita in prima linea ogni giorno guardando la morte negli occhi, rimanendo vivo per miracolo».

Questa fu la prima frottola raccontata dal solfato adolf Hitler.

Un soldato sul campo, senza timori nonostante le bombe, i proiettili e gli scontri, nel «momento più indimenticabile e più grande della vita», la Prima guerra mondiale.

Queste sono parole di Adolf Hitler, ripetute per anni, nulla di quello che racconta corrisponde a verità.

Dello stesso tono si è servita la letteratura di parte, dalla seconda metà degli Anni Venti, fino a trasformare il 14/18 del Führer in un’epopea.

Le sue imprese eroiche, l’arruolamento nel battaglione più prestigioso, composto da studenti, artisti e intellettuali, tutti volontari, ariani, nazionalisti e consapevoli della minaccia giudaica che incombeva sull’Europa.

La Grande Guerra come culla del pensiero e dell’azione nazista, embrione del partito che porterà Hitler al potere.

È un affresco, però, che stride con i fatti e con le parole del testamento politico dello stesso Hitler, dettato all’alba del 29 aprile 1945, a un giorno dal suicidio nel bunker: «Più di 30 anni sono passati da quando, nel 1914, diedi il mio modesto contributo come volontario nella Grande guerra».

Modesto contributo, e un ventennio di storiografia esaltata svaniva in tre righe dettate al buio in una Berlino devastata.

Il 16 agosto 1914, a 25 anni, Hitler si arruola come volontario.

Da appena un anno ha lasciato l’Austria, dove rischia il processo per reati minori.

Vuole dimenticare le frustrazioni e gli insuccessi della sua giovinezza, dei suoi studi, dei suoi desideri artistici, dei suoi rapporti personali.

Diciamo che fino ad allora non aveva nemmeno superato la scuola dell’obbligo, raccontava di essere iscritto all’Università di architettura ma non risulta nemmeno la sua ammissione, viveva come un parassita solo con un sussidio statale in quanto figlio unico di padre morto in guerra e come un barbone per strada

Motivazioni, in realtà, che accomunano un’intera generazione smarrita, che nel conflitto individua una possibile fonte di emancipazione.

Tuttavia, il Reggimento List, cui è assegnato il futuro Führer il primo settembre, è tutto fuorché un “laboratorio politico” del nazismo. Gli uffici militari lo assegnano in modo del tutto casuale al reggimento bavarese di fanteria di riserva numero 16, il “Rir 16”, agli ordini del colonnello Julius List, impegnato sulla linea franco-belga.

Analizzando le carte dell’archivio di Stato della Baviera, lo storico tedesco Thomas Weber ha calcolato che solo un terzo dei commilitoni è in possesso di un titolo di studio superiore.

Che i volontari ebrei sono molti, come in tutto l’esercito, e hanno piena libertà per i loro adempimenti religiosi.

Infine – nonostante Hitler conosca al fronte il tenente Rudolf Hess, il capitano Karl Mayr e l’ufficiale antispartachista Ernst Röhm – solo il 2% dei soldati assegnati al “Rir 16” avrebbe poi aderito al Partito nazista. Sul piano bellico, Hitler, tra il 1914 e il 1918, non ha né la stoffa né il coraggio del guerriero.

Al grado di caporale arriva quasi per inerzia dopo un paio di mesi al fronte, quando già non è più nell’artiglieria ma svolge le funzioni di staffetta porta-ordini.

Il colonnello List, dovendo rinnovare lo stato maggiore, prende in considerazione una sua promozione a sergente.

Eppure non lo fa, perché, come testimonierà un suo aiutante di campo nel 1946 al processo di Norimberga, «non trova in quel caporale che borbotta solo tra sé e sé le adeguate doti di comando».

Non lo aiutano sporadiche performance oratorie, che riescono di tanto in tanto a consolare i graduati delusi dalla guerra e dal Kaiser.

Hitler non è un frequentatore abituale della trincea. Quando dice che le sue medaglie al valore sono lorde della «sporcizia della Francia e dal fango delle Fiandre» esagera enormemente.

I documenti sugli spostamenti e gli incarichi al reggimento dimostrano che il caporale Hitler sfiora raramente il campo di battaglia e mai si trova coinvolto in bombardamenti o azioni di massa. Quando è vera guerra, finisce ferito o si ammala, per il resto è solitario, non fuma né beve, sembra voler bene solo a un cane, il piccolo Foxl.

Comunque, se ancora nel gennaio del 1913 passava intere giornate a bighellonare nel parco viennese di Schönbrunn (identica abitudine aveva, in quello stesso periodo e in quello stesso luogo l’esiliato Josif Stalin), Hitler il 29 ottobre del 1914 debutta sul campo in Belgio.

Il Rir 16, male in arnese e con i ranghi non compiutamente addestrati, sconvolto dalle gravi perdite della prima battaglia di Ypres, affronta i francesi nel villaggio fiammingo di Gheluvelt. Nel Mein Kampf, scriverà di essere stato l’unico sopravvissuto di quella sortita e che da quel giorno «l’orrore sostituì il romanticismo nei campi di battaglia».

I registri, però, fissano a soli tredici i soldati caduti: la vera mattanza di tedeschi avviene a molti chilometri di distanza e in giorni differenti.

È di fatto l’unica impresa sul fronte, da quel momento Hitler diventa formalmente un corriere e trascorre quasi tutto il resto della guerra a qualche chilometro dalla linea degli spari.

Solo due anni più tardi si riaffaccia nei ranghi dell’artiglieria, nella Battaglia della Somme: il 7 ottobre 1916, dovendo consegnare un messaggio agli ufficiali impegnati sulla linea di Ligny-Thilloy, viene ferito da una scheggia alla coscia sinistra e ricoverato all’ospedale di Beelitz, nel Brandeburgo, 50 chilometri a sud di Berlino.

Non sono chiare le dinamiche di quello scontro ma gli vale la Croce di Ferro di seconda classe, a lui come a centinaia di altri tedeschi feriti (Röhm, sul finire del conflitto, gliela innalzerà al rango di prima classe).

Cinque mesi dopo, Hitler ricompare nelle Fiandre. Alla battaglia, però, preferisce una missione più romantica.

Si accampa nella provincia dell’Aisne, sotto Lille, e si innamora di Charlotte Eudoxie Alida Lobjoie, una diciottenne semplice, ma di forte temperamento: non si vergogna di fare l’amore con un nemico tedesco, di farsi vedere con lui in paese, a Wavrin.

Hitler le scrive lettere, disegna qualche acquarello, le confeziona piccoli regali che lei conserverà in granaio.

Nel 1949, dopo la Seconda Guerra Mondiale, morendo, Charlotte consegnerà tutto al figlio Jean-Marie.

Il ragazzo impiegherà qualche anno prima di fare un ragionamento pericoloso: la storia tra il caporale Hitler e la madre è della primavera del 1917, gliela confermeranno gli anziani di Wavrin; lui è nato il 25 marzo del 1918, circa nove mesi dopo.

Poi quella promozione così veloce ai vertici della polizia d’occupazione nazista in Francia, per mai compresi ordini diretti della Gestapo.

Arriverà a convincersi di essere il figlio di Hitler e proverà a dimostrarlo per tutti gli anni Settanta, anche con una causa legale, ma senza mai convincere i grandi biografi del Führer.

Il nome di Hitler, che nel settembre 1917 trascorre due settimane in congedo a Berlino, città mai vista prima, non compare più nei rapporti del Rir 16 fino al 28 settembre del 1918, quando infuria la decisiva seconda battaglia della Marna.

Il conflitto volge al termine, le riserve scarseggiano. Il giovane caporale, già coinvolto nella grandiosa ritirata da Arras, si trova in fondo una trincea a Marcoing, vicino a Cambrai, quando uno squadrone d’assalto dei Green Howards, coordinato dal gruppo di armate di Wellington, sbaraglia i tedeschi.

Gli inglesi scavalcano la linea.

Una scheggia colpisce Hitler, che sanguina e cade a terra. Il soldato britannico Henry Tandey, nella sua corsa, quasi lo calpesta, poi si accorge che è ancora vivo.

I due si fissano, infiniti secondi di silenzio tra gli spari vicini dell’artiglieria.

Tandey pensa di sparargli, ma lo sguardo del caporale tedesco piega la sua freddezza e desiste: pensa sia già ferito gravemente e lo lascia sopravvivere. Non per questo, ma per lo sfondamento del fronte, Tandery riceverà la Victoria Cross da sua Maestà.

Hitler, da Cancelliere, cercherà con determinazione quel soldato inglese, ordinando un’inchiesta sullo Yorkshire Regiment, facendo consultare da suoi investigatori decine di documenti e registri.

Trovato il nome, nel 1935 si farà regalare dai Green Howards il quadro del pittore italiano Fortunino Matania raffigurante Tandey in azione nella battaglia di Menin dell’ottobre 1914.

