Adolescenti in crisi.
13/09/2016
Difendersi dalle banche.
19/09/2016

Perché un argomento tanto delicato e drammatico per chi sopravvive?

Perché il suicidio si può prevedere e si può evitare.

Non è un incidente stradale che ti capita anche se stai molto attento e cauto.

Non è una malattia terminale che non lascia né tempo né scampo.

Il suicidio è un gesto che nasce da un pensiero, costante, imperituro, logorante nel tempo.

Un pensiero innescato da una situazione penosa e dolorosa per cui la psiche reagisce con i meccanismi di difesa che ha a disposizione.

Ogni suicidio è l’ultima tappa di un lungo percorso fatto di una profonda crisi depressiva, dove i pensieri suicidari hanno col tempo preso il sopravvento sui fatti, divenendo reali.

Il pensiero del suicida non è quello di togliersi la vita ma è quello di ritornare alla non vita, prima della nascita, prima che tutto fosse fatto di dolore, sofferenza e di solitudine.

E’ il rifiuto dell’esistenza.

Il suicida non vede il futuro, non vede nemmeno il presente e non sa che cosa sia il passato.

Anela soltanto l’illusione di poter porre fine alla causa della sua sofferenza eliminando se stesso.

Gli psicologi e la medicina in genere si esprimono con troppa cautela e difficoltà perché ogni valutazione a posteriori potrebbe essere vista come l’ammissione di un errore, di una sbagliata valutazione, di una mancata previsione del gesto.

Meglio non correre rischi.

Ed invece se ne dovrebbe parlare, più spesso, più apertamente.

E  mi rammarico di questo, perché la depressione è una malattia che dura nel tempo, si palesa in modo evidente, i sintomi sono chiari e la diagnosi è estremamente facile.

Ma è una malattia che va seguita, con costanza e con dedizione, tempo e disponibilità che i medici e gli psicologi moderni non si possono più permettere.

Il tempo è investimento di denaro, e quel che rende di più spesso non è la via più utile.

Perché tutti siamo un po’ depressi, basta un umore ballerino o uno sbalzo ormonale e subito i medici corrono a prescriverti degli ansiolitici, a riempirti la ricetta di antidepressivi, dimenticando il fatto che il farmaco non guarisce dalla malattia mentale, dal disagio psichico o dallo scompenso ormonale, o semplicemente dal radar umorale che vive in tutti noi, anzi aumenta la malattia mentale, l’aggrava creando dipendenza nel paziente e facendo ammalare anche il corpo.

Gli psicofarmaci hanno un effetto devastante sul nostro organismo, sulla nostra biologia, sul nostro equilibrio interno e sulla nostra mente.

Danno però un effetto di sedazione immediata, ciò che può far sembrare una pseudo guarigione ma che in realtà non è, è soltanto un tampone comodo per tutti, in primis ai medici chiamati a curare velocemente ed efficacemente.

Il farmaco è un palliativo che non cura la fonte del disagio.

E’ come mettere un tappo su una bombola in pressione, il tappo chiude bene ma la pressione che sta dentro aumenterà sempre più, fino ad esplodere.

Il mal di vivere si può curare soltanto con l’ascolto psicologico di un terapeuta o di un esperto che va alla ricerca della vera causa del male e del disagio e che aiuta il paziente ad affrontare le sue paure.

Perché la depressione è questa, è paura non gestita, non elaborata, compensata con dei meccanismi reattivi della psiche che altrimenti non saprebbe come affrontare il dramma.

La depressione è pericolosa non solo per chi la patisce ma anche per chi vive con il malato.

La depressione porta al suicidio ma può portare anche ad uccidere.

I media sono saturi di notizie di persone che in una fase di depressione acuta hanno ammazzato figli, congiunti e fidanzati o fidanzate.

Quante di quelle morti si sarebbero potute evitate con maggiore attenzione e più disponibilità non solo da parte dei sanitari ma anche di coloro che seguono tali situazioni.

Fare prevenzione è possibile.

Il suicidio è preceduto da pensieri suicidari, dall’idea costante e ricorrente di poter compiere l’atto, dai numerosi tentativi di provarne l’effetto, la sensazione di dolore o di sollievo che consegue all’azione di autochiria.

C’è chi non oltrepassa mai la soglia del pensiero ed invece chi prova il gesto di togliersi la vita più di una volta prima di passare al definitivo.

Non capita mai una volta per caso.

Il pensiero suicidario persiste nel tempo e nella mente anche per anni prima di passare all’azione, e l’azione è ripetutamente tentata e riprovata all’estremo prima di essere risolutiva.

I tentativi sono numerosi, possono consistere in atteggiamenti diretti a mettere la vita in serio pericolo oppure possono essere veri e propri atti di autolesionismo sul corpo.

In tutte queste azioni c’è la volontà di porre fine alla propria esistenza, per mano propria o del caso non fa differenza.

Nella scrittura questi pensieri, ossessioni e gli atti di autolesionismo si possono leggere.

La scrittura a differenza delle parole non mente, non inventa scuse, non si giustifica.

La scrittura parla dello scrivente in modo drammaticamente chiaro e drasticamente inequivocabile.

Questo perché lo scritto è il prodotto diretto della nostra mente, ed il gesto scrittorio non viene mediato o sfasato da decisioni razionali o necessità di costruire una realtà ipotetica, falsa e apparentemente attendibile.

Ecco perché ritengo che la scrittura sia il primo mezzo per riconoscere il pensiero suicidario.

Il mio libro è la raccolta di tutte le teorie degli esperti sulla materia anche grafologi.

Il mio studio ha dimostrato che la tendenza suicidaria si può leggere nella scrittura.

E tutti vi chiederete: ma perché mai non si consulta un grafologo allora nei casi problematici o a rischio?

Perché di grafologi che analizzano la scrittura per comprendere il profilo personale dello scrivente non ce ne sono in Italia, o meglio sono pochi e rari.

Non è una professione che conviene e che fa guadagnare.

Analizzare la personalità attraverso la scrittura richiede anni di studio, anni di approfondimento, di confronto fatto su letture impegnative.

E’ più facile reperire manualetti insulsi dove in 60 pagine ti illudono di poter comprendere la grafia di tutti che un manuale serio e ben strutturato sulla materia della grafologia, soprattutto è difficile reperire un grafologo che sia all’altezza dell’argomento di cui scrive.

Ma ci sono, io ho avuto l’onere di amarli mentre li studiavo e mi hanno dato modo di appassionarmi a questa professione che ben poco rende se ben fatta.

Ci sono sbocchi della grafologia molto più convenienti e remunerativi anche in termini di preparazione e formazione.

Per fare il perito non c’è bisogno di aver un lungo corso di studio né bisogna essere un genio.

Perché fare una perizia grafologica e valutare una paternità di una firma in genere basta una lente di ingrandimento, quella che si trova a € 5 al supermercato, e pochi minuti se si è ben allenati.

E’ veloce e garantisce guadagno sicuro, senza nemmeno perdere troppo tempo nel convincere il cliente che sta effettivamente spendendo troppo per un lavoro di pochi minuti.

Così tutti i grafologi fanno perizie per i Tribunali, e le cause civili sono il mezzo per arricchire velocemente e facilmente CTU e CTP.

Lo studio della scienza grafologica anche negli aspetti più delicati e drammatici è cosa però ben diversa.

E come sempre,  quel che rende fa la differenza in qualunque campo.

Inoltre, coinvolgendo questioni emotivamente tragiche e delicate, ben pochi sarebbero disposti a metterci la faccia, sopratutto se non adeguatamente ricompensati.

Concludo questa mia critica ponendo in risalto l’aspetto che purtroppo domina in queste circostanze: il potere economico delle case farmaceutiche e del mercato della medicina, sempre più propenso a creare persone ammalate e dipendenti dai farmaci che persone sane e non bisognose delle loro pasticche.

E come si sa dietro alla medicina ci sono interessi che prevalgono sulla vita dei singoli.

Fate una piccola ricerca e vi stupirete di quando guadagno emerge dal mercato dei psicofarmaci, prescritti con leggerezza e venduti ancora più facilmente.

Ritorno, dopo lo sfogo (perdonatemelo), all’argomento del mio articolo.

I segni grafologici possono chiamarsi in modo differente, ma raccontano sempre la stessa cosa.

Qualunque nome si da al segno non cambia la sua sostanza ed il suo significato.

La depressione ed il rischio suicidario si manifestano con gli stessi elementi.

Ed è ancora più evidente quando c’è la possibilità di confrontare gli scritti fatti in  momenti diversi, quelli relativi al periodo più stabile rispetto a quelli di crisi acuta, quelli in cui la malattia era latente e quelli in cui si manifestava in pieno.

La depressione può avere diversi modi di esprimersi, non è depresso soltanto colui che ha sbalzi di umore negativo e pessimistico, il depresso è anche colui che si nasconde dietro ad una rigidità ossessiva ed assillante.

Perché il pensiero assillante è una forma di autolesionismo psichico, interno, morboso, che gli altri magari non notano ma trovano antipatico e sgradevole.

Dietro ci sta però tutta la fragilità della persona che si costruisce un mondo fatto di gesti inconsulti e ripetitivi per distrarsi dalla realtà che fa paura, che fa star male e che tormenta.

Nella scrittura questi gesti si notano.

Lo scritto di un depresso procede in modo stentato, lento, contratto e disarmonico, proprio come succede nella mente dello scrivente, e si dirige verso il basso, scendendo dal rigo verso il fondo, proprio come il pensiero del depresso e del suicida che cade verso il basso.

Il tratto cede alla mancanza di vitalità, si affloscia, non ha la forza di reggersi e di procedere verso destra che rappresenta il futuro e la vita.

Spesso lo scritto non raggiunge l’altro margine come lo scrivente non vede la via d’uscita.

Ci sono poi dei segni che sono dei veri e propri atti di autolesionismo.

Alcune lettere si contorcono, si concludono costringendosi con un gesto di rabbia e di risentimento rivolta su se stesse, un tratto che torna indietro a sé e al passato.

Ne sono un esempio tipico gli occhielli interclusi, sopratutto quelli rivolti a sinistra.

L’occhiello intercluso è quello che si chiude con un avvio ed un finale rivolto aggressivamente all’interno, verso il centro, il cuore della lettera che rappresentano la persona, l’Io, cioè l’inizio e le fine di un pensiero che procura dolore allo scrivente.

Solitamente queste interclusioni sono a sinistra perché quella è la direzione che rappresenta il passato e la madre.

Qualcosa deve essere mancato all’origine, nella famiglia, dalla madre, proprio quando il bambino o la bambina ne avevano più bisogno, quando la fragilità dell’essere è al massimo e basta una carezza non ricevuta per lasciare il vuoto e l’angoscia dell’abbandono, dell’oblio.

Ed è al passato che va ricercato il motivo della depressione.

E’ la nostra storia che ci segna, le esperienze che abbiamo vissuto, che non ricordiamo perché rimosse ma ancora vivide e lucide nel nostro inconscio.

Pensieri che ritornano e che non ci abbandonano fin che non prendiamo il coraggio di affrontarli, di soffrire se serve, ma superarli, e l’unico modo è attraverso la sofferenza emotiva, perché è l’unico mezzo che ci è dato per estirpare ciò che ci angoscia.

La scrittura è il mezzo per eccellenza per comprendere tali situazioni.

Il mio libro vuol essere un richiamo alla visibilità di certe condizioni che possono portare a dei gesti estremi, rivolti allo scrivente o ai famigliari e conviventi.

Il mio studio è sopratutto il desiderio che certi atteggiamenti, soprattutto dei clinici, possano cambiare.

E mi auguro che uno scritto, una provocazione ed una critica possano essere anche d’aiuto, per chi c’è e sta combattendo contro una mentalità ed un sistema che li vuole malati.

Per qualunque necessità, consiglio o curiosità sono a vostra disposizione.

Anche per una critica se costruttiva.

Di seguito il link alla mia pagina delle pubblicazioni.

https://www.marilenacremaschini.it/pubblicazioni-libri/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *