La vera storia di un internato nel manicomio di Collegno

Il mistero del manicomio di Voghera
20/07/2017
Gli zombie sono esistiti veramente
21/07/2017

La vera storia di un internato nel manicomio di Collegno

La storia che segue è tratta da un articolo intitolato “autobiografia di un ex ricoverato nel manicomio di Collegno”, si tratta di una storia vera, assurda ma purtroppo vera. [1]

Non è la storia di un caso a sé, ma di un caso come tanti.

Non sono passati molti anni da quando la legge Basaglia ha abolito la brutalità di tali posti, leggere questa storia ci fa capire molto della malattia mentale e di come essa possa svilupparsi non per motivi biologici e per capire anche come dovremmo vedere i pazienti sofferenti nell’animo.

Riporto di seguito l’articolo in maniera integrale ed il racconto coi suoi tanti errori ed inesattezze non è solo il sintomo di una scarsa alfabetizzazione ma soprattutto della sofferenza e delle torture patite che tolgono lucidità e fluidità al pensiero e di conseguenza allo scritto.

Le pagine che seguono sono state scritte nel 1970 da un uomo che percorsa  intera la carriera del ricoverato a Collegno e che non solo è riuscito a sopravvivere, ma ha conservato la lucidità necessaria a ricordare e raccontare l’esperienza per cui è passato.

Basterebbe questo solo fatto a farci considerare tali pagine eccezionali: l’istituzionalizzazione non perdona.

Ed è tragicamente paradossale doversi stupire che un malato non ne sia stati distrutto,. Come accade di norma.

Ma questo testo è oltre che eccezionale, esemplare. Intanto per il modo in cui è stato scritto. Non è il caso qui di fare della letteratura e ammirare l’efficacia, la vivacità, l’autenticità del racconto.

Ma è certamente il caso di chiedersi come sia stato possibile che una persona capace di tanta intelligenza e sensibilità abbia potuto passare una parte così significativa della propria vita in manicomio, definito pericoloso a sé e agli altri, a partire, si noti, dall’età di otto anni.

Questa domanda ne richiama immediatamente un’altra : di chi è la responsabilità , chi è stato soggettivamente e oggettivamente colpevole di quello che è accaduto a questo ragazzo? Chi legge scoprirà che i colpevoli dei disastri sono proprio coloro il cui ruolo ufficiale li designava a proteggerlo, difenderlo, curarlo.

Sotto i nostri occhi si svolge, parallela alla storia di un uomo, quella del successivo smascheramento di tutte le tecniche “scientifiche” di tutti gli istituti “sociali” ipocritamente preposti ad evitare, ma in realtà  necessitati a confermare e a far scontare la condanna che il nostro sistema infligge all’indifeso, al debole, all’economicamente improduttivo.

Da un’adozione sbagliata alla frettolosa selezione scolastica, dalla diagnosi psicologica alla reclusione e alla tortura psichiatrica, è tutta una serie di tecnici quelle che, sotto la copertura della propria competenza, ha avallato un crimine: assistenze sociale, giudice, maestro, psicologo, infermiere, psichiatra.

Le pagine che seguono sono un documento inoppugnabile, della non neutralità della scienza e della tecnica, del loro essere una funzione al servizio di interessi di una classe contro l’altra.

L’ex ricoverato ha voluto che il suo scritto fosse pubblicato nell’interesse degli altri: tra questi altri vanno certamente inclusi quegli scienziati e quei tecnici che possono, da un’esperienza come questa, trarre un’occasione di presa di coscienza.

Non sarà inutile ricordare che l’esperienza qui riportato non si riferisce a un passato ormai lontano, ma a un presente che continua a rinnovarsi: molte storie simili a questa stanno cominciando nel momento in cui scriviamo queste righe.

RIASSUNTO

Questo che io vi racconto non è come tante favole ma è la storia di un povero ragazzo che a vissuto in un collegio che non potete immaginare in quale io ne parlerò molto spesso. Spero se tutti voi avete un po’ di cuore vi farete un piccolo pensiero e potete sapere cosa voldire vivere in un simile collegio dove ciè solo quattro mura e non potete vedere il mondo aperto e felicie.

L’INFANZIA – 8 / 13

Nato a Torino da famiglia povera in quale mi abbandonarono in un Istituto di Orfani come ero io a Superga presso L’Istituto della provincia di Torino.

Così presero molto cura di me e mi cercarono dei genitori che mi vessero adottato  come un Loro figlio ma erano non molto ricchi di finanziamento e la loro casa non era molto bella che abitavo in Via …N..3,.

Appena compiuto 8 anni ero molto nervoso. Loro mi portarono a fare una visita di un medico Psichiatrico il quale gli disse che io avevo bisogno delle cure e mi portarono subito in ospedale per essere più sotto osservazione.

Io non potevo capire cosa voleva dire quel signore con il camicie bianco poi tornai a casa e cominciai tornare a scuola però ero troppo indietro di mentalità e la mia maestra quando spiegava io non capivo gnente così mi fece un bigliettino di consegnare a i miei genitori dove li invitava a venire parlare con lei.

La mattina seguente mia madre mi portò a scuola e parlò con la mia maestra che li disse che io non potevo stare in quella scuola perché ero troppo indietro di mente e ciera una scuola a posta per i bambini come me che si chiamava l’uccento(l’autore allude all’Istituto medico pedagogico di Le cento (Torino).

Ma a l’uccento mi rifiutarono perché dissero che ero troppo malato. Avevo 8 anni. Quando mi portarono in quel ospedale che si chiamava Colegno.

Mi trovai insieme a dei Bambini come me e sotto la direzione di una dott.ressa che si chiamava…

Era molto brava e faceva tutto per aiutarci e ci trattava come dei suoi figli. Così mi presero subito in cura e mi mandarono a scuola che ciera li dentro.

Ero molto magro e nervoso non riuscivo a capire quello che  diceva LA maestra che una suora così mi tennero per molto tempo in sezione per farmi delle cure e per vedere se Miglioravo così un giorno potevo tornare di nuovo a casa insieme con i miei genitori adotivi.

Per un periodo di mesi rimani in quel ospedale. Alla domenica avevo sempre mia mamma che veniva a trovarmi così li feci la prima comugnone.

Finchè un bel giorno a limproviso venne una lettera che mi dava lannuncio che mia madre aveva comprato un figlio e cosi io avevo avuto un fratello.

Passarono pochi giorni poi mi portarono a casa. Ero molto felicie che avevo un fratello così potevo divertirmi e parlare con qualcuno.

Ma in mer era nato un piccolo odio verso alla mia famiglia perché vedevo come si comportavano verso di me per loro non ero che un figlio adottivo e avevano perso quel affetto che un bimbo deve avere da qualcuno. Forse loro dopo la nascita di un loro figlio avevano perso affetto per me così’ qualsiasi cosa che io facevo lei diceva che ero un pazzo e che stavo solo bene in manicomio.

A sentire quelle parole così lei prendeva il bastone e mi picchiava e mi morsicava per farmi stare buono. Più lei faceva quello più io non lasmettevo.

Tutte le volte che lei mi morsicava mi faceva rimanere dei lividi quando io rimanevo solo in salotto mia madre e mio padre si bisticciavano per colpa mia e io sapevo che mio padre mi voleva molto bene e faceva qualsiasi cosa per farmi felicie.

Così tornai di nuovo in ospedale perché mia madre trovò la scusa di dire al medico che io non ero normale e tutto quello che facevo non ero che un pazzo così lei contava questo alla dottoressa.

Ricordo che fui portato in ospedale per la seconda volta alla età 12 anni Così compresi che ero statto preso e subito abbandonato come un povero orfano e malato di mente.

Dopo un periodo di lunga osservazione nel reparto 18 il medico prese la decisione di trasferirmi nel reparto dove cerano dei ragazzi della mia età.

Ricordo che quando mi trovai di fronte a quei ragazzi ero così pauroso per paura che volessero picchiarmi. Così cominciai molto triste e fu molto difficile anbientarmi in quel reparto.

Passarono molti mesi e piano in  cominciai anbientarmi come loro e piano mi feci un amico così potevo parlare e avere un po di affetto morale.

Ricordo che in quel reparto alle feste principali si poteva mangiare un po bene e tutto quello che si poteva fare cera il pallone se non pioveva.

Ricordo benissimo quanto mi aveva detto il capo infermiere che se facevo qualsiasi cosa che non andava bene soprattutto di non bisticciare con i ragazzi senò venivo punito severamente.

Le punizioni che davano erano o saltavi il cinema che ogni tanto dava un buon prete anche se era muto il cinema senò ti mandavano a letto.

Prima ti picchiavano bene che ti servissi come lezione poi ti metevano le tettucci (le fettucce sono le grosse cinghie di juta con cui i malati vengono legati ai letti) e stavi per parecchio tempo a letto.

Così si poteva fare quando ti picchiavano. Non potevi reagire perché era peggio. Tutto questo veniva fatto quando non ciera nessuno che poteva vedere soprattutto quando era passata la dottoressa.

Anche se tu glielo dicevi appena lei era andata via era finita. Tutto questo veniva perché eravamo abbandonati dal mondo e da tutti coloro che potevano vedere quello che suciedeva e farsi un piccolo pensiero per poter dire che era proprio vero che ragazzi come noi fossimo così indifesi e abbandonati.

Il tempo passava io venivo più grande e incominciavo a capire tutto comera li dentro in quel reparto. Cosi una mattina mi trovavo in cortile dove cerano quatro mura per la paura che qualcuno di noi scapasse anche se non sapeva dove andare.

Tutti coloro che erano già scappati erano stati riportati dai loro famigliari e per loro tornare li dentro trovavano linferno e le punizioni molto severe anche se al nostra brava dott.ressa non li puniva tanto ciera chi ci pensava doto.

Un giorno alinproviso vennero a chamarmi in cortile dove stavo a giocare con tutti i miei colleghi. Entrai in refettorio e vidi mio padre seduto su una panca. Dietro di me si chiudeva la porta del nostro cortile che io speravo di non vederla mai più.

Mi avvicinai e mi sedevo acanto a lui in quale mi disse che aveva chiesto un permesso di tre giorni per portarmi a casa. Io ero molto contento di poter vedere il mondo diverso da quello che ciera dentro alle quatro mura e dalla contentezza nei miei occhi siendevano lacrime che forse non si potevano siugare o’ sempre desiderato che un giorno potevo anchio essere un ragazzo libero come tutti gli altri.

Ma non era che un piccolo sogno che quando le miei lacrime tornavano asciugate tutto tornava come sempre. Così tornai a casa dopo un periodo di chiusura anche se era solo per tre giorni che io non volevo che passano mai. Ricordo che appena entrato a casa ci fu un silenzio, io non sapevo gnente di quello  che doveva succedere perché miopadre mi voleva fare una sorpresa.

Quando ero sul balcone vidi una signora insieme a mio padre. Io in quel momento stavo con mio fratello gli chiesi chi era. Lui disse che non sapeva. Così senti a suonare il campanello e mia madre adottiva corse aprire la porta.

Poi mi chiamò e mi disse che era mia madre. Io per un momento non ebbi più parole e i miei occhi si misero a guardarla con tanto odio e mi misi a piangere dal sapere che io ero suo figlio.

Lei mi si avvicinò mi disse che era colpa della guerra.Io dal nervoso non seppi più a controllarmi e piangendo gli dissi di andare via che non volevo più vederla che  solo i coccodrilli fanno come lei.

Poi per un momento fu un silenzio e mio padre adottivo dissi a quella signora di andare con lui e si avvicinò verso di me con quel’aria scherzosa e mi disse che faceva tutto lui per potermi aiutare.

Dopo una lunga chiacherata vidi che tutte due vennero verso di me e mio padre mi disse che Lei non poteva prendermi. Io a sentirmi quelle parole crolai di lacrime e il mio sogno svanì per sempre.

Passammo due giorni insieme e Lei si dimostrò molto afabile verso di me finchè venne il giorno della partenza io e mia madre adottiva la compagnevamo alla stazione così li chiesi se mi veniva ancora a trovarmi.

Lei con una vocie sottile mi dissi si pio scopiò in lacrime io a vedere che lei piangeva non ebbi che una sola mia parola con gli occhi lucidi e le lacrime che di dire ciau mamma a presto. Così tornai a casa, mio padre mi stava a spettarmi per portarmi di nuovo in ospedale.

Durante il viaggi mi spiegò perché mia madre non aveva voluto sapere gnente di me quando venni alluce e della mia storia. Disse che se lavoravo solo così mi poteva prendere perché potevo servirli  in casa. Lei era sposata con due figli e di separata da suo marito. Tutto questo fu mio padre a racontarmi.

Quando tornai nel mio reparto ero così abatuto che per un periodo di tempo non parlava più con i miei compagni e fui sempre  a pensare  come si può come si può essere trattati come dei cani senza madre e se loro non avessero un po di cuore.

Per molto tempo pensai solo a quelle parole finchè un bel giorno la dottoressa mi chiamò e mi dissi che non ci dovevo più pensare e se sapeva non mi lasciava andare a casa per prendermi un colpo così tanto crudele. Continuai a fare la vita come prima e con quell’amico che avevo conosciuto tornai a giocare.

La nostra amicizia si faceva sempre più stretta. Io volevo qualcosa di più da lui perche vedevo delle cose che nella mia vita non le avevo mai viste.

Ricordo cheuna sera come ce nerano passate tante vidi in piena notte uno dei miei colleghi andare a trovare un altro per fare cose fuori dal nostro sesso umano.

Così capii che anche noi avevamo bisogno di qualcuno per potersi sfogarsi. Tutto questo lo facevamo durante la notte per non farsi scoprire da linfermiere senò venimo puniti severamente e chi faceva la spia di quello che aveva visto veniva preso da tutti a pugni e a calci.

Così capii tutto e incominciai a fare anchio il mio giro come era abitudine ma si faceva tutto questo senza pensare che ci portava del danno. Ricordo  che cerano dei ragazzi come me che andavano con dei ragazzi adulti pure che loro pagassero qualcosa. (fine dell’infanzia)

L’ETA’

Appena compiuto 14 anni mi ero fatto tanto amico che qualsiasi cosa che faceva lui per me andava bene. Io facevo tutto questo perche un giorno lui potesse venire con me a fare quello che io volevo ma lui lo sapeva così un giorno mi voleva parlare da solo e mi disse che io non dovevo considerarlo uno come tanti che andavano a letto.

Cos’ a sentire quelle parole io non dissi gnente però aspettavo loccasione buona.

Ricordo che nel nostro reparto cera una famosa suora che ci faceva scuola finch’ un bel giorno mi aveva detto che se continuavo così con quell’amicoa farla radiare lo riferiva  a linfermiere e io dalla paura mi scaravantai adosso e la picchiai senza sapere cosa mi acadeva dopo.

Quando tornai in reparto ricordo che linfermiere mi chamò da parte e cominciò a picchiarmi con il bastone poi mi mandò a letto con delle fettuccie e mi legò, Io non sapevo reagire e nemmeno a dirlo alla dottoressa senò appena lei era andata via era peggio.

Lunica cosa migliore era di strare zitto. Mentre i giorni passavano Per me nasceva un terrore che voi non potete imaginare finchè la dottoressa prese una decisione e mi mandò a lavorare per vedere se potevo canbiare un po.

Il primo lavoro era il giardiniere e mi trovava molto  male perche lavoravo tutto il giorno senza avere un po di conforto come se fossimo dei schiavi. Se tu rispondevi male lo riferivano in reparto e sapevi quello che ti succedeva.

Ricordo che anche il mio amico lavorava con me e quando ci vedevamo insieme subito pensavano male. Loro parlavano di qualsiasi cosa e ci dicevano che noi eravamo dei invertiti, anche se non era vero.

Così un giorno successe che al mio amico lo vidi solo, era di sera e cerchai di fare qualcosa però non riuscii perché lui mi disse che se li metevo una mano adosso lo riferiva alla dottoressa.

Una sera mentre giochevamo al pallone io cercai di fare qualcosa, però qesta volta riuscì e lui alla matina lo dissi alla dottoressa che prese una decisione mi trasferì subito nel reparto n.6.

In quel reparto ci sono rimasto molto tempo chiuso poi incominciai a uscire e mi mandavano a pulire le macchine. Questo lavoro durò per molto tempo finchè io lo vidi e combinai di nuovo qualcosa perché io facevo tutto questo verso un ragazzo come me.

Non potete immaginare quanto a bisogno un ragazzo della età avanzata anche se non è una cosa molto gradevole.

Così lui alla mattina seguente lo riferì al suo medico che io avevo di nuovo incominciato così quando entrai in sezione mi mandarono in una cella chiusa senza sapere quello che mi doveva succedere.

La mattina seguente mi portarono in reparto dove vidi una macchina su un carello e mi dissero che dovevo mettermi sul letto cos’ si avvicinarono due infermieri e mi misero una gomma in bocca poi delle cuffie sulle tempie e venne il medico e mi diedero della corrente.

Non potete imaginare quanto male possa fare. Quando fu finito stavo per andare via quando lui mi richiamò in dietro e mi feci tirare giù i vestiti cos’ vidi a mettermi quei due pulsanti sulla parte genitale e a premere.

Per me fu la fine di tutto e il male che sentivo. Non potrò mai dimenticarlo.

Questa tortura così crudele continuò per parecchie mattine. Ricordo benissimo che quando veniva le ore 9 per me era un grande tormento.

La paura era tanta che tutte le volte dovevo andare fuori per poter liberarmi dal vomito.

In fondo perché ci dovevano torturare così come fossimo degli schiavi. Tutte le volte che io mi trovavo di fronte a lui mi inginocchiavo per chiedere pietà e Lui non faceva una mossa.

Quando ero sul letto incominciava a premere quel bottone io chiedevo pietà e lui diceva che non eravamo in un asilo fantile e che questo che mi faceva solo per darmi un esempio.

Quando tutto era finito non potevo nemmeno caminare dal dolore e non vedevo lora di poter un giorno finire. Perfino alla notte sognavo quello che mi doveva succedere da un maniaco senza cuore perché  lui lo faceva no solo ai giovani ma anche ai vecchi.

In fondo perche torturarci così. Cosa  avevamo fatto. Anche  se siamo malati ci va un po di pietà.

Voi non sapete quanto possa far male e rovinare una persona per tutta la vita. Solo a sentir parlare di quello io venivo bianco e stavo male.

Questo mi è rimasto nella mia mente come un odio che non potrò mai dimenticare.

Dopo un periodo di tempo cominciai a lavorare da panettiere in quale mi trovavo molto bene perché conobi due persone molto umane.

Dopo tutto quello che mi era successo continuai a prendere la mia vita come era li dentro. Dal r eparto n.6 mi mandarono al reparto n.2 così lavorai fino alla etè di 17 anni quando mio padre si decise a portarmi in permesso per due giorni.

Appena a casa dissi a mio padre che ero stanco di tutto quello che avevo passato e che ero deciso a trovarmi un lavoro fuori e essere libero come tutti gli altri.

Così andai a cercare un lavoro fuori e trovai di andare a fare un una fabbrica di coppe per machine così mi misi a lavorare e mio padre andò in ospedale per farsi firmare il foglio che ero dimesso.

Mi trovavo molto bene in quella fabbrica ma mi trovavo male in casa con mia mamma che mi trattava come un cane senza neppure guardarmi in faccia.

Così quando tornavo dal lavoro e entravo in casa per mangiare no cera gnente . lei diceva che stava sempre male e alla mattina che dovevo andare a lavorare non trovavo mai pronta la borsa.

Io con molta calma e paura che lei mi dicesse qualchecosa facevo che  partire e andare a lavorare senza mangiare.

Questa storia continuò per molto tempo finchè un giorno mi decisi di prendere mio padre per parte e dirli che ero stufo di essere maltrattato come un cane.

Se non voleva vedermi aveva solo che portarmi in ospedale tanto per lei era come abitudine. Invece mio padre decise di portarmi in una comunità dove cerano dei ragazzi che erano statti la in ospedale.

Così prima di entrare in quella comunità volevano sapere il motivo e chiamarono mia madre in quale lei disse che io quando ero a casa picchiavo mio fratellino e rubavo tutto quello che trovavo.

Perché mia madre aveva verso di me tanto odio cosa ero per lei dopo avermi cresciuto e rovinato la vita?

Queste parole uscivano dalla mia povera mente io volevo che tutto fosse felicie  per poter un giorno dire che anchio avevo trovato una famiglia ma non fu possibile a dire questo quando tutte le volte sentivo sempre le medesime parole tu sei matto.

Non potete imaginare quando ero così abatuto innocentemente senza poter far valere la mia parola perché dovevo abbassarmi e stare zitto.

Così mi presero in quella comunità era governata da un assistente molto severo e anche crudele verso di noi. Non si poteva nemmeno uscire. Alla sera se ritardavi dal lavoro non trovavi nemmeno il mangiare e se rispondevi per noi era peggio.

Alla domenica avevano pocche ore libere se tardavi la seguente domenica non uscivi. Un giorno ricordo che la signorina che ciera li li mancarono dei oggetti di valore così fummo incolpati e portati davanti a un professore che era il dottore della comunità.

Lassistente disse che io ero troppo impulsivo e che rispondevo male verso di lui così mi mandarono con l’inganno di nuovo a Collegno con la scusa di essere un ladro e mi portarono in osservazione che di li fui portato al reparto n.2 dove già ero stato prima.

Tornai a lavorare di nuovo in panettiere questa volta per molti anni. Così durante la mia presenza in ospedale conobbi un ragazzo biondo carino lui era ancora piccolo e io lo andavo trovare e li portavo sempre qualcosa.

Facevo questo per un giorno poter fare qualcosa perché anch’io sono giovane e bisognoso di qualcuno per sfogarmi.

Lui fu trasferito al reparto 18 già dove ero stato io. La nostra amicizia divenne sempre più intima e dopo di aver perso laltro amico speravo di aver trovato questo.

Una sera lui giocava al pallone lo aferai per il collo gettandolo per terra lui mi disse che se non lo lasciavo andare lo diceva . così io li dissi che se lui non faceva il rapporto lo avrei mollato e lui disse di si.

Però io durante la notte avevo tanta paura per quello che ci avevo fatto e non potevo neppure penare quello che mi avrebbe successo lo sapevo che mi facevano di nuovo quei massaggi nel organo genitale.

Perché lavevo fatto cosa volevo in fondo da un ragazzo come me? Perché ero venuto così chi è stato a rovinarmi e portarmi in quella strada? Così tanto era il mio affanno che decisi di scappare anche senza sapere dove andavo.

Così trovai la scusa che dovevo andare a prendere il mangiare per noi che lavoravamo e presi la strada che mi portava verso al muro lo scavalcai e di corsa feci tutto a piedi  dalla paura che ci fosse qualcuno a corermi dietro e qualche volta mi voltavo per vedere se cera qualcuno.

Ma vidi nessuno così continuai anche se sapevo che apena arrivato a casa dai miei genitori mi avrebbero portato subito di nuovo in ospedale. Ma io non potevo tornare indietro senò sapevo la punizione che mi spettava.

Così appena arrivato a casa mia madre rimase stupita e mi chiese come mai ero venuto fin qui. Li spiegai il motivo che ero scappato lei mi disse che era meglio tornare subito senò era peggio.

Io li dissi che apena tornavo sapevo cosa mi spettava una terribile punizione che non avrei dimenticato. Lei voleva sapere che cosera quella punizione io li spiegaia che era dei letro-massaggi nella pancia e che era molto terribili e potevano rovinarti.

Li dissi anche che lavevano già fatti e lei mi disse che quando mi portava al direttore di non farmi gnente. Lei credeva che tutto era facile conle parole ma chi ci giuntava ero io perché sapevo comera li dentro.

La legge era chi sbagliava pagava. Passai la notte senza chiudere un occhio e con il pensiero e la paura di quello che mi doveva succedere apena tornato li dentro. Così venne al mattina e io mia madre partiamo per colegno.

Appena  arrivati io era così bianco e spaventato che mi misi a piangere cose se fossi un bambino anche  se avevo una ettà avanzata. Tutte e due andammo in direzione poi venni ricevuto dal direttore in quale mi chiede perché scappai il li spiegò il motivo e lui mi disse che ora ci pensava lui.

Così vennero due infermieri e mi portarono in osservazione. Subito al pomeriggio mi trasferirono in un reparto veramente brutto.

Ricordo che alindomani venne mia madre e mi disse che stavo per pocchi giorni e poi veniva a prendermi. Però non era che una illusione.

Così cominciai a essere maltrattato e ricordo molto bene che in quel reparto si andava a dormire verso le ore 4 del pomeriggio fino alla mattina ore 8. fu una vita molto dura e triste e non pottei parlare con nessuno perhè tutti quelli cerano non  erano che dei poveri malati e pazzi.

Cosa potevo dire di questo reparto così triste e severo e isolato da tutti non potevo nemmeno vedere fuori dalle finestre. Tutte quello che vedevi era quando andavi in cortile per poter prndere un po disole senza neppure rivolgere una parola con quella povera gente.

Mentre il tempo passava e quando veniva lora di andare dentro era come se il lasciavo un mondo chiuso per finire nel nulla.

Appena rientrai si mangiava un po’ di minestra e quella pietanza anche se non era del tutto buona poi a letto chiuso in una cella con due fettucce una a un piede l’altra alla mano. Si richiudeva la porta e fino alla mattina non si apriva più.

Nella mia povera mente e guardando verso il muro e piangendo dasolo senza avere qualcuno che mi dasse una mano e qualche parola di conforto dicevo perché mi devono trattare come una cane? Cosa ofatto non ò abbastanza sofferto e non anno un po’ di cuore verso di me? Cosa mai potrò fare in questo mondo così crudele dove lunica legge era quella che facevano loro e io indifeso come gli altri.,non cera che una sola cosa sofrire e stare zitto.

Per noi povere e considerati gente che non serviamo al mondo per nulla ragione loro si divertivano  a prenderci in giro e a farci lavorare come se fossimo dei loro pazienti e qualche volta se  cera qualcuno che si rivoltava anche senza mettere le mani adosso bastava che li ofendessero subito lo prendevano e lo picchiavano fino a lasciarli i lividi.

Perché facevano tutto questo a quella povera gente così’ malata e senza nessuna colpa. Queste erano le mie parole e dai miei occhi che avevano visto tanta crudeltà scendevano lacrime di malinconia.

Così in quel reparto ci sono stato per molti mesi a sofrire senza sapere più gnente della mia famiglia adottiva. Poi un giorno il capo reparto mi dissi che il medico mi aveva trasferito in un reparto un po migliore di questo.

Mi portarono nel reparto criminali dove cera gente che aspettavano di essere processata. Potete sapere quanta diversità cera! Così continuai a essere chiuso e dasolo a bituarmi dei loro metodi.

