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Siamo in fondo meno liberi di quanto crediamo

Anne Ancelin Schützenberger

 

La citazione è stata copiata dalla prima studiosa la psicologa Anne Ancelin Schützenberger a definire la condizione di famigliarità trasmessa usando il termine di sindrome degli antenati, la quale mise in evidenza la trasmissione transgenerazionale dei comportamenti psichici.

Secondo la sua teoria sarebbe la  trasmissione inconscia e involontaria nei legami transgenerazionali che si creano di famiglia in famiglia e che creano una ripetizione degli eventi irrisolti, che diventano eventi inconsci, che condurrebbero le persone a fare inconsapevolmente delle scelte.

In pratica senza averne consapevolezza portiamo avanti un sistema di visione della vita, di idee,di comportamenti ed abitudini e tradizioni che ci sono stati trasmessi dai nostri avi e dai nostri genitori e che noi a nostra volta insegneremo ai nostri figli.

Seguendo questa teoria, le persone proseguono in vita la catena delle generazioni precedenti, senza che se ne abbia coscienza oppure solo in parte e che spinge i posteri a perpetrare e ripetere, l’evento o gli eventi traumatici, le morti, le ingiustizie, persino le loro eco.

La Schützenberger sostiene che, possiamo riconquistare la nostra vera libertà capendo i sottili legami che ci tengono ancorati al passato, una volta compresi possiamo liberamente decidere di seguirli oppure di lasciarli andare facendo altre scelte a noi più congeniali.

Vi sono casi in cui questi passaggi, queste trasmissioni rappresentano delle vere e proprie catene, che limitano e costringono la vita dei figli anziché rappresentare un punto di forza e sostegno come dovrebbero essere le tradizioni e le trasmissioni famigliari.

In tali casi si parla di famiglie disfunzionali che creano disagio ed in disagio viene anch’esso trasmesso come un’eredità di cui non ci si può liberare ai figli, in tali casi si pala di disagio psicologico di natura transgenerazionale.

Tale disagio può avere mille facce e mille motivi:  una storia traumatica si può ripetere come evento o tipo di evento attraverso più generazioni, dai genitori ai figli, o tra altri livelli di parentela in cui i personaggi sembrano rivivere nei decenni gli stessi accadimenti.

Le esperienze traumatiche vissute da generazioni prima in famiglia, se non rielaborate, cioè mentalizzate e integrate consapevolmente e fisicamente, possono “passare implicitamente” in atteggiamenti e comportamenti ai figli e chi seguirà.

 

 

Il passaggio

 

 

Avviene una sorta di passaggio di testimone inconsapevole e involontario: casi tipici erano quelli che si verificavano ai tempi della guerra: le persone che avevano vissuto i drammi della guerra o della prigionia inevitabilmente trasmettevano le loro sofferenze, le loro privazioni, gli incubi, le ansie e le angosce anche ai figli ed ai nipoti.

Lo stesso avviene nei casi in cui si verifica un suicidio, tale disagio se non superato si trasmette ad altri famigliari che seguiranno lo stesso triste destino fatto di depressione e di suicidio.

Non è un caso infatti che tali episodi tendono a ripetersi in certe famiglie disfunzionali come se fosse l’unico modo per risolvere i problemi e disagi, hanno visto i loro nonni, genitori o altri famigliari compiere quel gesto, automaticamente ed inconsapevolmente si pensa ad esso come uno modo risolutorio di tutto quello che non va.

Altri casi si riscontrano nelle famiglie in cui ci sono stati dei precedenti di violenza fisica o psicologica, di abusi sessuali, di alcolismo o altre forme di dipendenza.

In tali situazioni sembra che la storia debba ripetersi coi discendenti che ripetono tali gesti creando una continuità lineare e famigliare.

Una ricerca americana sulla relazione tra gravidanza e trasmissione intergenerazionale della violenza, ha evidenziato come i comportamenti di abuso verso i bambini siano fortemente e significativamente correlati alla storia individuale dell’abusante, nel passato del quale emergono esperienze di abuso subito nell’infanzia. (Jester, 1996)

Un altro ambito relativo ai traumi è quello della dipendenza: alcolismo e tossico dipendenza hanno un’origine transegenerazionale in quanto riguardano le dinamiche relazionali e inter-relazionali della famiglia.

Un figlio o una figlia di una madre alcolista può essere maggiormente attratto da compagna o da una compagna che ha un comportamento dipendente verso una qualche tipo di sostanza o altro (ad esempio il gioco d’azzardo), avendo lui o lei stesso/a conosciuto il solo modo di relazionarsi e inter-relazionarsi di una famiglia in cui un membro ha sviluppato una dipendenza.

Nell’alcolismo si parla di giostra di finzioni per indicare proprio le dinamiche relazionali che caratterizzano questo tipo di famiglie che tendono a perpetuarsi tra le generazioni.

Non si tratta solo di violenza sessuale, bensì anche di violenza psicologica: essere stati esposti a “genitori abusanti da un punto di vista psichico”, ossia non presenti, non accudenti, non rispondenti ai bisogni primari e secondari, aggressivi verbalmente, distruttivi moralmente e psicologicamente,  significa avere una più alta probabilità di mettere in atto atteggiamenti e comportamenti di tipo abusante (dello stesso tipo) nei confronti dei più piccoli, solo per il fatto di aver più famigliarizzato con tali atteggiamenti e comportamenti.

L’assimilazione avviene per esperienza e rimane impressa nella memoria come una qualsiasi altra abitudine, solo che in questo caso stiamo parlando di comportamenti disfunzionali, patologici che andrebbero modificati e cambiati in atteggiamenti sani soprattutto verso se stessi, solo amandoci col giusto riguardo possiamo pretendere che tutti gli altri facciano lo stesso con noi, diversamente ciò che non permettiamo a noi stessi non lo permetteremo anche agli altri, come il non permetterci di essere amati, rispettati, considerati, voluti per quello che siamo e non per quello che non potremmo essere.

 

 

Come spezzare tale catena

 

 

È possibile spezzare la catena elaborando gli eventi e gli accadimenti del passato, per evitare di mettere in atto atteggiamenti e comportamenti che possono minare la propria e altrui integrità psichica.

Essere figlio di un genitore alcolista non significa necessariamente diventare alcolista a sua volta e sposare un uomo o una donna alcolista: l’essere stati esposti a una storia di alcolismo anche lontana, rappresenta un fattore di rischio rispetto alla possibiltà di soffrire di un disagio psicologico relativo alle dinamiche tipiche di una famiglia in cui un membro ha sviluppato una dipendenza.

l legame affettivo tra genitore e figlio è l’amore primigenio, costituisce per tutti la forma primaria d’amore e si struttura come matrice delle esperienze sentimentali successive.

L’amore genitoriale e quello filiale hanno la caratteristica, unica nella vita di ogni essere umano, di realizzarsi tra individui che non si sono scelti l’un l’altro: il genitore ha (quasi sempre) deciso di concepire, e inevitabilmente ripone nel nascituro un qualche ideale e molte aspettative; il figlio o la figlia, invece, nascono e basta.

Ovviamente, non hanno designato il loro oggetto d’amore e molti figli impiegheranno una vita ad accettare i propri genitori per quello che sono.

Allo stesso tempo, la capacità genitoriale che presuppone la capacità di amare incondizionatamente un bambino, di fornirgli le cure, la protezione e l’affetto necessari perché cresca come un adulto sano ed autonomo, non è una proprietà genetica, ma il frutto di equilibrio e consapevolezza dei padri e delle madri.

È diffusa una rappresentazione didascalica dei ruoli di padre e di madre che, come ogni stereotipo sociale, rasenta appena la realtà: quella dei genitori uniti, dei genitori intrinsecamente capaci di prendersi cura e di crescere i figli.

La favola della “sacra famiglia”, invece, cede spesso all’esame di realtà: coppie stanche, nevrotiche, divise, a volte sfibrate sin dall’origine, possono, senza dirselo e ancor meno saperlo, generare un figlio con l’intento maldestro di ridarsi un senso e stabilire, causa maternità o paternità, una tregua all’infelicità coniugale.

E questa è probabilmente la radice della manipolazione affettiva dei genitori verso i figli.

Per esempio, il genitore manipolatore utilizza, per lo più inconsciamente, il bambino per avvantaggiarsi dell’affetto del coniuge, o per controllarlo.

In altri casi, il bambino viene egoisticamente investito dal ruolo insostenibile di soddisfare i bisogni affettivi del genitore, di compensare la sua infelicità coniugale ed esistenziale.

O, ancora, il figlio può essere utilizzato come “banca genetica” e sottoposto a pressioni affinché riproduca e conservi l’identità della “famiglia”, riproduca, magari in forma migliorata, compensando i “sogni mancati” della madre o del padre,  il percorso dei genitori: dovrà fare lo stesso lavoro e dovrà comportarsi nello stesso modo dei genitori.

Pena il silenzio, la punizione e il ricatto affettivo.

 

 

Burattini emotivi.

 

 

Così i bambini cullati nelle maglie del ricatto affettivo rischiano di trasformarsi in burattini emotivi designati a intrattenere per tutta l’infanzia lo spettacolo dei figli perfetti o dei figli problematici per compiacere genitori manipolatori, per conseguire il loro plauso nell’inconsapevole teatrino familiare.

Sino alle svolte dell’adolescenza e dell’età adulta, dove questa crudele imposizione di ruolo potrebbe crollare disastrosamente e provocare lutti, conflitti e sintomi dilanianti, come succede, a volte anche più precocemente, nelle famiglie dove uno o entrambi i genitori manipolano i figli.

Quando un figlio nasce sotto la cattiva stella di una coppia irrisolta, purtroppo non tarderà a restituire ai genitori il peso della responsabilità inaccettabile di cui lo hanno gravato.

Ci sarà un momento nel suo ciclo di vita – l’infanzia, l’adolescenza o la prima età adulta- in cui il figlio sentirà la necessità di sottrarsi alla disfunzionalità affettiva di cui, egoisticamente anche se inconsapevolmente, è stato oggetto sin dal concepimento.

Il tentativo di svincolo può realizzarsi in diversi modi: per contestazione o conflitto, per auto-annullamento o resa o attraverso sintomi dello spettro psicopatologico come ansia, depressione  e psicosi.

Contestazione/conflitto: tradire le aspettative dei genitori, fallire, deviare, anche gravemente, dai codici familiari (abuso di sostanze, comportamenti pericolosi e autolesivi, stile di vita promiscuo, ecc.)
Auto-annullamento/resa (per lo più asintomatica): manifestare di continuo il bisogno di approvazione dai genitori, uniformarsi passivamente alle attese familiari e riprodurre, nella propria vita, coppie e matrimoni infelici;
Sintomi: depressione, ansia, attacchi di panico, fobia sociale, inadeguatezza sociale, immaturità affettiva, solitudine, dipendenza affettiva.

Ognuna di queste condizioni si presenta associata alla dipendenza e alla manipolazione affettiva di almeno un genitore verso il figlio, ovvero una eccessiva e “storica” focalizzazione sul figlio correlata all’insoddisfazione grave relativa alla vita personale o di coppia.
In generale, i fattori di rischio di questa forma di manipolazione genitore-figlio, spesso mascherata da “migliori intenzioni” o da “io so cosa è meglio per mio figlio”, si evidenziano nell’eccessivo controllo e nell’apprensione abnorme per le qualunque manifestazione di autonomia del figlio, vissuto non come individuo a sé, autonomo e capace, ma come fragile e inadeguata promanazione della madre o del padre.

Quanto più la dipendenza affettiva verso il figlio o la figlia è strutturata, tanto meno sarà agevole coinvolgere la famiglia nel processo terapeutico.

A volte, il rifiuto sarà netto, altre volte velato.

Nel caso di figli maggiorenni e relativamente autonomi, il terapeuta può certamente intervenire e incoraggiarli a dipanare pian piano i guinzagli emotivi che vincolano il loro sviluppo come adulti.

Nel caso di bambini e adolescenti, invece, il groviglio è più intricato perché implica la partecipazione della coppia genitoriale alla terapia e necessita giocoforza di una riflessione sulla funzionalità coniugale, sulla situazione attuale e sulla storia matrimoniale.

Argomenti da cui i genitori manipolatori rifuggono quando, a qualche livello, avvertono che trattarli potrebbe modificare il precario equilibrio dipendente su cui, seppure inconsciamente, hanno fondato la coppia prima e la famiglia poi.

Ma i figli che cresciti e diventati adulti si rendono conto di aver vissuto tali dinamiche hanno diritto e devono avere il coraggio di rompere queste catene e darsi la libertà.

Essere liberi dalle catene negative psicologiche della famiglia vuol dire ottenere almeno per il futuro una serenità interiore ed esteriore, amare la vita e se stessi, e soprattutto vuol dire interrompere quel processo distruttivo in futuro coi propri figli o con i nuovi compagni di vita.

Perché tutti abbiamo la possibilità di essere felici, bisogna avere il coraggio di pretenderla.

12 Comments

  1. stefania ha detto:

    mi ci riconosco in pieno nel ruolo della figlia, purtroppo sono caduta nelle reti di un rapporto matrimoniale abusante. mio marito mi maltratta

    • Mi dispiace cara Stefania, ma per impedire il proseguimento di ogni forma di maltrattamento deve reagire subito.
      Le risponderò anche via mail per fornirle tutto il mio supporto ed aiuto possibile.
      Marilena

  2. Mariagrazia Peretti ha detto:

    Molto istruttivo, ma impraticabile, ho già fatto una mia autoanalisi (anzi le faccio spesso) del mio passato e vissuto bello e brutto e ho accettato tutto naturalmente con anni di analisi… Ma ciò non toglie che nonostante l’accettazione di me stessa e degli eventi accaduti e che accadono spesso, io non riesca ad uscire da un vortice una sensazione inspiegabile che porta tutto a un preciso percorso.
    Grazie

    • Il mio prossimo articolo sarà proprio sulle psicotrappole, quei meccanismi che si instaurano nella mente e frenano ogni azione, crescita o cambiamento.
      Si possono superare, ma come ogni cambiamento nelle abitudini anche quelle mentali richiedono pazienza, impegno ma sopratutto convinzione nella riuscita, darsi per vinti prima ancora della partità è aver già perso.
      Spero di possa essere d’aiuto cara Mariagrazia, nel caso puoi sempre contattarmi privatamente via mail.
      E sono fortemente convinta che quel percorso dipenda soltanto da noi, ci sono sempre delle scelte da fare basta, tanto per cominciare, non ripetere sempre le stesse, noi possiamo cambiare il percorso della nostra vita, forse non tutto è fattibile e sicuramente difficile ma non impossibile.
      Marilena

  3. M2_72 ha detto:

    Bel testo. Mi ci rispecchio TOTALMENTE, come figlio “capro espiatorio” di una famiglia disfunzionale. Peccato averlo capito solo ora, a 47 anni, e soprattutto peccato AVER PAGATO “SEVERAMENTE” LE COLPE DEGLI ALTRI, PORTANDO LE CICATRICI SUL MIO CORPO, passando per PAZZO quando ero l’unico equilibrato in casa. Solo per aver detto, dopo anni di sofferenza, per assenze, per abusi psicologici, per manipolazione, per aggressività nei miei confronti, che qualcosa non andava bene in casa, mi sono ritrovato, solo per qualche calcio nel muro per la frustrazione, internato in reparto psichiatrico, con grande superficialità dei medici. Niente di più brutto vivere l’inferno consapevole al 100% di stare lì, come uno che va in carcere al posto del vero omicida. Solo per contestare il perché mi trovassi lì, senza aver fatto niente (anzi avevo cercato di aiutare la mia famiglia, almeno così credevo), mi ritrovai attaccato mani e piedi ad un letto, e pur implorando di slegarmi per andare in bagno, dovetti subire la più brutta delle umiliazioni: dopo vari minuti non ce la feci più: mi ritrovai in un mare di pipi, urina ovunque, tra i capelli, sul volto…ma il SIGNOR infermiere non mi cambiò al momento, disse che non era compito suo. E dalle 21.00 di sera, dovetti aspettare il cambio turno del mattino, bagnato di urina. All’infermiera del mattino fu detto che probabilmente avevo urinato nel sonno…
    Solo una minima parte, e forse la meno brutta, del mio essere figlio di una famiglia disfunzionale.
    Come si fa a scordare una cosa del genere? La mia vita è un libro. Dovrei meritare il Paradiso ora, dopo anni di farmaci benzodiazepina, che mi hanno prescritto “alla buona” e che ora non riesco più a togliere?? È dura, molto dura, quando ne sei consapevole e sei costretto a pagare.

    • Certe cose non si possono scordare ed i segni che lasciano dentro si portano addosso per tutta la vita.
      Ma lei non ha nessuna colpa, parta sempre con questa idea in testa, se non la grande sfortuna di essere nato in una famiglia disastrosa e troppo crudele per ammettere le proprie colpe, meglio scaricarle sul figlio dandogli del pazzo, ma sappia che i pazzi erano gli altri e come giustamente dice lei erano l’unico sano.
      Impossibile comunicare a queste condizioni, l’unico modo è scappare il più lontano possibile per sopravvivere e rifarsi una vita, cosa che mi auguro sia riuscito a fare.
      Togliere il farmaco a poco a poco si può fare, così riuscirà a togliersi tutto quello schifo che quella finta famiglia gli ha riversato addosso, in modo da liberarsi di tutto e ricominciare a vivere credendo solo in se stessi
      E’ un percorso lungo e doloroso ma non impossibile ma le darà quella libertà ed individualità che non ha mai avuto prima.
      Per quanto riguarda certi ricordi essi non si dimenticheranno mai, ma col tempo saranno sempre meno dolorosi, sopratutto se è veramente riuscito a togliersi di dosso ogni residuo negativo.
      Ed è quello che le auguro con tutto il cuore
      Marilena

  4. M2_72 ha detto:

    La ringrazio. Mi sono “svegliato” da questo incubo purtroppo da pochissimo e ancor peggio molto tardi, a 47 anni. Ovviamente con aiuto e supporto di una persona qualificata. Certo che dovrò riaffrontare tutto da zero, iniziando anche dal lavoro, che sto per lasciare, visto che “il posto fisso” da impiegato era il LORO sogno, non il MIO.
    Ergo: da mille e oltre problemi che ho affrontato e che sicuramente dovrò affrontare, mi tocca anche questo ostacolo abbastanza serio, data la mia età avanzata e il possesso del semplice diploma “che va bene, poi trovi un impiego, ti sposi e sei felice” che sicuramente non saranno di aiuto. Ma lasciare il lavoro è DOVEROSO, è stato FATALE come, se non di più, della “mia” stessa famiglia. Magari andrò, da zero, all’estero, per fortuna non ho famiglia, potrei rinascere credendomi con un’altra identità, tipo Mattia Pascal alias Adriano Meis. Magari davvero potrei scrivere un libro sul serio.
    La ringrazio di cuore per le sue parole e per la risposta che subito ha dato alla mia lettera.
    Le auguro tanto bene ma chiedo, soprattutto, a lei e a chi opera in questo campo di impegnarvi molto su questo tema, ancora sottovalutato da molti, di portarlo a galla, perché si rischia di “bruciare” il futuro di tanti giovani che, al contrario, potrebbero avere dei talenti professionali che andrebbero persi.
    Grazie. Good luck.

    • Quando vuole fare due chiacchere in privato caro M2_72 sono a sua disposizione.
      info@marilenacremaschini.it
      Marilena

      • Rossana Valdrighi ha detto:

        Io ho 52 anni e ho chiuso con la mia famiglia per salvare me stessa. Adesso lo so. E capisco che la strada è quella giusta perché “non mi mancano”. Adesso sono libera.

        • Brava e coraggiosa Rossana.
          Certe scelte sono inevitabili.
          Le persone cattive ci corrodono e ci avvelenano, tanto vale allontanasi da loro e rifarsi una vita.
          Inutile sperare in un cambiamento, meglio pensare a se stesse e cercare da sole la propia felicità, tu ci sei riuscita.
          Grazie della tua testimonianza, sarà sicuramente utile a tante persone che ancora hanno paura a fare quel salto.
          Tauguro ogni bene ed un futuro che ti meriti
          Marilena

  5. Francesca ha detto:

    Salve io parlo da mamma…ho 47 anni e 2 figlie una di quasi 18 anni e una di 16 e mezzo.
    Sono vedova da un anno e mezzo, mio babbo è morto 16 anni fa e mia mamma circa 11 mesi fa.
    Sono sempre stata una ragazza solitaria, insicura, timida e depressa…
    Non volevo assolutamente che le mie figlie vivessero quello che ho vissuto io…invece mi accorgo che purtroppo sta proprio succedendo e questo mi dispiace.
    Vorrei spezzare questa catenax il bene delle mie figlie…ma non so come fare…
    Potreste aiutarmi?
    Grazie Francesca

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