L’opera, per un decennio appesa alla sala mensa del reggimento, sarà trasferita al rifugio alpino bavarese di Berchtesgaden, tanto caro al Führer. Nel 1938, alla firma del Trattato di Monaco, Hitler vorrà persino chiedere al primo ministro inglese Neville Chamberlain di «porgere i migliori auguri personali» a Tandey: «Quell’uomo – disse – mi è venuto così vicino per uccidermi. Ho pensato che non avrei mai più rivisto la Germania». Un colpo di pistola che avrebbe cambiato la storia.

Nell’ottobre del 1918, Hitler, insieme a un intero plotone di List subisce l’impatto di uno dei primissimi attacchi su vasta scala con “gas mostarda”, durante la Battaglia di Passchendaele. La nuova potente arma chimica era già stata usata il 12 luglio dell’anno precedente, per la prima volta nella storia, dai tedeschi, in Belgio, durante un’incursione a Ypres.

Questa volta sono invece i francesi a utilizzarla.

Hitler denuncia gravi problemi alla vista, dà segni di escandescenza fino a perdere la voce e chiede il ricovero: il capitano Fritz Wiedemann lo trasferisce fino alla fine della guerra all’ospedale militare di Pasewalk, in Pomerania, 140 chilometri a nord di Berlino. Il ricovero dura un mese esatto e durante la degenza Hitler viene informato della sconfitta tedesca.

La cartella clinica di quel ricovero non sarà mai più trovata: i servizi dell’intelligence statunitensi scopriranno il blitz della Gestapo del settembre 1933, con la distruzione di tutti i documenti riguardanti il Führer (che in quell’estate avrà di fatto instaurato la dittatura) e l’assassinio del primario militare Edmund Forster , camuffato da suicidio tra le mura domestiche.

Gli 007 americani scriveranno un rapporto sulla “cecità isterica” di Hitler, causata dal gas mostarda, e dalle poche cortesie usate da Forster nei suoi confronti.

Lo considera semplicemente in preda a un (comprensibile) esaurimento nervoso da guerra.

Nel Mein Kampf, Hitler racconta uno stato d’animo differente: «Saputo della sconfitta, mi colpì la certezza che avrei liberato la Germania e l’avrei resa nuovamente grande. Seppi immediatamente che ciò si sarebbe immancabilmente realizzato».

Peccato che quando Hitler e i pochi soldati con cui aveva stabilito un rapporto di amicizia tornano a Monaco, nel dicembre del 1918, trovano la città sconvolta dai moti e nelle mani dei rivoluzionari comunisti. Hitler deve riprendere da qui il suo cammino: ferito ai margini della Grande Guerra, come sempre logorato nell’animo, sconfitto, senza patria e con i “rossi” al potere nella città scelta come Nazione.

E allora comincerà a scrivere una storia diversa. Accompagnando la sua ascesa, negli anni successivi, gli ex commilitoni scopriranno e narreranno magnifiche storie delle sue imprese belliche, descrivendolo come «soldato modello» (“Con Hitler nel Bavanian Rir List”) e «leader naturale» (“Hitler sul campo di battaglia”). Sui sussidiari per le elementari, sarà dipinto come «uno dei più coraggiosi soldati nella battaglia».

I pochi che cercheranno di fare chiarezza passeranno tempi cupi, molti conosceranno i campi di concentramento.

Come Hugo Gutmann, di religione ebraica, sequestrato per due mesi dalla Gestapo già nel 1937. La vera storia di quel «modesto» soldato dovrà essere cancellata con cura. Alla fine Hitler si convincerà della sua potenza. Soprattutto, riuscirà a ipnotizzare la maggioranza dei tedeschi.

La malattia psichica di Hitler

Molti psicoanalisti hanno svolto approfonditi studi sull’ infanzia di Hitler che hanno portato ad affermare che il fhurer fosse stato pesantemente condizionato dalle questioni familiari presenti dall’età infantile.

il punto di partenza è sicuramente la constatazione della presenza del cosiddetto Complesso di Edipo; moltissimi studiosi ritengono infatti che, partendo dai sentimenti di affetto morboso che provava per la madre, Hitler avesse individuato nel padre un nemico da combattere e da abbattere.

Ma vediamo cosa hanno scritto di lui gli psicoanalisti più famosi a partire da Freud, Fromm……

Personalità di Hitler

Per quanto riguarda la personalità di Hitler, si dice fosse refrattario all’umorismo. Secondo la testimonianza di Albert Speer, unico e solo amico di Hitler, non si ricordano situazione particolari nelle quali il Führer ridesse.

Infatti non amava dare la vita, ma la morte. Sembra che trionfassero le cosiddette “pulsioni di morte”.

Le pulsioni di morte sono una categoria fondamentale di pulsioni che si oppongono alle pulsioni di vita e tendono alla riduzione completa delle tensioni, cioè a ricondurre l’essere vivente allo stato inorganico.

Rivolte dapprima verso l’interno e tendenti all’autodistruzione, le pulsioni di morte verrebbero successivamente dirette verso l’esterno, manifestandosi sotto forma di pulsione di aggressione o di distruzione. Questo termine è stato introdotto da Freud con il saggio Al di là del principio del piacere (1920) e nell’Io e l’Es (1922).

Le origini dell’odio

Molto interessante risulta lo studio che viene fatto da Alice Miller, questa famosa psicanalista e saggista di origine polacca, ha documentato i maltrattamenti psico-fisici subiti da Adolf Hitler per mano del padre adottivo.

Questi maltrattamenti, avrebbero forse motivato l’odio di Hitler nei confronti del genere umano.

E’ doveroso sottolineare oltretutto che Hitler, rimasto orfano all’età di 19 anni, non fosse mai stato riconosciuto da suo padre Alois.

Miller afferma che dietro ad ogni sterminatore, cova il bambino umiliato che è stato un tempo, un bambino che è sopravvissuto solo attraverso la completa e assoluta negazione dei suoi sentimenti di impotenza.

Ma questa totale negazione della sofferenza una volta stabilita crea un vuoto interiore. Molte persone non svilupperanno mai una normale capacità di compassione.

Di conseguenza hanno pochi scrupoli a distruggere la vita umana, né quella degli altri né il vuoto che si portano dietro dentro di loro.

Ciò che manca nell’infanzia di queste persone è la presenza di una figura “buona” e consolatrice, di una persona affettuosa verso il bimbo (figura che la Miller denomina “testimone soccorrevole”).

Il meccanismo è in sintesi il seguente: il bambino picchiato, soprattutto nei primi tre anni di vita, prova un sentimento di forte paura e percepisce (“sente”) il genitore come “cattivo” nei suoi confronti; tuttavia poiché le percosse gli sono presentate come “giuste” e comunque somministrate per il suo bene, si crea una forte dissonanza tra la dimensione emotiva (ciò che il bambino sente) e quella cognitiva (come il bambino interpreta la realtà).

Miller chiama “cecità emotiva”, ciò che impedisce alla persona di provare sentimenti di empatia e che rende spesso impossibile all’adulto anche solo ricordare consapevolmente le percosse subite quando era bambino.

Un buon quadro di riferimento relativo all’infanzia di Hitler ed alla formazione della sua personalità, ci viene fornito da Eich Fromm nella sua opera: Anatomia della distruttività umana (Mondadori, 1973).

Hitler bambino e Freud

Quando aveva solo sei anni, Adolf Hitler soffriva di incubi molto vividi in cui vedeva se stesso cadere in abissi profondi o in cui veniva perseguitato e picchiato fino a desiderare la morte.

Questi episodi e molti altri convinsero il dottor Bloch del fatto che il bambino avesse bisogno dell’aiuto di uno specialista e per questo fece ricorso a Sigmund Freud, che realizzava visite psicoanalitiche dalla grande fama, a cui si sottoponevano sia membri della classe più alta della società che della borghesia.

Il dottor Bloch chiese consiglio a Freud sul caso di Adolf Hitler più volte, e la diagnosi fu sempre la stessa: necessità di ricovero e trattamento, con cui la madre di Hitler, Klara, si mostrò completamente d’accordo.

Tuttavia, Adolf non fu trattato, poiché suo padre, Alois Hitler, non acconsentì. Si trattava infatti di un uomo molto intransigente che voleva che suo figlio continuasse a studiare per lavorare come impiegato alle dogane.

Teoria freudiana

A peggiorare la sofferenza emotiva di Hitler fu la nascita, del fratello, che ne allontanò il bambino dalla posizione di principale oggetto della devozione materna.

Questo è il periodo in cui, secondo la teoria freudiana, entrambi gli aspetti del complesso di Edipo sono completamente sviluppati: attrazione sessuale verso la madre e ostilità verso il padre.

I dati sembrano confermare il presupposto freudiano: il giovane Hitler era profondamente attaccato alla madre e aveva un atteggiamento antagonistico verso il padre, ma non riuscì a risolvere il complesso d’Edipo identificandosi col padre attraverso la formazione del Super-ego e superando l’attaccamento alla madre; sentendosi tradito da lei per la nascita del rivale, se ne allontanerebbe.

Dall’analisi caratterologica di Hitler è emerso il quadro di un individuo introverso, estremamente narcisista, solitario, indisciplinato, sadomasochista e necrofilo.

A meno che non fosse un uomo di considerevoli capacità e talento, è certo che queste qualità non spiegherebbero il suo successo.

Sembra che la più grande delle sue capacità fosse quella di influenzare, impressionare, convincere la gente. Era sicuramente dotato di una grande leadership. Pare che l’avesse sviluppata da bambino e l’esercitasse nel suo ruolo di capo delle bande nei giochi di guerra.

In diversi resoconti si sottolineano le qualità magnetiche degli occhi di Hitler. Sicuramente questa è una caratteristica ricorrente delle persone particolarmente narcisiste, soprattutto i fanatici hanno spesso una particolare luce negli occhi, che conferisce loro un’apparenza di grande intensità, devozione e trascendenza.

L’unico elemento caratterizzante è la presenza, o assenza, di calore, e tutte le fonti sono assolutamente d’accordo su questo punto: gli occhi di Hitler erano freddi, l’espressione della sua faccia era fredda, non c’era mai in lui traccia di calore o compassione, tipica condizione dei psicopatici.

La teoria di Eric Fromm

Fromm introduce il concetto di necrofilia quale orientamento del carattere sociale; secondo il noto psicoanalista tedesco può essere descritta nel senso carettereologico come: “l’attrazione, la passione per tutto quanto è morto, putrido, marcio, malato, la passione nel trasformare ciò che è vivo in non-vivo; distruggere per il piacere di distruggere; l’interesse esclusivo per tutto quanto è puramente meccanico.

E’ la passione per le strutture viventi”.

Fromm arrivò a capire la necrofilia attraverso l’osservazione di persone in analisi.

L’impulso decisivo gli venne però dalla teoria freudiana degli impulsi di vita e di morte. La necrofilia, in opposizione alla biofilia, emergerebbe come risultato di una cresita impedita.

Fromm attraverso uno studio psicobiografico individua in Hitler un caso clinico di carattere necrofilo.

Disturbi psicosomatici attribuiti a Hitler

Dopo gli infortuni subiti durante la prima guerra mondiale, Hitler fu ricoverato presso un ospedale militare a Pasewalk, nei pressi del mar Baltico e fu curato dal professor Forster, direttore della clinica psichiatrica dell’ospedale, attraverso l’ipnosi.

Alcuni documenti riportano la presenza di una lieve congiuntivite che non giustifica però la cecità temporanea che ne derivò, per cui essa fu diagnosticata come isterica.

Quello che oggi il DSM definirebbe come disturbo dissociativo o da conversione, un peculiare sintomo in cui un problema apparentemente fisico si verifica senza nessuna causa organica identificabile.

La spiegazione classica che in letteratura (a partire da Charcot e da Freud) si da di questo disturbo è che la mente converte un trauma psichico in un sintomo fisico per proteggersi dallo stress.

In poche parole per evitare di viversi un’emozione troppo forte, la psiche la trasforma in un malessere organico (il non vedere è un po’ una metafora del non voler vedere).

Analisi di personalità secondo gli psicoanalisti Henry Murray e Walter Langer

Durante la seconda Guerra Mondiale, i servizi segreti americani commissionarono ben due analisi psicodinamiche della personalità di Hitler, la prima allo psicologo Henry Murray e la seconda allo psicoanalista Walter Langer.

Nonostante l’importanza degli esperti scelti, non è semplice condurre una seria analisi personologica su un paziente che non si è mai incontrato, sebbene tanto noto, ragion per cui non si tratta di documenti del tutto affidabili.

In ogni caso, Murray e Langer definirono Hitler uno psicopatico, affetto verosimilmente da schizofrenia paranoide, probabilmente impotente, omosessuale represso e con tendenze suicide (diventate poi realistiche).

Cosa ha spinto milioni di persone a sottomettersi al suo volere?

Poter capire il motivo che spinse milioni di persone a sottomettersi ai folli comandi di un dittatore e del Nazismo in particolar modo, bisogna considerare un fattore psicologico particolare: il netto indebolimento dell’autorità familiare, ed in particolar modo di quella paterna.

Per capire il motivo della nascita del Terzo Reich, è perciò fondamentale ricorrere alla psicologia della famiglia e ai concetti della psicoanalisi di Freud.

Per dare una spiegazione corretta del perché il popolo tedesco seguì le indicazioni e le idee presentate da Hitler, è necessario mettere in rilievo non tanto la specifica personalità e le doti del folle leader carismatico, caratteristiche comunque importanti per la comprensione del fenomeno, quanto piuttosto analizzare le particolari necessità, le speranze ed i sogni frustrati della maggior parte dei cittadini

L’aspetto più importante di questa analisi risiede senza dubbio nell’esaminare il ruolo esercitato dalla figura paterna.

L’educazione autoritaria e severa aveva infatti costituito una delle caratteristiche fondamentali della formazione degli individui appartenenti alla classe media inferiore, i quali perciò sviluppavano un grande rispetto per qualsiasi figura autoritaria e una grande obbedienza alle regole che venivano loro imposte.

Dal punto di vista psicologico, si veniva a formare un particolare tipo di personalità (sado-masochista), estremamente rispettosa degli ordini delle autorità, e disprezzante di tutto ciò che veniva definito “debole”.

La psicoanalisi analizza questo particolare aspetto della personalità ricorrendo al concetto di Super-Io.

Lo stesso Fromm, a proposito dell’analisi della nascita del Nazismo, parla infatti della proiezione del freudiano Super-Io sulle figure autoritarie della società tedesca.

Che cosa sarebbe accaduto se quel bambino avesse ricevuto un trattamento psicologico adeguato?

Non possiamo non immaginare che, probabilmente, la storia dell’umanità intera avrebbe preso un’altra strada e gli orrori dell’olocausto non si sarebbero mai verificati. Purtroppo, però, si tratta solo di supposizioni e non lo sapremo mai.

Le ultime scoperte

Nel 2005 un dossier particolarmente interessante ha fatto il giro del mondo: il primo profilo psicologico di Adolf Hitler realizzato da Henry A. Murray, psichiatra dell’Università di Harvard, che prima della seconda guerra mondiale esercitava in qualità di direttore della Clinica Psicologica di Harvard e che durante la guerra si mise al servizio dell’Office of Strategic Services.

Lo studio in questione contava con un totale di 250 pagine e fu realizzato espressamente per comprendere non solo il perché Hitler agiva in una determinata maniera ma anche per prevedere quali sarebbero stati i suoi prossimi passi e stabilire una possibile strategia di negoziazione.

Questo dossier, denominato “Analysis of the Personality of Adolf Hitler: With Predictions of His Future Behavior and Suggestions for Dealing with Him Now and After Germany’s Surrender” si può consultare presso l’Università di Cornell e nello stesso compaiono frequentemente appellativi come: nevrosi, paranoia, isteria e schizofrenia.

Così, anche se il linguaggio ci può sembrare un tanto strano a causa del fatto che le teorie sulla personalità sono notevolmente cambiate da allora, alcune delle caratterizzazioni realizzate affermano che Hitler era: “una persona piena di rancore e vendicativa, poco tollerante alle critiche e con tendenza a disprezzare le persone”; ma “aveva una grande fiducia in se stesso ed era altamente perseverante di fronte alla sconfitta”.

L’analisi terminava anche dicendo che Hitler avrebbe finito con il suicidarsi in modo drammatico.

Per riconoscere questi dettagli non è necessario uno psicologo; così Murray aggiunse altri dettagli affermando che era un masochista passivo con tendenze omosessuali represse, e che la radice della sua violenza proveniva dagli abusi e le umiliazioni di cui soffrì quando era bambino e adolescente.

Insomma, questo studio sembra essere un congiunto di teorie psicoanalitiche speculative condito con alcuni dettagli della vita reale di Hitler.

Il primo problema relativo a questo profilo sta ne fatto che Murray lo realizzò utilizzando informazioni di seconda mano (dati presi dalla stampa, documentari, la storia scolastica e qualche informazione offerta dai servizi segreti).

Così oggi, gli esperti possono affermare che questi dati non vanno oltre al rappresentare un curioso tentativo di comprendere la personalità di Hitler che si trova realmente ad essere travisata da pessima interpretazione (dalla quale Murray non poteva esimersi dato che era la norma in quell’epoca).

Tuttavia, una informazione ancora più interessante proviene dalla European Archives of Psychiatry and Clinical Neuroscience, dove si svelano alcuni frammenti della storia clinica perduta di Hitler; un documento che risale al 14 Ottobre del 1918, quando venne ammesso all’Ospedale Militare di Pasewalk, dopo essere sopravvissuto ad un attacco con il gas (anche se va detto che Hitler no fu mai in prima linea sul campo di battaglia).

In questa occasione venne sottoposto a ipnosi dal professor Forster (allora incaricato della clinica psichiatrica). Questi dati vennero confermati in seguito dal dottor Karl Kroner, il quale tempo dopo si mise in contatto con il suddetto Office of Strategic Services.

In questo articolo si riporta che Hitler fu diagnosticato con isteria e cecità non organica (un disturbo abbastanza comune nelle persone che soffrono di isteria ma che oggi sarebbe catalogato come un disturbo di conversione).

Il disturbo di conversione è una patologia di origine eminentemente psicologica nel quale la persona presenta sintomi fisici che generalmente sono tipici di alcune malattie neurologiche (come le convulsioni, gli stati cataplegici, la cecità, la paralisi, sordità, parestesie e addirittura il coma).

Questi sintomi si manifestano dopo eventi stressanti e non sono simulati dal paziente, anche se non hanno alcuna causa organica.

Quando il disturbo di conversione colpisce gli uomini, molte volte si scopre alla base un disturbo antisociale della personalità; abbastanza comune in contesto militare.

Sebbene i sintomi vadano in remissione in poche settimane, questi possono apparire di nuovo e con maggiore intensità; anche se la cecità, la paralisi e la afonia sono i sintomi che presentano una maggiore evoluzione.

Le spiegazioni più comuni per questo disturbo indicano che la nostra mente somatizza la pressione psicologica nel tentativo di proteggerci dallo stress.

Così, non risulta strano che questo documento sia sparito e che tutte le persone implicate nella diagnosi e nel trattamento di Hitler “scomparirono” o si “suicidarono”; con una misteriosa ma provata implicazione delle SS.

Tuttavia, solo pochi anni fa la BBC ha realizzato un documentario dal titolo: “Inside the mind of Adolf Hitler”, nel quale si offre una prospettiva più moderna che tenta di comprendere cosa avveniva in quella mente.

Una delle persone che riconsidera alla luce delle scoperte moderne in materia di psicologia i dati storici che si posseggono in merito a Hitler è Jerrold Post, famoso per i suoi studi sulle personalità dittatoriali e inoltre professore di Psicologia Politica all’Università di Washington.

Secondo questo documentario il problema principale di Hitler si rifarebbe a quello che oggi viene denominato il “Complesso dei Messia”. Questo disturbo (non riconosciuto ufficialmente nel Manuale Diagnostico DSM-IV), farebbe riferimento al fatto che la persona crede fermamente nella sua missione di salvare il mondo (anche se a volte lo distrugge assumendo il ruolo di “Messia Combattente” e non del Messia che si sacrifica per l’umanità).

Secondo gli specialisti questa credenza delirante proviene dal fatto che la maggioranza dei fratelli di Hitler morirono quando lui era piccolo, così per combattere il dolore della perdita, Hitler pensava di essere sopravvissuto per una ragione speciale: salvare la Germania e quindi il mondo intero.

Come si può capire, le spiegazioni per il comportamento di Hitler sono tante e tutte diverse; anche se personalmente considero che non esista una sola patologia ma che siamo in presenza di un vero e proprio cocktail psicopatologico che si è sviluppato durante tutta la vita di Hitler.

Tuttavia, oltre alle possibili spiegazioni, certo è che se queste peculiarità personologiche non avessero trovato un terreno fertile nelle specifica epoca storica nella quale la personalità di Hitler si sviluppò, forse egli sarebbe rimasto uno tra i tanti folli in circolazione nella sua epoca.

Così, oltre a quanto si possa insistere nel sottolineare quanto psicopatico fosse l’uomo Adolf Hitler e quanto orribili furono le azioni e i genocidi da lui perpetrati, è certo che milioni di persone in tutto il mondo lo sostennero economicamente e politicamente, credettero in lui anche fuori dalla Germania e dall’Europa (l’esempio del creatore della prima fabbrica di automobili, il magnate Ford è solo uno), e la maggioranza di questi continuò a vivere libero e rispettato dopo la fine della guerra.

Altre rivelazioni sulle sue condizioni

Per ritrovare il vigore sessuale, Hitler ricorreva a delle iniezioni di sperma, la sua vita piagata dal meteorismo, e questo solo per cominciare…

Giornate tormentate dalla flatulenza, siringoni a base di brutali surrogati del Viagra e, tanto per gradire, dosi da cavallo di cocaina.

Così tirava avanti Adolf Hitler, secondo  le dichiarazioni dei suoi medici curanti contenute in due corposi documenti che andranno all’asta i prossimi 8 e 9 maggio negli Stati Uniti presso la Alexander Historical Auctions di Stamford, nel Connecticut.

Il contenuto delle carte è stato anticipato ieri dal Washington Examiner (e subito rilanciato da Dagospia), che ha pubblicato anche alcune radiografie del Führer.

Il rapporto riservato

Il materiale consiste in un «rapporto riservato» di 47 pagine, datato 29 novembre 1945 e basato sulle interviste ai sei dottori che seguivano Hitler, ovvero Theodore Morell, Erwin Giesing, Walter Loehlein, Karl Weber, A. Nissle e E. Brinkmann.

Il primo è probabilmente il più famoso, grazie anche al lavoro dello storico David Irving, il quale ha firmato anni fa un volume importante, I diari segreti del medico di Hitler (tradotto in italiano nel 2007 dalle Edizioni Clandestine).

Pillole eccitanti o sedative

Odiatissimo dalla cerchia di fedelissimi del capo del nazismo, Morell «somministrava a Hitler compresse e pillole eccitanti o sedative, sanguisughe e preparati batterici, cataplasmi bollenti o gelidi e letteralmente migliaia di iniezioni, ossia litri di fluidi misteriosi che, ogni anno, venivano iniettati e al suo grato e alquanto ingenuo Führer. Tanto che a volte persino Morell non riusciva a trovare nelle sue braccia un punto dove inserire l’ago nelle vene trombizzate».

Come si evince dalle carte che saranno vendute negli Usa (con una base d’asta di 1500-2000 dollari), il medico iniettava ad Adolf estratti di «liquido seminale, testicoli e prostata di giovani tori».

A che gli servissero tali astrusi medicamenti è presto detto: per ritrovare il vigore sessuale.

Secondo la testimonianza di Morell, infatti, Hitler aveva ancora rapporti sessuali con Eva Braun, benché i due dormissero in camere separate.

Altra specialità del dottore nazista era il glucosio, che faceva sentire il Führer particolarmente in forze.

A partire dal 1937-’38 e per tutti gli otto anni in cui l’esimio scienziato si prese cura di lui, Adolf mangiava sempre meno, in compenso (come rivelò una segretaria) aveva abbastanza farmaci «da riempire un baule».

Il documento all’asta

Tra i documenti che andranno all’asta c’è anche un altro rapporto di 178 pagine, datato giugno 1945. Riporta la testimonianza di Erwin Giesing, un otorinolaringoiatra. Cominciò a occuparsi di Hitler dopo l’attentato bombarolo di Claus von Stauffenberg (la nota Operazione Valchiria).

Nella sua memoria si legge che Hitler, a seguito dell’esplosione, soffriva di forti dolori all’orecchio destro, con copiose fuoriuscite di sangue.

Nevrotico e dipendente dai sonniferi

Secondo Giesing, il Führer era nevrotico  e dipendeva da sonniferi, pasticche digestive e varie pillole ricostituenti.

Non solo: «La sua psicosi lo portava a trarre piacere da alcune sostanze, come la stricnina e l’atropina contenute in pillole contro il meteorismo».

Insomma, Hitler soffriva di una «incontrollabile flatulenza». A causa della dieta vegetariana che seguiva, era tormentato dai gas intestinali.

Vicino alla tossicodipendenza

Ciliegina sulla cartella clinica: Aldof fu a un passo dal diventare un tossicodipendente. Colpa di un rimedio contro la sinusite a base di cocaina che gli venne somministrato da Giesing e di cui il dittatore gradiva particolarmente gli effetti.

Esplicita la chiosa del dottore: «Aveva, insomma, un’evidente inclinazione a diventare un consumatore abituale di tali medicine, ammettendolo esplicitamente». L’assuefazione finale era l’ultimo stadio prima della morte.

2 Comments

  1. Salvatore ha detto:

    Quando un uomo nella media quanto a normalita`psichica diventa un leader, tanti pseudoscienziati si sforzano di formulare teorie accomunate dalla massima “ve l’avevo detto”

    • Trovo più divertenti quelli che non hanno nessun tipo di conoscenza approfondita sull’argomento, sia nella materia storica che in quella psicologica del personaggio, ma hanno lo stesso il coraggio di sparare sentenze a caso senza allegare nessuna contestazione o critica costruttiva e di un certo valore….
      Tra l’altro espresso con un italiano messo talmente a caso che fatico a comprendere il suo pensiero, se ve n’è uno.
      complimenti
      Marilena

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