Tutto era perché io ero scappato e mi serviva come di lezione. In quel reparto era un po più alla luce finestre qualcuno passava e così si poteva vedere quella gente che tutti i giorni facevano la solita strada per andare a lavorare in lavanderia che si trovava vicino alla sezione.

Pensavo  se un giorno sarebbe finita questa tortura e questa vita chiusa. Il mio primo giorno di permanenza mi  misero in una cella come ero già nel reparto che ero prima ma io ero abituato che quasi era come una mia mania e continuai a fare quella vita così chiusa e triste.

Ricordo che in quel reparto cera un infermiere che li piaceva andare con dei ammalati per farsi soddisfare dei suoi capricci. Qualche volta mi chiese se volevo anch’io.

Io subito dissi di no ma poi capii se volevo stare un po bene dovevo fare così. Tutto questo veniva fatto a noi perché sapevano che non potevamo parlare e sapeva che noi da lui potevamo avere un po di aiuto.

Così cominciai a essere ben visto da tutti gli infermieri  mi misero a fare il piantone che potevo aiutare loro e fare la pulizia dei padiglioni. Anche se non ero pagato però no andavo più a letto presto.

Capii che solo con piacere si riceve piacere. Una bella mattina il medico mi dissi che mi trasferiva in un altro suo reparto e che mi voleva provare di nuovo a mandarmi a lavorare. Io sapevo che ormai non cera più quel ragazzo e per quello che loro mi lasciavano libero.

Ricordo che quando fui portato nel reparto n6 dove  ero già stato cera un capo molto crudele e soprattutto aveva la mania che se sbagliavi subito ti faceva fare i massaggi perché mi aveva detto che lui piaceva a vedere e che non portava nessuna pena e che tutte quelle parole il le avesse bene tenute in mente .

Così continuai avere quella paura che apena combinavo una sciocheza non cera pietà per me. Così mi mandò a lavorare in lavanderia dove si lavavano la roba dei amalati. Era un lavoro molto sporco che tante volte facieva rimettere ma se no lo volevi fare lo riferivano in reparto e per me come per gli altri sapevamo quello che succedeva.

Capitare  sotto a quella macchina che veniva usata da un maniaco preferivo a sudare tutto il giorno pure di non vedere quel medico.

Quando lavoravamo eravamo come dei schiavi perché appena ti vedevano seduto venivano subito a minacciarti con queste parole tu domani stai in sezione così ti tiravano via la stanchezza. Poi dato che loro sapevano il motivo perché io ero stato chiuso per un po di tempo mi dicevano che quel ragazzo che io cercavo era andato via e che non cera più gente da fare.

A sentirmi queste parole io dal nervoso per non potermi sfogare piangevo ma dovevo stare zitto. Ma tra me pensavo che un giorno mi avrei rivendicato di tutto quello che mi stavano faciendo. Erano solo pensieri. Uscivano fuori da una rabia che io non potevo tirarla via così mi sfogavo pensando quello.

Per molti anni lavorai in quella lavanderia finchì divenni un po più aposto e capii che quella era la strada della mia uscita. Il capo che ci comandava era molto bravo anche se qualche volta ci prendeva in giro e mi aveva insegnato di non reagire.

Conobi un ragazzo che qualche volta aveva delle crisi mentali e li ero molto amico perché sapevo cosa voleva dire avere quel male. Lui era molto bravo e soprattutto afabile. Un giorno ricordo che mentre lavoravamo lo vidi a spogliarsi e a gettarsi per terra.

Li corsi incontro prima che venissi linfermiere e li dicevo di mettersi subito al roba senò era peggio. Non feci in tempo ad aiutarlo che vennero due infermieri e lo presero a pugni e a calci.

Io da vedere quello mi  misi a piangere poi mi avvicino da loro e dissi che non si poteva essere così crudeli verso di un povero ragazzo che era molto malato e non sapeva quello che faceva. Loro mi dissero che era meglio che facievo  pensare per me stesso e non guardare quello che facievano loro se no finivo anchio nei guai comera lui.

Così lo portarono in reparto e lo c chiusero in una cella in attesa della mattina che venisse il medico.a metterlo aposto. Quando andai a trovarlo di nascosto per portarli due sigarette mi fece vedere una cosa terribile.

Dalla paura di avere visto quella macchinetta si portò via un pezzo di carne mordendosi un braccio e mi disse che avevo ragione quello che gli avevo racontato perché facieva proprio male. Con laria spaventata mi disse che lie lavevano fatto a lui e che doveva farne ancora.

Voi non potete imaginare comera spaventato quel povero malato e noi suoi occhi cera tanto odio e mi disse che colpa poteva avere lui se è amalato.

Perché invece di farli una cura lo torturavano in quel modo? Ricordo benissimo che sua mamma voleva visitarlo ma non li diedero il permesso perché avevano paura che lei potessi dire a qualcuno come lavevano ridotto legato con quattro fettuccie e per darli da manciare lo imboccavano come se fosse un cane che in quella minestra cera più acqua che brodo naturale tutto questo che io o visto con i miei occhi però senza poter dirlo a sua mamma se no potevo di nuovo capitare molto male..l’unica nostra ragione era di stare zitti e maltrattati.

Dopo un periodo di tempo si fece vedere a mio padre da quando fui scapato non era più venuto. Io li chiesi il motivo e lui disse che era stato il direttore a ritirarle via il permesso per non venirmi più a fare visita.

Io cominciai a dirle che ero stufo di stare in manicomio perché ne avevo viste troppe cose non gradevoli. Lui mi prometteva sempre che un giorno mi portava via da questo manicomio però non la faceva mai.

LA DULTO

Un giorno venne un infermiere a chiamarmi sul lavoro e mi dissi che dovevo prendere tutto quello che avevo. Li chiesi il perché lui mi disse che cera il capo reparto che voleva parlarmi.

Entrai in sezione con un po di paura invecie  fu tutto diverso perché mi disse che andavo a lavorare nel bar che cera li dentro in ospedale. Però mi dissi che dovevo comportarmi bene e di non fare nessuna fesseria così finalmente ero un po libero anche alla domenica.

Per me valeva molto perché dove lavoravo avevo dei ricordi molto tristi. Fui trasferito alla sezione 4 per poter essere più vicino al lavoro. Appena entrai in quel reparto vidi dei vecchi infermieri che avevo dato a  loro dei dispiaceri nei altri reparti.

Alla mattina venne il medico che fu anche già mio medico mi dissi  che era ora che io cambiassi un po che orami ero diventato un uomo.

Così voltandosi verso il capo li dissi che mi poteva lasciare libero che se combinavo qualcosa mi avrebbe mandato a fare un po di cura al n.8. io sapevo cosa voleva precisare il medico perché avevo provato.

La mia vita divenne un po più felicie e così cercavo di fare pasare i vecchi ricordi ma ero molto difficile perche nel mio cuore cera troppo odio.

Il tempo passava corevano gli anni però mi ero fatto un amico con un uomo che io la vevo conosciuto quando andava lavorare nel giardino.

Era molto bravo e mi voleva un bene  che nemmeno mio padre non mi aveva voluto così bene come lui. Io sapevo perché lui facieva questo solo che io li stassi vicino e un giorno a contentarlo dei sui capricci.

Lui mi dissi che tutto quello che io volevo me lavrebbe dato e se mi ocoreva dei soldi me li dava. Io cominciai a daccetre così fra non naque una amicizia molto inseparabile. Anche se qualche volta ci pescavano ridevano.

Lui mi disse che quello che facieva con me è come se fosse andare con sua moglie che lui non era un cane e che tutti avevano bisogno di uno sfogo personale.

Così la storia continuò finchè un giorno venne mio padre per parlarmi per dirmi che voleva portarmi a casa per qualche giorno. Ma il medico li dissi che io avevo conosciuto un uomo e che io andavo con lui.

Ma mio padre lo sapeva che io ero aiutato a fare quello perché non potevo sfogarmi con un sesso diverso dal mio e che tutto questo era portato da essere sempre chiuso. Così tornai di nuovo a casa da lultima volta chero scappato.

A casa decisi che non volevo più tornare in ospedale e così mi cercai un lavoro fuori e dissi a mio padre che adasse in ospedale per farsi il permesso che ero dimesso.

Quando lui tornò disse che ero finalmente libero per sempre. Apena sentii queste parole li corsi in contro e lo abraciai. Lu mi disse che dovevo fare molto attenzione che la prima che facievo tornavo li dentro..

RIASUNTO

Tutto questo che vi o racontato è la storia di un ragazzo che per molto tempo fu chiuso in un ospedale dove a visto tutte le crudeltà.

Forse voi non crederete ma è una vera vita di un orfano portato in ospedale dai genitori adotivi che non ebbero un po di affetto.

Spero che tutto questo vi possa far capire cosa voldire essere chiuso senza un po daiuto da un mondo felicie che non si volta indietro a vedere quello che succide per molta gente persa per sempre e il quale non potrà mai sapere e quando la loro vita si spegneva.


[1] Articolo pubblicato il 26.04.2008 sul sito: http://aiutatemo.myblog.it/2008/04/26/autobiografia-di-un-ex-ricoverato-nel-manicomio-di-collegno/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *