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Profiling dei serial killers

Ho trovato un articolo molto completo e dettagliato di Gianluca Massaro, concernente anche le teorie moderne, relativo all’esamina del profilo generico psicologico e comportamentale dei serial killer, dalla loro infanzia sino all’età adulta da criminale e la loro capacità di inserimento sociale che qui riporto per l’intero.[1]

 

L’infanzia e l’adolescenza dei serial killer

 

Diversi autori che si sono occupati dell’omicidio seriale hanno sottolineato l’importanza delle esperienze traumatiche subite dal soggetto in ambito sia familiare che extrafamiliare, durante l’infanzia e l’adolescenza, per spiegare il manifestarsi del comportamento omicidiario seriale. (1)

Esaminando la casistica, si nota che molti assassini seriali rientrano in una delle seguenti categorie:

figlio illegittimo;

figlio di un genitore abusivo, di solito il padre, mentre l’altro è sottomesso, spesso la madre (anche se è possibile il quadro opposto);

orfano di uno o entrambi i genitori;

infanzia caratterizzata da violenze fisiche, psicologiche e/o sessuali, perpetrate da uno o da entrambi i genitori.

L’infanzia è un momento fondamentale per la salute fisica e mentale del futuro adulto ed è molto importante la formazione di un buon “legame di attaccamento” fra il bambino e chi si prende cura di lui. Con il procedere della costruzione del legame, il bambino s’identifica e cerca attivamente il contatto con i genitori o con chi ne fa le veci. La frantumazione o la mancata formazione del “legame di attaccamento”, può produrre un bambino – ed un futuro adulto- incapace di provare empatia, affetto o rimorso per un altro essere umano, caratteristiche queste comuni anche agli assassini seriali.

Alla base del mancato processo di attaccamento, molte volte c’è un problema di abbandono genitoriale. Diversi assassini seriali hanno sofferto questa situazione, pur nascendo all’interno di un matrimonio regolare, che però presentava caratteristiche di instabilità. Spesso il futuro “mostro” è un bambino che maturato fantasie perverse, perché trascurato, maltrattato o persino violentato; frustrazioni, stress, incapacità cronica di affrontare e superare i conflitti generano nel bambino e, poi, nell’adolescente un progressivo isolamento dalla società, percepita come entità ostile; e dunque anche estraneità alle sue convenzioni etiche. Questa situazione determina così una rottura dei tabù e una serie di pulsioni violente dirottate su vittime che interpretano un bisogno vertiginoso di rivalsa.

Gianfranco Pallanca, sessuologo di nota fama, afferma che il processo attraverso il quale si diventa assassini seriali passa attraverso tre fasi. La prima è l’autoprotezione; il bambino rifiuta di vivere la propria angoscia, nasconde i suoi sentimenti, si isola. La seconda è la rimozione; le angosce vengono trasferite nell’inconscio, dove giacciono dimenticate, ma attivissime. La terza è la proiezione; si addossa, cioè, ad altri la colpa della propria angoscia. Il serial killer strazia ed uccide perché vede nella vittima l’origine dei propri mali. Al sollievo momentaneo, procurato dalle sevizie e dalla morte, segue una nuova crisi di angoscia dove si riaccende il desiderio di punire. (2)

 

1.1. La famiglia dell’assassino seriale come “famiglia multiproblematica”

Come abbiamo detto, la personalità del fanciullo e le sue reazioni sociali si sviluppano proprio sullo sfondo del clima generale della famiglia. Esigenza fondamentale per lo sviluppo equilibrato della personalità del bambino, sia in senso psicologico che sociale, è che viva la sua infanzia in un atmosfera di sicurezza affettiva: è sufficiente la mancanza di affetto o l’ostilità reciproca dei genitori a provocare uno stato di frustrazione nel figlio.

Il clima che caratterizza la vita del gruppo familiare assume toni drammatici quando si aggiunge anche la violenza: la stragrande maggioranza dei serial killer è stata a sua volta vittima di sevizie durante l’infanzia o, comunque, proviene da una “famiglia multiproblematica”. Del resto Roger L. Depue, agente dell’F.B.I., sostiene che i “fantasmi” nel bambino cominciano a svilupparsi quando al sesso si unisce la violenza; quando questi due concetti si legano, è praticamente impossibile separarli di nuovo.

Secondo la definizione di Mazer, una “famiglia multiproblematica” è ogni “gruppo familiare composto da due o più persone in cui più della metà dei membri ha sperimentato dei problemi di pertinenza di un servizio sociale e/o sociosanitario o legale”. (3) Si possono individuare cinque tipi possibili di “famiglia multiproblematica”.

Il padre si presenta periferico, poco attivo nello svolgere bene il proprio ruolo, sia nel sottosistema coniugale che in quello genitoriale. In questo tipo di famiglia, la coesione della coppia dei genitori è molto bassa e la figura centrale, sovraccaricata di funzioni, è la madre. Il padre, spesso, mette in atto comportamenti aggressivi contro la moglie o contro i figli. In questo caso, il bambino ha due opzioni; o decide di assumere comunque il padre come modello identificativo, anche se negativo, tendendo, una volta adulto, a ripeterne gli stessi schemi comportamentali; oppure rifiuta questo modello e sceglie, se possibile, una figura di riferimento sostitutiva (un nonno, uno zio, un fratello più grande).

La relazione coniugale risulta interrotta: il padre spesso manca e la madre non si è evoluta in un ruolo genitoriale. In questo tipo di famiglie, l’assenza del padre può essere causata dalla sua morte improvvisa, da impegni lavorativi che lo tengono in viaggio per lunghi periodi di tempo o da problemi coniugali che fanno in modo che i rapporti fra moglie e marito siano incrinati.

Entrambi i genitori sono presenti, ma, per immaturità psicologica o incompetenza psicosociale, il sottosistema genitoriale non funziona adeguatamente. In questa situazione, i due genitori tendono a rinunciare alle funzioni di tipo esecutivo e la natura del loro rapporto si presenta confusa ed instabile; questa realtà tende, per la sua precarietà, a portare allo spezzettamento del nucleo familiare, a causa della notevole inconsistenza e mutevolezza delle regole.

In alcuni casi, è la madre l’elemento incompetente e spesso assente della famiglia. In queste situazioni, la madre viene, spesso, avvertita come invadente, ossessiva, prevaricatrice. Oppure fredda e distante. Nel 45% dei casi il rapporto madre-figlio è definito freddo dal futuro serial killer. I profili psicologici degli assassini seriali sono spesso ripetitivi. La psicoanalista austriaca Alice Miller ha parlato di “Pedagogia nera” (4): ci sono genitori convinti di poter usare metodi di correzione come maltrattamenti, botte e isolamento; questo accade in ogni ceto sociale. Fortunatamente solo alcune vittime della “Pedagogia nera” evolvono fino allo stadio di serial killer; può accadere quando il bambino è particolarmente remissivo, non sa trovare una valvola di sfogo che lo aiuti a comprendere da che parte sta il male. In questi casi la vittima finisce per identificarsi con l’aggressore.

Una configurazione particolare è quella in cui c’è uno stato di quasi continuo flusso e riflusso di membri. In questo tipo di famiglia, la situazione non è mai stabile. In una prima fase, i figli vengono dispersi in istituti e presso parenti; in una secondo momento il nucleo si ricostituisce temporaneamente, per poi perdere nuovamente alcuni elementi. Si verifica una situazione in cui la famiglia, per quanto decisamente spezzata, sussiste ancora, anche se è molto labile la composizione dei sottosistemi in interazione e manca continuità nello svolgimento dei ruoli.

La maggior parte degli assassini seriali proviene da una “famiglia multiproblematica” e questo fattore è molto importante per spiegare la loro scelta di un comportamento deviante. Il solo fatto di crescere in una famiglia di questo tipo non è, però, sufficiente per stabilire una relazione causale con il comportamento omicidiario seriale. Quello che, invece, si può dire è che esiste una correlazione diretta con la scelta del soggetto di attuare un comportamento deviante, fra i quali l’omicidio seriale è solo una delle opzioni possibili.

 

1.2. La vita relazionale durante l’infanzia e l’adolescenza

Nella maggior parte delle biografie degli assassini seriali, si nota l’enorme difficoltà che hanno queste persone a rapportarsi con il prossimo. Questi rapporti comunicativi distorti sono sempre il frutto di problemi relazionali insorti durante l’infanzia e l’adolescenza del soggetto. Le caratteristiche comportamentali e le influenze ambientali permettono ai successivi modelli, normali e patologici, di emergere durante l’età adulta.

Stern elabora la teoria dei “sé multipli della prima infanzia” (5): esperienze molto intense collegate ad un affetto (ad esempio, un abuso) possono contribuire alla mancanza di integrazione fra le esperienze, che può causare la suddivisione del sé in una parte buona e in una cattiva. Sebbene diversi assassini seriali abbiano avuto relazioni anche di lunga durata, nel loro interno c’è sempre un sé nascosto che evita ogni tentativo di raggiungere una gratificazione e ciò è il frutto di modalità di relazione errate apprese durante il periodo evolutivo.

Per quanto riguarda il rapporto con la famiglia, generalmente, gli assassini seriali provengono da ambienti familiari che non consentono lo stabilirsi di relazioni comunicative adeguate. Molti di loro sono stati abusati dai propri genitori e gli studi su questo tema hanno dimostrato che tutti sono stati in qualche modo vessati nella loro infanzia. Hanno subito una violenza, spesso sessuale, in un’età in cui non potevano ribellarsi e questa brutalità non ha fatto altro che minare in modo esponenziale una personalità già di per sé fragile, costretta a difendersi con meccanismi del tutto inadeguati e tali da portare poi all’espletazione omicidiaria mostruosa.

In altri casi, meno gravi di quelli appena descritti, i futuri serial killer sono andati incontro al cosiddetto “processo di triangolazione”: i genitori coinvolgono il bambino nei loro conflitti emotivi, usandolo alternativamente come strumento per ricattare l’altro coniuge. Spesso, il rapporto con uno dei due genitori è caratterizzato da ripetute aggressioni verbali alle quali viene sottoposto il bambino. Nelle storie di vita degli assassini seriali, si nota esclusivamente una comunicazione unidirezionale tra genitore e figlio, anche in quelle famiglie nelle quali, apparentemente, non ci sono traumi particolari a minare la vita psichica del bambino. I genitori degli assassini seriali non hanno un confronto empatico con loro, tendono a comandare, a regolare la vita del figlio in base alle loro esigenze.

Una nutrita serie di ricerche ha dimostrato la correlazione esistente tra l’aggressività sessuale e la cattiva relazione bambino/padre. Questo dato è particolarmente importante perché, spesso, si tende a focalizzare troppo l’attenzione sulle problematiche edipiche del maschio nel rapporto con la madre, relegando in un angolo la figura paterna. Il legame con il padre è fondamentale perché il bambino consolidi la sua identità di genere. Il problema non è tanto come si comporti il padre, ma qual è la percezione che il figlio ha del comportamento del genitore che, spesso, neanche si accorge di trascurare il proprio figlio. Se il padre è assente o inadeguato, il bambino deve trovare un altro modello maschile con il quale identificarsi; se neanche questo esiste oppure viene a mancare troppo presto, il bambino si ritirerà nell’immaginazione, perdendo progressivamente il contatto con il mondo reale. Il rapporto con la madre è altresì importante, in quanto per il figlio maschio, rappresenta il primo contatto con un mondo che non conosce, il mondo femminile. Quando la figura materna è dominante e oppressiva nei confronti del figlio, il rapporto tra i due è centrato sulle prescrizioni, le proibizioni e le punizioni ed i ruoli all’interno del nucleo familiare sono ribaltati, per cui il bambino vive la madre come “castrante”. (6)

Per quanto riguarda le assassine seriali, si rileva un’elevata incidenza di abusi sessuali durante l’infanzia; la maggior parte delle volte è il padre a rendersi colpevole dell’abuso, ma può essere un fratello, uno zio, un altro parente. Anche nel loro caso c’è una mancanza di direzionalità nei rapporti comunicativi con i genitori. In qualche modo, perciò, le figure genitoriale risultano per i serial killer delle vere e proprie persecuzioni che, coscientemente o meno, li guidano nella valutazione delle proprie vittime e nelle attività omicide.

Riguardo al rapporto con il gruppo dei pari, praticamente tutti gli assassini seriali hanno mostrato gravi difficoltà di relazione con gli altri ed una vita sociale molto povera. Questi problemi sono la logica conseguenza di un periodo evolutivo vissuto prevalentemente in solitudine con gravi problemi di rapporto con il gruppo dei pari. Il bambino proietta nella scuola e nel rapporto con i coetanei, i vissuti che si porta appresso dall’ambiente familiare, dove spesso non ha imparato dei modelli di comunicazione adeguati.

Esistono due modelli fondamentalmente opposti di comunicazione e rapporto con il gruppo dei pari:

il modello del capro espiatorio: si tratta di bambini che, fin dal primo giorno di scuola, vengono presi di mira dai compagni e devono sopportare ogni tipo di scherzo e di insulto. Col passare degli anni, il soggetto si adatta al fatto di essere un “capro espiatorio” e non fa niente per uscire da questa situazione, tranne che ritirarsi ancora di più in un suo mondo fantastico. Quelle rare volte che l’offesa è talmente grave da scatenare la sua reazione, mostra di avere una forza impensata, data dall’enorme quantità di rabbia accumulata durante gli anni di frustrazioni, sia a casa che fuori. Terminato l’episodio, il soggetto rientra nel suo stato di apatia. In alcune circostanze, invece, il primo atto di ribellione è il segno di un inversione di tendenza, che spinge il soggetto a manifestare un comportamento aggressivo e violento;

il modello del bullismo: è la configurazione opposta alla precedente. Sono dei bambini particolarmente aggressivi che, nelle relazioni con il gruppo dei pari, assumono la leadership e sfogano la loro rabbia contro altri bambini. Ressler, facendo riferimento ai dati raccolti dall’F.B.I., afferma che il 54% degli assassini seriali, durante l’infanzia, ha manifestato comportamenti crudeli verso altri bambini, percentuale salita al 64% durante l’adolescenza. (7)

 

1.3. Segni premonitori del comportamento omicidiario seriale

Gli studiosi che si sono occupati dell’omicidio seriale hanno cercato di elencare una serie di sintomi che, se riscontrati durante l’infanzia e l’adolescenza, possono far presagire un futuro comportamento omicidiario seriale (sempre, però, stando attenti a non formulare ipotesi di causalità diretta).

Newton elenca i comportamenti che vengono generalmente riscontrati nell’infanzia e nell’adolescenza degli assassini seriali: (8)

isolamento sociale. Nel campione di assassini seriali considerato dall’F.B.I., il 71% dei soggetti riferiva di provare forti sentimenti d’isolamento durante l’infanzia. Si tratta di bambini nei quali la fantasia assume un ruolo predominante e compensa una realtà povera di stimoli positivi. Queste fantasie hanno la caratteristica di essere precocemente sessualizzate, quindi i loro contenuti turbano profondamente il bambino, ma, allo stesso tempo, lo eccitano. Il bambino si lascia sedurre dal suo mondo fantastico e, progressivamente, si allontana da quello reale;

difficoltà di apprendimento. Danni fisici e mentali, deprivazioni precoci e una mancanza cronica di fiducia nei confronti degli altri, sono tutti fattori che contribuiscono a creare il fallimento scolastico, situazione comune a molti assassini seriali. Nonostante la maggior parte di loro abbia un quoziente intellettivo medio o, addirittura, elevato non riescono a sopportare il peso degli studi, a causa della stessa inquietudine interna che provoca la loro incostanza nel campo lavorativo;

sintomi di danno neurologico. Questo danno può essere provocato da una ferita o da una malattia e include forti mal di testa, attacchi epilettici, scarsa coordinazione muscolare e incontinenza. In taluni casi, un forte trauma alla testa è associato all’apparizione improvvisa di un comportamento aggressivo e/o di una personalità eccessiva. Questa situazione, secondo i periti di parte, riguarda anche Gianfranco Stevanin, l’agricoltore di Terrazzo (Verona) che tra il 1994 ed il 1995 ha ucciso almeno quattro donne a seguito di pratiche di sesso estremo (vedi cap. 4, par. 1);

comportamento irregolare. È caratterizzato soprattutto da un bisogno immotivato e cronico di mentire, ipocondria e comportamento camaleontico, utilizzato per mascherare la devianza sociale. Da bambini, molti assassini seriali iniziano a mentire in maniera compulsiva, perché questa attività dà loro una forte eccitazione ed una sensazione di potere. Un altro problema che si presenta di frequente è l’utilizzazione di un atteggiamento ipocondriaco, soprattutto durante l’infanzia, per attirare l’attenzione di altre persone;

problemi con le autorità e di autocontrollo. Spesso, il bambino soffre quando i genitori lo affidano ad altri parenti o a estranei e quando maestri di scuola cambiano troppo frequentemente. Sono bambini incapaci di tollerare le restrizioni e che reagiscono in maniera estrema alla minima frustrazione;

attività sessuale precoce e bizzarra. Molte volte, gli assassini seriali iniziano a masturbarsi da bambini oppure manifestano dimostrazioni di sessualità violenta e abusiva nei confronti di altri. Anche l’utilizzo di materiale pornografico inizia in età precoce. In particolare gli assassini seriali fanno un abbondante uso di pornografia, anche se non è possibile stabilire una correlazione diretta fra i due comportamenti. Da bambini, gli assassini seriali spesso sono costretti loro malgrado ad avere precoci esperienze sessuali, in quanto sono vittime di violenze sia intra che extrafamiliari. Ciò li porta ad una forma di attrazione-repulsione per il sesso, che inizia a diventare un pensiero ossessivo nella loro mente;

ossessione per il fuoco, il sangue e la morte. Spesso, i serial killer da bambini sono ossessionati da fantasie distruttive che sfociano, a volte, in veri incendi dolosi che vanno oltre i normali giochi con i fiammiferi fatti da tutti i bambini. Ressler, facendo riferimento ai dati forniti dall’F.B.I., afferma che la piromania è presente nel 56% degli assassini seriali durante l’infanzia e persiste nel 52% dei casi durante l’adolescenza; in età adulta si dimezza rispetto all’infanzia. (9) Per il serial killer bambino o adolescente, appiccare un incendio soddisfa due pulsioni molto forti: la prima è quella distruttiva, comune a tutti i bambini, la seconda è quella sessuale. Quando questo tipo di comportamento insorge durante l’infanzia, significa che il soggetto si sente profondamente inadeguato, perciò si ribella distruggendo oggetti. Per il serial killer adolescente, la piromania è un mezzo per scaricare le proprie tensioni sessuali.

Gli assassini seriali, inoltre, durante il loro periodo evolutivo, mostrano una particolare attenzione nei confronti del sangue. Per alcuni di loro, ciò è legato ad un vero bisogno fisico di avere un contatto col sangue.

Un’altra ossessione riscontrata di frequente nel periodo evolutivo di molti assassini seriali è quella per la morte. Questi soggetti, invece di provare una naturale repulsione nei confronti di tutto ciò che è collegato alla morte, ne sono come affascinati, cosicché certi autori parlano di “necromania”. (10) A volte, il contatto con la morte avviene in età precoce quando il bambino è più facilmente impressionabile. Alcuni assassini seriali, si sono trovati, da bambini, a dover fronteggiare la morte improvvisa di una persona cara, senza riuscire ad elaborare adeguatamente il lutto e ciò ha costituito il punto di partenza per la “necromania” successiva;

crudeltà verso gli animali e/o altre persone. Nel campione di assassini seriali esaminato da Ressler, il 36% ha mostrato segni di crudeltà verso gli animali durante l’infanzia, raggiungendo il 46% durante l’adolescenza. Gli esperti che studiano il fenomeno consigliano di non sottovalutare mai i giochi violenti dei bambini nei confronti degli animali, perché questi comportamenti possono essere segnali di disagio che può preannunciare lo sviluppo di una personalità violenta; (11)

furto e accaparramento. Vengono considerati sintomi del vuoto emozionale del bambino. Spesso il furto è la prima tappa della carriera criminale del assassino seriale. Questo comportamento può comparire in età molto precoce per sfociare poi col tempo in vere rapine a mano armata. A volte, il furto è collegato a deviazioni della sfera sessuale come il voyeurismo e il feticismo;

comportamento autodistruttivo. La “sindrome di automutilazione” può durare per decenni nei quali l’automutilazione si alterna a momenti di calma assoluta ed a comportamenti impulsivi, come i disordini alimentari, l’abuso di alcol e di altre sostanze e la cleptomania. Nel campione dell’F.B.I., il 19% disse di aver praticato degli atti di automutilazione durante l’infanzia;

precoce abuso di stupefacenti. È un modo di evasione psichica dalla realtà o di emulazione del comportamento genitoriale ed è molto frequente tra gli assassini seriali. Il più delle volte, sono gli stessi genitori, e in particolare il padre, a fornire il modello al figlio. Soprattutto quegli assassini che iniziano a uccidere quando sono ancora adolescenti fanno un uso frequente di queste sostanze, per darsi coraggio e sembrare dei “veri uomini”.

 

  1. La società industrializzata come luogo d’elezione per la crescita degli assassini seriali

Il fenomeno dell’omicidio seriale ha un rapporto direttamente proporzionale con le condizioni economiche delle nazioni: con l’aumentare della ricchezza e dell’industrializzazione, aumenta il numero di omicidi seriali. Per spiegare questo dato si può ricorrere alla “teoria dei bisogni progressivi” di Maslow: nei paesi più industrializzati, dove quasi tutti vedono soddisfatti i loro bisogni primari, è più facile avere casi di omicidio “senza motivo”, che sono tipici esempi di omicidio seriale, in cui l’assassino vuole soddisfare il proprio bisogno di autostima, dimostrando di poter disporre della vita degli individui a suo piacimento.

Come abbiamo visto, la maggior parte degli autori che si sono occupati del fenomeno degli assassini seriali ha focalizzato l’attenzione sull’infanzia di questi soggetti, evidenziando soprattutto la presenza di situazioni traumatiche di varia natura nella loro vita. Sicuramente, questo fattore ha la sua importanza, ma da solo non è sufficiente a spiegare l’insorgenza del comportamento omicidiario seriale in un individuo. La caratteristica principale dell’omicidio seriale è data dalla ripetitività dell’azione omicidiaria, al di là del movente estrinseco che ispira gli omicidi. Il motivo della ripetizione sta nel fatto che il soggetto, in ogni azione omicidiaria, cerca qualcosa che però non trova mai, per questo è costretto a ripetere il comportamento all’infinito. Questo qualcosa cercato dall’assassino appartiene alla società industrializzata e, in particolare, all’ambiente urbano. Non a caso, secondo gli studi effettuati da De Luca in materia, il 58% di tutti gli assassini seriali si trova negli Stati Uniti, la nazione più industrializzata del mondo. (12)

Per quanto riguarda il rapporto tra omicidi seriali ed immigrazione, possiamo affermare che soltanto negli Stati Uniti una certa quota di omicidi seriali viene commessa da immigrati; del resto è l’unico paese in cui si nota una correlazione significativa (3%) fra questi due fattori. Negli altri paesi del mondo, i casi di omicidio seriale commessi da stranieri sono esigui, anche se si può ipotizzare, in futuro, con la maggior diffusione e velocità dei mezzi di trasporto e con l’abbattimento delle frontiere in Europa, che gli assassini seriali si sposteranno da un paese all’altro più agevolmente.

 

2.1. La “sindrome dell’alienazione” negli assassini seriali

Come abbiamo visto in precedenza, gli assassini seriali sono molto diversi tra loro per quanto riguarda la motivazione, il tipo di pianificazione, la scelta delle vittime ed il modus operandi. Tutti, però, sono accomunati dal fatto di provare una marcata sensazione di disagio nei rapporti interpersonali e di sentirsi emarginati.

Keniston parla, a proposito di ciò, di “sindrome dell’alienazione”, basata su undici indicatori e che si può applicare anche agli assassini seriali per descrivere il loro mondo interiore. (13) Questi elementi sintomatici sono:

sfiducia. Gli individui alienati non provano fiducia verso il mondo esterno e per quello che potrà riservare loro il futuro. Gli assassini seriali hanno avuto un’infanzia ed un’adolescenza traumatica ed anche la loro vita da adulti è contraddistinta da una serie di frustrazioni che si accumulano, andando a creare una condizione di sfiducia sia nei confronti del mondo esterno che nei riguardi delle proprie capacità di adattamento all’ambiente;

pessimismo. La maggior parte dei serial killer è convinta di non potersi inserire adeguatamente nella società, per cui sceglie la strada alternativa della devianza. Il pessimismo è dovuto ad un basso livello di autostima, di cui sembrano soffrire un po’ tutti gli assassini seriali;

ostilità confessa. Molti serial killer provano rabbia e ostilità verso la società, che essi ritengono colpevole di non offrire loro le stesse opportunità che sono offerte agli altri. L’omicidio seriale ha un elevato valore simbolico, in quanto non è la singola vittima di ogni omicidio che si vuol punire, ma la società nel suo complesso;

alienazione interpersonale. I serial killer hanno una grossa difficoltà a stabilire una comunicazione interpersonale soddisfacente. Abbiamo visto come, fin da piccoli, abbiano la tendenza a chiudersi in un loro mondo immaginario, popolato da fantasie, piuttosto che in quello reale fatto di scambi interpersonali;

alienazione sociale. Gli assassini seriali hanno una vita sociale estremamente povera proprio a causa della loro scarsa capacità di instaurare legami interpersonali;

alienazione culturale. I serial killer, pur essendo, in linea di massima, di intelligenza media hanno una cattiva riuscita scolastica e il grado di istruzione della maggior parte di loro è medio-basso. Gli assassini seriali non hanno, in genere, particolari interessi culturali, non amano leggere e non vanno a teatro. Anche la passione per il cinema è orientata verso alcuni generi specifici; su tutti, i film di gangster;

disprezzo si sé. I serial killer hanno una bassa autostima e questo fattore è collegato al pessimismo, alla sfiducia ed alla mancanza di un’identità autentica e ben strutturata. Mancando questa, o disprezzando quella che hanno, cercano un’identità fittizia;

esitazione. Tutta la vita degli assassini seriali è contrassegnata da una mancanza cronica di capacità decisionale. Questa caratteristica viene confermata anche quando l’assassino viene catturato: sulle prime, può negare di aver commesso dei delitti, poi sente l’impulso di confessare e, in seguito, può decidere di ritrattare la confessione;

subspezione. I serial killer sono affascinati dalla psicologia, perché sono interessati a sapere come funziona l’uomo e, quindi, loro stessi;

estraneità. Gli assassini seriali sono convinti di non appartenere al genere umano. Si sentono migliori degli altri come nel caso degli egocentrici e dei narcisisti patologici, ma anche incompresi, perché nessuno vuole riconoscere la loro grandezza. Altri, invece, si sentono estranei, considerandosi peggiori del resto del genere umano;

non strutturazione dell’universo. L’universo degli assassini seriali è caotico, manca totalmente di organizzazione ed è come se il soggetto fosse sempre in bilico fra due mondi opposti (reale ed immaginario) che lo trascinano ognuno dalla sua parte.

 

2.2. L’alienazione nelle società consumistiche come fattore facilitante il comportamento omicidiario seriale

Secondo i dati forniti dall’F.B.I. più del 90% degli assassini seriali agiscono in una paese appartenente ai primi due mondi. Quasi il 60% degli assassini seriali colpisce negli Stati Uniti.

Quello che vogliamo chiederci ora è se c’è la possibilità di stabilire una sorta di correlazione causale fra il grado di industrializzazione di una società e il fenomeno dell’omicidio seriale. Riguardo a questo argomento, occorre fare una premessa relativamente al cosiddetto “modello di vita americano”. Si tratta del sistema “capitalistico” fondato sull’acquisizione continua di beni di consumo che, negli ultimi anni, ha esercitato un influsso deleterio nell’ex Unione Sovietica. Con il crollo del regime comunista, il modello americano è stato introdotto bruscamente in un paese sterminato che non aveva le strutture adeguate per supportarlo aggravando la crisi sociale ed economica in questo paese. Secondo Alexandr Bukhanovsky, psicologo russo ed esperto di serial killer, ciò ha portato ad un’epidemia di omicidi seriali, che simboleggiano l’odio verso la società, considerata responsabile in blocco del fallimento dei progetti individuali, e la voglia di distruzione del soggetto nei confronti di una realtà economica e sociale estremamente frustrante. (14)

Come abbiamo detto, le contraddizioni e la competitività proprie della realtà americana possono far sì che soggetti particolarmente fragili non riescano ad affrontare correttamente la vita quotidiana, ritirandosi perciò in un loro mondo fantastico che può portarli ad avere sentimenti di rivalsa verso la società che spesso sfociano in comportamenti omicidiari seriali. Vediamo adesso, in particolare, quali sono le caratteristiche strutturali e sociali della società americana che possono esser considerate fattori facilitanti il sorgere di quella “sindrome di alienazione”, ritenuta da molti autori elemento trainante per la formazione di un assassino seriale:

elevata mobilità interna. A cominciare dagli anni ’60, lo scompiglio provocato dal progredire della tecnologia avanzata e della moderna conduzione degli affari ha creato dei tipi di comunità completamente diversi che hanno ben poca somiglianza con le società tradizionali.

Spesso il personale di un’azienda si trova costretto a viaggiare frequentemente per svariati motivi. Molte volte, si tratta di semplici pendolari che, per il loro stile di vita devono compiere lunghi percorsi per andare a lavoro. Per fare fronte ad una situazione di questo genere, il soggetto deve avere alle spalle una “famiglia ultramobile”.

Gli effetti negativi a lungo termine di una simile condizione di vita andranno a ricadere soprattutto sul membro più debole del nucleo familiare: il figlio. In una “famiglia ultramobile”, il bambino non ha la possibilità di stabilire legami duraturi con i suoi coetanei, perché subito la famiglia deve trasferirsi in un’altra città e lui deve ricominciare tutto da capo. A ciò si aggiunge il fatto che, in famiglie di questo genere, i genitori spesso non sono in grado di manifestare al figlio il loro affetto in maniera adeguata, perché troppo presi dal fatto di seguire la loro carriera.

La conseguenza principale di questo stato di cose è che il bambino è portato a vivere prevalentemente in un mondo immaginario, popolato di fantasie che lo staccano sempre più dalla realtà quotidiana;

disgregazione della famiglia. È un fenomeno che, nelle società occidentali, sta raggiungendo dei livelli veramente allarmanti, con gli Stati Uniti in testa.

Aumentano i divorzi e le separazioni e i figli vengono sempre più spesso allevati in una famiglia monoparentale, quasi sempre formata dalla madre. Viene così a mancare ai figli maschi, il modello di riferimento dello stesso sesso, con il conseguente aumento dei problemi collegati all’identità di genere e di ruolo e delle difficoltà di relazione con l’universo femminile.

 

  1. Il lavoro e gli assassini seriali

Nella maggior parte degli omicidi seriali, la motivazione principale dell’assassino è quella di ottenere il controllo del potere, anche in quegli omicidi che, superficialmente, presentano altre motivazioni. Questa considerazione viene confermata dall’analisi dei mestieri esercitati dagli assassini seriali: si tratta di individui che, spesso, hanno un titolo di studio basso o, al massimo, di medio livello e svolgono un lavoro modesto.

Per tutti i serial killer, l’omicidio seriale è un modo per esercitare la loro rivalsa sulla società e per liberare l’aggressività accumulata a causa delle frustrazioni subite. In generale, gli assassini seriali tendono a utilizzare le caratteristiche intrinseche del proprio mestiere per la cattura delle vittime o per l’esecuzione dell’omicidio; ad esempio, i medici e le infermiere possono scegliere di uccidere tra i pazienti di cui si occupano. Si può dire, quindi, che, in diversi casi di omicidio seriale, la scelta delle vittime è fatta in base all’opportunità che si presentano all’assassino ed esiste un certo grado di correlazione con il tipo di lavoro svolto da questo.

Per alcuni assassini seriali, l’omicidio è soltanto l’ultima tappa di un percorso criminale iniziato molto presto. Generalmente, si tratta di soggetti che provengono da ambienti estremamente disgregati, cresciuti con l’esempio costante di modelli devianti. Questi individui intraprendono una vera e propria carriera criminale, nella quale si possono individuare delle tappe ben precise:

provengono da una “famiglia multiproblematica”

soffrono diversi traumi in età precoce

rifiutano di cercare di inserirsi nella vita sociale e lavorativa convenzionale

di solito, iniziano compiendo reati contro la proprietà, per poi passare a reati contro la persona; un percorso alternativo può essere quello che parte da reati di truffa.

Il punto di arrivo comune a tutte queste “carriere criminali” è sempre l’omicidio.

Una categoria di soggetti che presenta un gran numero di serial killer è quella dei vagabondi; si tratta, spesso, di persone caratterizzate da una personalità irrequieta e incostante. Questi soggetti sono estremamente difficili da catturare a causa della loro continua mobilità. Spesso, infatti, passano diversi anni prima che ci si accorga di trovarsi di fronte ad un caso di omicidio seriale, perché le autorità di polizia dei diversi Stati lavorano su base locale senza comparare casi di omicidio che avvengono a centinaia di chilometri di distanza.

Gli assassini seriali che hanno un lavoro fisso, invece, svolgono dei mestieri piuttosto modesti, in linea con il loro grado di scolarizzazione. Alcuni mestieri si riscontrano con maggior frequenza:

cameriere/a

bracciante, contadino

camionista.

Il mestiere di camionista presenta un tipo particolare di correlazione con il comportamento omicidiario seriale. Questi soggetti sono sempre in viaggio e, quindi, hanno la possibilità di caricare a bordo degli autostoppisti (soprattutto negli Stati Uniti, molti ragazzi amano viaggiare in questo modo), e di ucciderli con tutta calma, per poi liberarsi dei cadaveri lungo le autostrade. Sono molto difficili da catturare, perché possono uccidere le vittime in luoghi anche molto distanti tra loro. La mobilità di questi assassini è giustificata dal mestiere, per cui, come detto in precedenza, non è sempre facile correlare omicidi avvenuti in luoghi distanti tra loro. Oltre a ciò, questo è un mestiere che consente al serial killer di stare molte ore da solo e di lasciarsi assorbire dal suo mondo di fantasie mentre guida.

Un’altra categoria particolarmente interessante è quella legata alle professioni sanitarie. Queste attività possono portare il soggetto a credersi onnipotente, perché sa che dalla sua abilità possono dipendere le vite di diverse persone. Attraverso l’omicidio seriale, il medico può realizzare l’altro lato della sua personalità e trovare la soddisfazione più completa.

Analizzando le storie di vita di molti assassini seriali, si nota come molti di loro siano assolutamente incompatibili con la vita militare. All’inizio, provano una certa attrazione per un mondo governato da rigide regole di comportamento che, in un certo modo, rispecchia il modello genitoriale paterno dell’autorità. Spesso, l’assassino seriale, una volta adulto, sente il bisogno di entrare in un setting strutturato che diriga la sua vita con autorità: questo perché, in generale, si tratta di soggetti con una bassa autostima ed una capacità comunicativa interpersonale povera. Alcuni serial killer sono però talmente abituati a vivere destrutturati che, dopo poco tempo, diventano insofferenti alla vita militare ed iniziano a non rispettare la disciplina o, addirittura, diventano disertori.

Il mestiere del poliziotto attira molti assassini seriali; per i serial killer questa professione assume un fascino particolare, in quanto indossare l’uniforme è un modo di rivestire il loro Io debole con una corazza che li fortifica davanti al mondo esterno. Altre volte, l’assassino seriale sceglie di fare il poliziotto perché in questo modo può canalizzare la propria aggressività indirizzandola contro dei soggetti che in ogni caso sono stigmatizzati dalla società. Alcuni serial killer, invece, vedono il proprio rapporto con la polizia come una partita a scacchi e traggono un grande piacere dal fatto di battere i poliziotti al loro stesso gioco. Per altri ancora, la paura di essere presi è un afrodisiaco, ciò spinge taluni assassini seriali a sollecitare l’attenzione delle forze dell’ordine. Infine, alcuni di loro, possono mantenere dei rapporti indiretti con la polizia; ad esempio, Ed Kemper si recava spesso in un bar frequentato da poliziotti e diventò amico di alcuni di loro per farsi raccontare a che punto erano le indagini sui suoi omicidi.

La quasi totalità delle donne serial killer, invece, rientra nella categoria della casalinga; di solito, le vittime sono scelte nell’ambito familiare o comunque hanno una qualche relazione con l’assassina.

 

  1. La sessualità e gli assassini seriali

Il problema dei rapporti tra sessualità ed omicidio è indubbiamente complesso, in quanto risulta difficile configurare e circoscrivere la nozione di delitto sessuale, per il fatto che non è neppure facile definire l’ambito ed i limiti del concetto di “atti sessuali”. (15) La sessualità, infatti, ben lungi dal rispondere a motivazioni solo di ordine fisiologico, riflette una molteplicità di fattori consci ed inconsci, che coinvolgono funzioni istintuali, erotiche ed affettive, esprimendosi in condotte complesse che ben difficilmente possono essere delimitate nell’ambito degli atti sessuali e, quindi, dei reati sessuali.

Il comportamento sessuale dell’uomo, infatti, è un espressione individuale soggetta ad un enorme molteplicità di variabili, tra cui i fattori fondamentali sono riconducibili all’assetto genetico, alle influenze ormonali e culturali in momenti critici dello sviluppo psicosessuale, alle esperienze di vita e ad aspetti transitori dati da modificazioni ormonali, dall’attività ideativa, dallo stato dell’umore e da eventi esterni. Le relazioni tra questi fattori ed il comportamento sessuale, sono spesso fonte di confusione e di pregiudizi, tanto che lo stesso atto può assumere caratteristiche penalmente rilevanti in un certo Stato, mentre può essere ignorato in un altro, o essere considerato malattia a o meno a seconda della tassonomia psichiatrica in uso.

È bene sottolineare che ciascuna delle modalità di attuazione di comportamenti sessuale devianti è solo l’estremo di un continuum che va dal nessun interesse per lo stimolo sessuale ad un’impossibilità assoluta di provare una qualsiasi forma di interesse sessuale in assenza dello stimolo stesso. In psichiatria, questi disturbi, in passato chiamati “deviazioni sessuali”, attualmente sono definiti con il termine di “parafilia”: ciò indica che l’anormalità riguarda ciò da cui il soggetto è attratto. (16) La maggior parte dei serial killer presenta, infatti, dei problemi nella sfera sessuale. Questo dato è valido anche per quei soggetti i cui delitti non hanno una motivazione principalmente sessuale.

È proprio la modalità di attuarsi della pulsione sessuale che è importante conoscere ed approfondire in relazione all’argomento di cui ci occupiamo, perché essa, nelle sue infinite sfaccettature, è ciò che caratterizza la condotta di molti serial killer. Questi soggetti, spesso, esternano la loro aggressività nella sfera sessuale, assaltando e stuprando estranei in attacchi brutali o esaltandosi in azioni di sadismo sessuale sulle loro vittime. In alcuni casi, le componenti sessuali possono rivelarsi con chiari segni di violenza sessuale o di atti sessuali compiuti dall’omicida sulla vittima, oppure possono essere denunciate dalla particolare sede e morfologia delle lesioni inferte ad essa, quando queste consistono in ferite a parti sessuali del corpo o in escissione delle stesse. Vi sono anche omicidi in cui le componenti sessuali non potrebbero essere sospettate ad un’analisi fenomenica della scena del delitto o in base all’esame della vittima, in quanto completamente integrate dall’atto lesivo e/o omicidiario in quanto tale.

In questo ambito, quindi, non si può fare a meno di rilevare che la tipologia fenomenica di tali delitti può essere differenziata soltanto attraverso un’analisi psicomotivazionale relativa alla qualità, all’interazione e/o alla commistione tra componenti in senso lato aggressive e componenti sessuali.

 

4.1. La sessualità infantile ed adolescenziale degli assassini seriali

Gli assassini seriali sono caratterizzati dal fatto di avere una sessualità piuttosto precoce. Spesso, la precocità è provocata da una condizione di abuso o da una vera e propria violenza sessuale da parte dei genitori o di altri adulti con i quali il bambino viene a contatto. Nello studio condotto dall’F.B.I., il 42% degli assassini seriali esaminati hanno subito un abuso fisico durante il periodo evolutivo. (17) Suo malgrado, quindi, il futuro assassino seriale viene fatto entrare forzatamente nel mondo sessuale degli adulti e, da quel momento, i suoi pensieri e le sue azioni saranno permeate dalla sessualità, così da diventare a sua volta un soggetto che abusa. In molte altre storie di vita di questi soggetti, se non troviamo la violenza sessuale, troviamo comunque una situazione familiare altamente promiscua in cui il bambino è obbligato a “respirare” sesso fin dall’infanzia.

Nella sua analisi Ressler evidenzia che il 46% del campione di serial killer da lui studiato proveniva da famiglie nelle quali c’erano problemi riguardanti la sessualità; in molti casi la madre dell’assassino seriale è una prostituta e l’odio provato da bambino viene spostato e proiettato su tutte le donne, che l’assassino vuole punire al posto della madre. (18)

L’ossessione per il sesso del futuro serial killer si può sviluppare anche a causa di un’educazione troppo repressiva nella quale i genitori descrivono tutto ciò che ha a che fare con la sfera sessuale come qualcosa di peccaminoso, da condannare. Possiamo concludere affermando che in tutti gli assassini seriali si nota la presenza di problemi sessuali e di esperienze di violenza nell’infanzia e nell’adolescenza e la presenza massiccia di numerose fantasie sessuali.

 

4.2. Le perversioni sessuali negli assassini seriali

Le perversioni sessuali (che, con termine più moderno, vengono chiamate parafilie) difficilmente si riscontrano allo stato puro, mentre è molto più comune che in uno stesso assassino seriale ci sia una combinazione variabile di perversioni. Sembra che per i serial killer, possa essere valida la teoria di Glover sulle perversioni. Secondo questo autore le perversioni rappresentano:

Tentativi periodici di proteggerci contro le normali angosce da introiezione e da proiezione per mezzo di un’esaltazione della libido. Quando alcune forme di angoscia infantile tornano alla luce nella vita adulta, un mezzo per riuscire ad avere ragione della crisi, è il rafforzamento dei sistemi primitivi di “libidinizzazione”; e questo dà luogo al sorgere della perversione. (19)

Gli assassini seriali sono spesso dei disadattati, incapaci di fronteggiare adeguatamente la realtà e le sue richieste. Quando l’angoscia è troppo forte, ecco che scatta il bisogno di ricorrere alla perversione, che permette al soggetto di raggiungere una gratificazione, anche se transitoria.

Le esperienze sessuali precoci e traumatiche lasciano un segno indelebile nella psiche del serial killer e, anche da adulto, il comportamento sessuale sarà orientato verso livelli visuali e di autoerotismo, con gravi problemi nello stabilire relazioni intime normali e nel raggiungimento dell’orgasmo in attività sessuali convenzionali. Le due perversioni principali riscontrabili negli assassini seriali sono il sadismo e la necrofilia, le quali tendono ad escludersi a vicenda. Alcuni assassini seriali sadici compiono atti sessuali con i cadaveri delle loro vittime, ma per affermare la loro potenza sessuale e come ulteriore segno dispregiativo nei confronti della vittima. Il necrofilo, invece, ama il cadavere, fisicamente e psichicamente, e può ricevere piacere solo con un corpo inanimato. In conclusione dove l’assassino seriale sadico finisce il piacere – con la morte della vittima – inizia invece la soddisfazione sessuale necrofilo.

Lo psichiatra Robert J. Stoller considera invece la perversione come:

Forma erotica dell’odio, una fantasia, che di solito viene messa in atto ma a volte rimane a livello di un sogno diurno. È un’aberrazione abituale preferita ad altre forme di comportamento sessuale, necessaria perché il soggetto provi una piena soddisfazione ed è motivata primariamente da ostilità. Nella perversione, l’ostilità prende forma in una fantasia di vendetta celata nelle azioni che costituiscono la perversione e serve a convertire il trauma dell’infanzia nel trionfo dell’adulto. (20)

Cerchiamo adesso di distinguere e di analizzare le caratteristiche salienti delle parafilie più importanti, ricordando che, negli assassini seriali, non è quasi mai presente un quadro patologico univoco, ma spesso ci sono dei “complessi di perversione”.

Sadismo. Il DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dell’American Psychiatric Association) definisce il “sadismo sessuale” una “parafilia nella quale il soggetto si eccita sessualmente mediante la sofferenza psicologica o fisica di una vittima, ed il comportamento può essere così estremo da portare all’uccisione delle vittime”.

Il piacere principale dell’assassino seriale sadico è quello di prolungare il più possibile le sofferenze delle sue vittime, ritardandone il momento del decesso. Spesso, questo assassino seriale fa ricorso a strumenti che gli consentono di immobilizzare la vittima per poterne poi prolungare l’agonia.

Il sadismo è collegato all’uso della tortura nella serie omicidiaria e, in questo caso, ci troviamo di fronte ad un soggetto che può sviluppare l’aggressività come risposta ad un meccanismo di difesa contro sentimenti di colpa o frustrazioni.

I serial killer di questo tipo preferiscono uccidere le loro vittime mediante strangolamento, perché possono prolungare a piacere il momento reale del decesso, aumentando e diminuendo la forza della stretta; l’azione è accompagnata da una vera e propria eccitazione sessuale che può culminare nell’orgasmo. L’uso del coltello e, in generale, di armi da punta e da taglio, ha un significato di sostituzione o rafforzamento della funzione del pene. Alcuni serial killer, infatti, sono completamente impotenti, per questo l’arma sostituisce in toto le funzioni dell’organo sessuale e viene usata per la penetrazione simbolica del corpo; si nota, infatti, che diversi assassini seriali concentrano le pugnalate sui seni della donna e intorno alla regione vaginale, perché vogliono distruggere i simboli della femminilità che tanto li spaventano.

Necrofilia. Mentre i sadici si eccitano alla vista del sangue delle loro vittime, i necrofili cercano di mantenere intatto il cadavere e, per questo motivo, come mezzo per uccidere, prediligono lo strangolamento, il soffocamento, l’avvelenamento, cioè quelle tecniche che lasciano intatti i tessuti corporei.

L’assassino seriale necrofilo, di solito, è stato un bambino chiuso in se stesso, timido e poco socievole con i coetanei. Il mondo della fantasia occupa un posto centrale nella vita di questo soggetto, a scapito del mondo reale, con il quale il serial killer necrofilo non ha molta dimestichezza.

Il sesso con persone vive è qualcosa che incute in questi soggetti paura: il piacere sessuale è inibito dal timore dell’oggetto. Il cadavere è un oggetto completamente passivo sul quale il necrofilo può indirizzare la propria sessualità, finalmente libera da inibizioni.

L’assassino seriale necrofilo è un contemplativo, mentre quello sadico preferisce l’azione. Il necrofilo è un soggetto poco attivo sessualmente e non è particolarmente interessato alla penetrazione, preferisce la contemplazione dei corpi.

Feticismo. Nel caso di questo disturbo, il nucleo dell’attenzione sessuale è, comunemente, incentrato su qualche parte non genitale del corpo (piede, natiche, seni ecc.). Un certo grado di feticismo è presente in molti esseri umani ed è una componente accettabile della sessualità.

Diventa feticismo patologico quando è totalmente assente lo stimolo a realizzare l’amplesso e l’impulso genitale riguarda esclusivamente le attività sessuali nelle quali è implicato il feticcio.

La maggior parte degli assassini seriali mostra manifestazioni di feticismo particolarmente spiccate. Il comportamento feticistico si presenta specialmente nella “fase totemica”, cioè nel momento in cui l’omicidio è già stato effettuato e l’assassino sente il bisogno di rivivere l’eccitazione dell’azione omicidiaria. Quando i feticci terminano la loro azione di soddisfazione, l’assassino entra in una “fase depressiva”, uscito dal quale si metterà alla ricerca di un’altra vittima.

Gli assassini seriali presentano diverse forme di feticismo:

feticismo di una parte del corpo: l’assassino concentra l’interesse sessuale su una o più parti della vittima; in questo caso, avviene un processo di “parzializzazione”, per cui la vittima acquista importanza in quanto possiede la particolarità che interessa all’assassino;

feticismo per qualità fisiche: in alcuni casi, gli assassini seriali sembrano attratti da particolari caratteristiche fisiche della vittima, come, ad esempio, la predilezione per le donne grasse;

feticismo del vestiario: è il tipo più facilmente riscontrabile nei serial killer; Krafft Ebing sostiene che, in questo caso, il fascino non è più spiegato dalla donna in sé, ma da un determinato capo di vestiario, che si distacca completamente dalla rappresentazione complessiva della donna. (21)

Voyeurismo. È una delle perversioni predilette dagli assassini seriali; in molti casi, si deve parlare di “voyeurismo obbligato”, in quanto il bambino può essere costretto dai propri genitori ad assistere ad uno o più rapporti sessuali. Ne deriva una situazione profondamente traumatica per lo sviluppo della psiche del soggetto.

Molti individui, prima di iniziare ad uccidere, si sono dedicati per anni al voyeurismo, di solito accompagnato dal feticismo, attività che richiedono una forte partecipazione dell’immaginazione e il ruolo massiccio della fantasia. Molto spesso, si verifica un processo in base al quale il soggetto non è più in grado di soddisfare la propria eccitazione con l’attività voyeuristica, per cui ha bisogno di stimoli sempre più forti.

Esibizionismo. È un’altra delle tappe obbligate dello sviluppo sessuale degli assassini seriali. Di solito, i primi arresti per reati sessuali includono l’esibizionismo ed il comportamento contrario alla moralità pubblica e il buon costume.

Stupro seriale. Gli stupratori, spesso, provano impulsi sessuali sovrabbondanti. Le fasi dell’eccitazione sono regolari, mentre ad essere profondamente disturbata è la fase del desiderio. Spesso, questi assassini seriali sono dediti alla pornografia e sono feticisti di biancheria intima femminile. A volte lo stupro si conclude con l’uccisione della vittima, a volte no (stupratori seriali).

Egger (22) sostiene che le dinamiche motivazionali dell’omicidio seriale sembrano molto simili a quelle riscontrate nelle ricerche sullo stupro. Il bisogno di esercitare potere è una componente fondamentale di entrambi i crimini e, spesso, basta che la vittima opponga maggiore resistenza per trasformare uno stupro violento in un omicidio. La differenza principale tra i due crimini risiede nella forma e nel grado di controllo che l’aggressore vuole esercitare sulla vittima e della capacità di dominio delle pulsioni del soggetto.

Cannibalismo e vampirismo. Queste due perversioni sessuali non sono affatto rare tra i serial killer. Nella maggior parte dei casi questi comportamenti sono il risultato di un disturbo psichiatrico di gravità variabile.

A volte, il cannibalismo è appena accennato e l’assassino seriale si limita a mordere il corpo delle vittime, senza però mangiarne una parte. Un soggetto che prova degli impulsi cannibalistici ed omicidiari può essere in uno stato di allucinazione così forte da autoconvincersi di essere un animale selvaggio. Nella prospettiva del soggetto, il crimine diventa di proprietà dell’animale, trasferendo su esso la responsabilità dell’atto.

Per alcuni assassini seriali, queste perversioni hanno un chiaro significato simbolico. Questi atti possono essere praticati dopo che il soggetto ha avuto un rapporto sessuale insoddisfacente con la vittima ed è una regressione al comportamento animale. Per altri è solo un modo estremo di raggiungere la gratificazione sadica. In ogni caso, i serial killer cannibali sono sempre uomini. Per gli assassini seriali, il cannibalismo rappresenta un appagamento degli impulsi omicidiari con una violenza estrema e con eccesso di desiderio. L’identità altrui viene annientata con l’introiezione di parti del corpo ed i soggetti che cannibalizzano le vittime sono sempre affetti da gravissime turbe sessuali che risalgono ad un’infanzia vissuta in un tessuto familiare completamente disgregato.

Pedofilia. È una perversione molto comune tra gli assassini seriali: dopo le donne, quella dei bambini è la categoria vittimologica più frequente.

In questo caso, l’assassino seriale ha una particolare difficoltà a relazionarsi con un soggetto sessualmente adulto. Il bambino è un soggetto meno impegnativo, per cui non subentra l’ansia da prova. Il controllo del potere è assoluto, dato che la vittima offre un grado di resistenza quasi nullo. Quasi sempre i pedofili hanno loro stessi alle spalle un’esperienza di abuso subita durante l’età evolutiva, per cui sono portati a ripeterla, assumendo però, questa volta il ruolo dell’aggressore.

Riguardo alle modalità di avvicinamento della vittima, possiamo distinguere due tipologia di assassini seriali pedofili:

pedofilo violento: di questa categoria fanno parte gli stupratori ed i soggetti che, alla violenza del minore, fanno seguire l’omicidio con modalità particolarmente cruente;

pedofilo non violento: utilizza principalmente la modalità della seduzione, riuscendo ad individuare i minori che hanno gravi carenze affettive; in questi casi, il pedofilo può rappresentare per loro un mezzo per riempire il vuoto affettivo ed emotivo lasciato dai genitori. Un esempio di pedofilo non violento è rappresentato da Luigi Chiatti, un giovane geometra di Foligno che, tra il 1992 ed il 1993, uccise due bambini (vedi cap. 4, par. 3).

È necessario effettuare un’ulteriore distinzione tra assassini seriali pedofili solitari, che agiscono individualmente e assassini seriali pedofili organizzati, che agiscono in gruppo e all’interno del più vasto campo della prostituzione minorile e del turismo sessuale.

 

4.3. L’influenza della pornografia e delle fantasie sul comportamento omicidiario seriale

Se è errato affermare che ci sia una correlazione causale tra pornografia e violenza, è senz’altro giusto dire, invece, che quantità e qualità degli stimoli pornografici possono facilitare il comportamento violento. È un dato di fatto che molti assassini seriali affermano di fare uso frequente di materiale pornografico. Va distinta, però, la pornografia normale dalla pornografia sadomasochista, che sembra quella più direttamente coinvolta nell’omicidio seriale. Gli stimoli provenienti da questo materiale, non fanno altro che rafforzare le fantasie di dominio già presenti nella mente del soggetto e dargli, in un certo senso, una giustificazione di essere nel giusto. In sintesi la pornografia sadomasochista rafforza le fantasie del soggetto, quelle stesse fantasie che sono alla base dell’omicidio seriale. Persone che sono già predisposte alla violenza possono fare uso di pornografia violenta, ma ciò non significa che questa crei una predisposizione alla violenza, anche se può rinforzarla e esacerbarla. Un effetto sicuramente collegato a questo tipo di pornografia è quello di desensibilizzare il soggetto alle manifestazioni del dolore e alla visione della sofferenza di vittime reali.

Ferracuti evidenza l’esistenza di una assuefazione al materiale pornografico, che egli chiama “effetto di sazietà”, che fa si che, col passare del tempo, il soggetto perda l’interesse per uno stimolo sempre della stessa intensità e abbia bisogno di materiale che gli dia stimoli più forti per rafforzare le proprie fantasie. (23)

Proprio la dimensione fantastica è un altro elemento fondamentale del comportamento omicidiario seriale ed ha una fortissima valenza sessuale. Nella maggior parte degli assassini seriali e in particolare in quelli sadici, le fantasie sono strettamente collegate al sesso e alla violenza e rappresentano il motore scatenante dell’omicidio (“fase aurorale” di Norris). Il processo è circolare: le fantasie, che, col tempo vengono perfezionate sempre di più, diventando piene di dettagli ed estremamente vivide, aiutano il passaggio all’atto omicidiario e, dopo ogni omicidio, si aggiungono nuovi elementi che incrementano la dimensione fantastica, proprio perché le fantasie possono nutrirsi, a questo punto, anche dei ricordi dell’uccisione, diventando così sempre più cruente. Inoltre, l’omicidio reale non è mai appagante come sa esserlo quello immaginato nella mente del serial killer, per questo motivo il soggetto ripete più volte l’atto omicidiario alla ricerca della perfezione che raggiunge soltanto nella sua immaginazione. L’esperienza del ricordo, quindi, è di fondamentale importanza per ogni assassino seriale, in quanto serve ad alimentare le sue fantasie: a questo servono i feticci ed i “trofei” che molti soggetti conservano dopo ogni omicidio.

Questo processo avviene in ogni omicidio seriale, anche se la durata dell’elaborazione della fantasia subisce variazioni molto ampie a seconda del tipo di omicidio. Occorre precisare che tutti i bambini hanno fantasie, ma quando queste sono sempre orientate verso morte e distruzione, è il segno più chiaro di un inclinazione patologica che si orienterà verso un futuro comportamento deviante.

 

  1. Il modus operandi e la scelta delle vittime

Manipolazione, dominio, controllo. Secondo John Douglas, agente dell’F.B.I., queste sono le tre parole chiave per comprendere il modo di agire di un assassino seriale. La ritualità del delitto, quella sorta di celebrazione di una cerimonia orrida ed oscura, si ripete immutata, a volte anche per molti anni. Il rituale del serial killer è un po’ la sua firma, ciò che gli consente di trarre piacere dall’atto in sé; di conseguenza, l’assassino seriale lo prolungherà il più possibile perché, interrompendolo, il piacere potrebbe esaurirsi. Il modus operandi, ossia le modalità e i mezzi utilizzati dall’assassino seriale per uccidere, è tanto orrendo quanto efficace, soprattutto se, come in genere avviene, passa molto tempo prima del suo arresto.

Douglas, ritiene che, ai fini del buon esito dell’attività investigativa, occorre in primo luogo analizzare attentamente il comportamento del serial killer. L’autore in questione, sulla base di una ricca esperienza sul campo, distingue il modus operandi dalla “firma”. (24) L’elaborazione di queste categorie si deve essenzialmente alla criminologia d’oltreoceano. Il modus operandi è il “comportamento acquisito”, ciò che l’assassino seriale fa nell’esecuzione del crimine. Ha caratteristiche di dinamicità e può evolversi nel tempo. La “firma”, invece, rappresenta ciò che il soggetto deve fare per raggiungere “l’appagamento”. Rimane, pertanto, costante in ogni delitto e non varia negli anni. In alcuni casi, fra le due categorie esiste soltanto una sottilissima differenza. Gli investigatori devono stare molto attenti a non confondere i due elementi e concentrarsi soprattutto sulla ricerca della “firma”, non lasciandosi depistare dalle variazioni del comportamento messo in atto di volta in volta dall’assassino. Delitti con modalità operative differenti possono, comunque, esser marcati da una medesima firma.

Nell’ambito del modus operandi efferatezza e crudeltà sono gli indicatori più significativi. Gli agenti dell’F.B.I., riferendosi a crimini di questo genere, parlano di overkilling, vale a dire “eccesso di omicidio”. In esso si cela la volontà di trarre piacere dalla sofferenza altrui, attraverso il cosiddetto “supplizio dei cadaveri”, dando così sfogo alla propria “pulsione di morte”. Bruno, a tal proposito, parla di “necromania”, intendendo con ciò una sorta di inversione di un istinto morfobiologico che ci spinge verso la vita e a fuggire la rappresentazione della morte.

Tutto questo depone per il fatto che organizzazione, controllo e pianificazione accompagnano e seguono il comportamento del serial killer. Cercare di conoscere la misteriosa ossessione che muove gli omicidi seriali, significa cercare di comprendere i meccanismi psicologici dell’assassino seriale, il fine del suo uccidere. Chi deve cercare un serial killer, comunque, sa bene che, in assenza di un movente chiaro, l’unico indizio da sfruttare sono proprio le vittime; osservando queste, si procede ricostruendo la storia dell’assassino, la sua vita ed, infine, la sua identità. Il serial killer, del resto, si muove sempre in ambiti ben precisi, che sono quelli entro i quali sceglie la vittima, l’aggredisce e la uccide. Colpisce, di solito, lo stesso genere di persone, che incarnano certe sue fantasie ed è reso perciò riconoscibile proprio dalle sue vittime; le considera non come esseri umani, ma come oggetti, ciò che conta, infatti, non è l’identità del cadavere ma quello che rappresenta per l’assassino seriale.

Le vittime, quasi sempre, sono persone sconosciute, incontrate casualmente, e se conoscenza c’è stata, è stata solo superficiale ed estemporanea. A volte, può accadere che si tratti di persone che passano davanti lo sguardo del serial killer: vicini di casa, ad esempio, che d’improvviso vengono registrati dalla sua mente come prede. L’assassino seriale sembra avere un fiuto speciale, un sesto senso che lo avverte della vulnerabilità delle vittime; del resto, queste sono spesso persone deboli o emarginate, per lo più giovani donne o bambini. Il serial killer riesce, in qualche modo, a creare un incontro con la vittima; costante è il proposito di evitare in questa sentimenti di sfiducia, paura o sospetto, se non addirittura di creare un clima di confidenzialità e di intimità. L’assassino seriale può essere sorridente, affabile, apparentemente affidabile, spesso ha un volto familiare e la sua futura vittima ha fiducia in lui: nessuno può immaginare che dietro quell’aspetto bonario di persona per bene, si nasconda un proposito tanto atroce.

Una volta terminata questa fase, l’assassino seriale cerca il contatto fisico con la vittima, con un repentino e drammatico mutamento dell’atteggiamento: strangolamento, strozzamento, uso di armi bianche sono i modo più frequenti per infliggere sofferenza e morte. Il piacere sessuale non coincide con la penetrazione, ma è conseguenza dell’effetto eccitante di poter usare il corpo dell’altro come cosa, sentirsi potente nel procurare sofferenza e terrore.

Gustavo Charmet, psichiatra e docente di psicologia dinamica a Milano, per descrivere la volontà di controllo da parte del serial killer, parla di “controllo sadico ed onnipotente attraverso il quale l’assassino rende cosa un essere e fa di tutto perché non dia segni di vita”. Spiega, infatti, che appena la vittima parla di sé o esprime dolore, lui la mette a tacere perché “nel rigido schema del “mostro”, non c’è spazio per un rapporto affettivo.

A parte i casi di cannibalismo, la vittima viene in qualche modo occultata; nascosta, gettata in acqua, carbonizzata o altro; se non è fatta sparire, è abbandonata nella posizione dell’abuso. Da ciò si può dedurre che l’assassino seriale è ben lungi dal provare sentimenti di pietà e di compassione per le vittime, piuttosto manifesta disprezzo attraverso questi comportamenti; viene a degradare la vittima alla stregua di una cosa. Il serial killer è sempre molto attento a non lasciare tracce sul luogo del delitto, quando accade è perché ha raggiunto un tale livello di sicurezza e di impunità da diventare temerario, fino a sfidare apertamene l’autorità giudiziaria.

 

  1. Il carattere della mostruosità secondo Bruno (25)

La ricerca svolta dal noto criminologo italiano Francesco Bruno riguardo all’argomento serial killer, nasce nel momento in cui il fenomeno in Italia stava diventando assai più frequente che in passato. Avendo avuto modo di conoscere l’eccezionale lavoro fatto in questo campo dalla sezione di scienze psichiche e comportamentali dell’F.B.I., Bruno era arrivato a ritenere insufficiente il modello teorico americano per spiegare, soprattutto dal punto di vista psicopatologico, la realtà che andava osservando giorno dopo giorno. Bruno, quindi, insieme ad un gruppo di lavoro costituito ad hoc, ha prima cercato di individuare e delimitare il fenomeno nei suoi aspetti comuni, per poi passare a quantificarlo ed infine a studiarlo approfonditamente seguendo le ipotesi di ricerca che col tempo ha cercato di formulare.

Innanzitutto, Bruno e il suo staff, sono partiti dalle categorie già note di serial killer, mass murderer e spree killer, definite dall’F.B.I. secondo parametri comportamentali: tra le caratteristiche che gli autori americani privilegiano nelle definizioni di tali assassini si possono ricordare la ripetizione dell’omicidio, l’assenza di motivazioni evidenti e di relazioni con la vittima, una finalità di tipo edonistico o di tipo fanatico, un legame più o meno netto con la sessualità ed infine la presenza frequente, ma non assoluta, di diverse forme di patologia mentale.

Bruno non ha rifiutato a priori tali elementi, ma è andato oltre, giungendo ad individuare quell’elemento che avrebbe consentito di analizzare fenomeni anche apparentemente diversi; agli elementi prospettati dall’F.B.I., Bruno aggiunge la categoria della “mostruosità”, ritenendola il comune denominatore degli omicidi seriali. Non a caso l’opinione pubblica di ogni paese, secondo il criminologo, invariabilmente assegna a questi assassini la qualifica di “mostro”, intendendo evidentemente con ciò riferirsi ad una “sorta di terza classe di soggetti che non sono (solo) criminali, che non sono folli, ma che appunto sono “mostri”, fenomeni rari, eccezionali, che si ergono al di sopra delle possibilità di comprensione umana e che sono espressione di realtà innaturali, apparentemente estranee alla natura dell’uomo”. (26)

La definizione di serial killer fornita dall’F.B.I., come di un criminale che uccide più di tre persone, secondo Bruno, dice assai poco: egli pensa che in realtà gli assassini seriali non siano né normali, né matti; sono esattamente quello che l’opinione pubblica crede: dei mostri. L’autore ritiene, inoltre, che nell’uomo albergano entrambi i principi, quello del bene e quello del male, e si sa anche che il male talvolta può prevale, anche se è generalmente controllato dalle strutture superegoiche, fondanti la moralità.

Tuttavia non è facile definire il bene e il male, si tratta, infatti, di strutture antinomiche e relative; al contrario, secondo Bruno, la mostruosità può esser più facilmente definibile: vi è una mostruosità nel bene ed una nel male, entrambe fanno riferimento ad un concetto più semplice da valutare, quello della sproporzione qualitativa e quantitativa. È come se esistesse un valore limite che la sensibilità comune riesce a cogliere e che, quando è superato, dà luogo alla mostruosità.

Da un punto di vista operativo, Bruno ritiene che il carattere di mostruosità può essere correlato:

al numero particolarmente alto di vittime

al fatto che tra le vittime e l’omicida esistessero relazioni parentali tali da costituire tabù per l’omicidio

per la bassa età e l’infantile personalità dell’omicida

per la quantità di violenza e di crudeltà mostrata

per l’inconsistenza di patologie e motivazioni

per il tipo di mezzi omicidiari utilizzati e la sanguinosità degli eventi

per il simbolismo e la scenografia legati a questi atti.

Una volta presupposto il carattere di mostruosità, che non può essere definito quantitativamente in modo rigido, ma che tuttavia può essere considerato presente ogni qual volta si possa cogliere uno o più degli elementi suddetti, Bruno è passato alla seconda fase del programma, che si proponeva di quantificare in qualche modo il fenomeno. Tenendo conto che, sempre secondo i dati di questa ricerca, dal 1895 ad oggi nel mondo si sarebbero manifestati almeno 850 serial killer, e, compiute le dovute proporzioni, si può affermare che, almeno per ora, nel periodo generazionale di circa vent’anni, nei paesi più industrializzati, si manifesta, in media, un assassino seriale ogni settecentomila abitanti. In Italia, un calcolo ragionevole, fa stimare almeno un serial killer per ogni milione di abitanti.

In conclusione, al termine di questa esposizione, possiamo riassumere alcuni dati che sembrano rilevanti: innanzitutto, risulta evidente che il fenomeno è ormai largamente presente in Italia, almeno al pari degli altri paesi industrializzati (ad eccezione degli Stati Uniti), e che, negli anni ’90, il fenomeno appare in crescita quantitativa e qualitativa. Le caratteristiche degli omicidi seriali riscontrati nel nostro paese rispecchiano abbastanza fedelmente quelle già notate dalla letteratura internazionale, si può quindi che il fenomeno stesso sia espressione di fatti sociali e culturali simili nei paesi in cui si ha la massima incidenza e di fatti psicologici e psicopatologici individuali che attengono alla struttura della persona.

 

  1. La psicodinamica del “mostro”: un tentativo di interpretazione

John Douglas ha guidato per quindici anni il Behavioral Science Unit di Quantico (Virginia), la centrale da cui si dipana la ricerca dei colpevoli di crimini violenti e, soprattutto, dei serial killer. È stato lui, il celebre investigatore, che ha seguito i casi più clamorosi ed efferati della storia recente del crimine seriale negli Stati Uniti e non solo (è stato chiamato anche ad esprimere il proprio parere sul “mostro di Firenze”): ha fatto prendere Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee, il necrofilo Ed Kemper, l’astutissimo Ted Bundy.

L’unico modo per prendere i serial killer, secondo Douglas, è imparare a pensare come loro; il comportamento riflette la personalità, quindi ritiene che: “se vuoi comprendere l’artista, devi guardare il quadro; se vuoi conoscere il colpevole, devi guardare il crimine; un assassino seriale pianifica il suo “lavoro” con la stessa cura con cui un pittore elabora il soggetto e l’esecuzione di una tela”. (27) Così Douglas ha ricostruito degli indizi un volto, un nome, una personalità, un’ossessione; non c’è altro modo di agire se il delitto non ha apparentemente un movente. Quando l’assassino è il figlio che vuole ereditare, il socio che vuol tenersi tutti i soldi, il coniuge tradito, le indagini sono semplici, perché dal movente si risale al colpevole. Ma il serial killer, spesso, non ha interessi economici, non conosce le sue vittime, non approfitta dei suoi delitti.

L’arma del delitto, secondo Douglas, non è il coltello, non è la pistola, ma è la mente: è lì che bisogna scavare per catturarli. Perciò è necessaria l’analisi psicologica per identificare un assassino seriale: bisogna capire quali sono i gusti, le abitudini, le fantasie; comprendere le motivazioni più recondite e i fantasmi che, di solito, si traducono in un rituale elaborato, al momento dell’esecuzione del delitto o subito dopo. L’importanza fondamentale è proprio il ruolo della fantasia; ci sono vari gradini nella fantasia di un serial killer, spesso in principio c’è la pornografia o giochi crudeli con gli animali: sono rivalse per i maltrattamenti subiti o per i complessi dell’infanzia.

Soltanto agendo in questo modo è possibile, secondo Douglas, riuscire a catturare un assassino seriale, soprattutto nell’ipotesi di serial killer organizzati, i quali prestano particolare attenzione ad ogni particolare dell’atto omicidiario, non consentendo alle forze dell’ordine di sviluppare le proprie indagini da tracce più o meno evidenti lasciate dall’assassino sulla scena del crimine.

 

  1. Vittimologia allargata: i parenti “sopravvissuti” e le reazioni della comunità

Essere genitore di un serial killer, scoprire che il proprio figlio viene definito “mostro” è un’esperienza così traumatica che non è assimilabile a nessun’altra. La testimonianza diretta di Lionel Dahmer, il padre del famigerato “mostro di Milwaukee”, ci aiuta a comprendere meglio questo particolare stato d’animo:

Se la polizia mi avesse detto che mio figlio era morto, i miei pensieri su di lui sarebbero stati diversi. Se mi avessero detto che uno strano uomo lo aveva attirato in un appartamento e, pochi minuti, dopo, lo aveva drogato, strangolato, e poi violentato e mutilato il suo cadavere- in breve, se avessero riferito a me quelle cose che avevano dovuto comunicare ad altri padri e madri- avrei fatto anch’io quello che hanno fatto loro. Avrei pianto mio figlio e avrei preteso che l’uomo che lo aveva ucciso venisse duramente punito: se non giustiziato, almeno separato per sempre dal resto dell’umanità. Ma a me non fu detto quello che fu detto agli altri padri, che il loro figlio era morto per mano di un assassino. No, a me fu detto che mio figlio era quello che aveva assassinato i loro figli […]. Come potevo sapere che il ragazzo che sedeva di fronte a me, con gli occhi completamente spenti, se ne stesse in un mondo di incubi e di inimmaginabili fantasie che, con il passare degli anni, l’avrebbero sopraffatto? Non l’ho mai sentito parlare del futuro. Ora capisco che sin da allora immaginava che non ne avrebbe avuto uno. (28)

È probabilmente per questo motivo che, quando chiesero a Dahmer senior se, dopo la condanna a novecentocinquantasette anni di carcere, avesse perdonato il figlio, lui semplicemente rispose: “sì, l’ho perdonato, ma lui avrà perdonato me?”.

Un genitore che scopre che il proprio figlio è uno spietato serial killer attraversa delle fasi emotive ben definite:

incredulità e negazione dell’evento: il meccanismo difensivo della negazione è quello predominante in questa fase;

accettazione dell’evento e spostamento della responsabilità su terzi: si continua a negare che il figlio abbia commesso certe azioni di sua spontanea volontà, facendo ricorso al “meccanismo dello spostamento”. Qualcuno avrebbe esercitato un influsso negativo su di lui, che non sapeva quello che faceva;

accettazione della responsabilità del soggetto e spostamento della colpa su se stessi: le prove della colpevolezza del figlio diventano schiaccianti e non è più possibile spostare la colpa su terzi, quindi, sempre mediante spostamento, la colpa viene direzionata su se stessi;

senso di fallimento ed incapacità di elaborare il “lutto virtuale”: il genitore percepisce di aver fallito come tale, perché non è stato in grado di indirizzare il figlio verso una strada corretta e il fallimento diventa quello dell’essere umano in generale; questa situazione si accompagna all’esperienza di un “lutto virtuale”: il figlio non è veramente morto, per cui non ci può essere neanche il conforto del ricordo. Il genitore deve imparare a convivere con l’evidenza che suo figlio è un “mostro” e questo per molte persone è qualcosa di insopportabile.

Per quanto riguarda i parenti delle vittime, invece, si dimentica completamente che avrebbero bisogno di un trattamento mirato alla gestione del dolore, che spesso è insopportabile. Nei congiunti delle vittime è frequente che si manifestino dei sintomi tipici del “Disturbo post-traumatico da stress” (PTSD), con lo sviluppo di ansia e sintomi dissociativi conseguenti al fatto di rivivere continuamente la morte della persona cara. I membri della famiglia della vittima vanno incontro ad una riduzione della reattività emozionale che porta alla difficoltà di provare piacere in attività precedentemente considerate piacevoli e spesso si sentono persino in colpa per il fatto di svolgere le faccende abituali della vita.

Mentre lo studio della personalità dei singoli assassini seriali sono infiniti, i lavori che prendono in considerazione i processi psicologici e comportamentali che avvengono nella comunità in cui operano questi soggetti sono rarissimi. Lo studio più interessante e approfondito è quello di Norvell, che esamina le risposte emozionali in risposta ad un caso di omicidio seriale avvenuto nella cittadina di Gainesville in Florida. (29) L’esame si concentra sul cambiamento dei fattori psicologici nella comunità dopo il verificarsi di una serie di omicidi. L’analisi ha evidenziato una condizione di depressione notevolmente maggiore nel gruppo testato dopo gli omicidi. La depressione è appunto la reazione affettiva più sviluppata dopo un caso di omicidio seriale, che, soprattutto se l’assassino continua ad uccidere per un periodo prolungato senza essere catturato, viene vissuta come un trauma continuato. Lo stato di depressione porta invariabilmente a scegliere delle strategie di adattamento inadeguate, improntate all’evitamento e alla passività.

Fisher fa notare che, quando in una comunità un serial killer rimane in libertà a lungo, la gente inizia a credere che chiunque possa essere l’assassino. Il sospetto e la sfiducia nei confronti dell’altro, visto come potenziale nemico, sono gli elementi caratterizzanti le interazioni sociali. Paura, ansietà e, in alcune circostanze, panico, sono le risposte emozionali principali all’omicidio seriale. (30) Quando un assassino seriale viene arrestato, da una parte si ha una reazione di sollievo per il cessato pericolo, dall’altra parte subentra una reazione di incredulità, perché, spesso, l’assassino è il “bravo vicino della porta accanto”. Quando il serial killer, invece, non viene catturato e il caso rimane irrisolto, ad un certo punto la comunità riprende la vita di tutti i giorni, ma nell’inconscio collettivo rimane sempre la paura nascosta che possa, prima o poi, tornare a colpire.

 

  1. Serial killer e mass media

L’interesse generalizzato e, per certi versi morboso, verso questo fenomeno, ha indotto i mass media ad occuparsi costantemente dell’argomento serial killer, rilevandolo ad ogni sua manifestazione, spesso ricercando le opinioni di studiosi del campo specifico, ma anche, soprattutto negli Stati Uniti, procedendo ad una spettacolarizzazione di un fenomeno così brutale. In Italia, c’è stato un bisogno di conoscenza e di risposta agli interrogativi aperti e posti dai grandi processi del 1994, come il processo nei confronti di Pacciani, il presunto “mostro di Firenze”, e il processo Chiatti, per le gesta del “mostro di Foligno”.

Che il mistero, dunque il fascino, degli omicidi a catena fosse sfruttabile era scontato. Quel che stupisce, tuttavia, è il sereno cinismo impiegato ad alimentare il mito di questi nuovi divi del male, anche da parte di individui o riviste all’apparenza alieni da morbosità. In fondo i serial killer, psicotici o psicopatici che siano, o ipernormali, come definiti da alcuni, possiedono quasi tutti un’altissima opinione di sé. E finiscono, piaccia o no, per prendersi la scena. Secondo molti hanno perfettamente colto un messaggio comune a tutto il mondo occidentale: ci si ricorda solo dei vincitori. Essere ricordati o dimenticati, diventare star a livello nazionale oppure restare comparse.

Così, quasi tutti i serial killer sognano di finire sui giornali o in televisione e quindi di diventare famosi. E per assecondare la loro sete di gloria si servono anche del crimine. “Se fate a pezzi delle persone per mangiarle, tutti parleranno di voi. Ambire alla pena di morte, da parte loro, fa parte del clamoroso boom che sperano di scatenare attraverso i mass media”, chiosa lo psichiatra Donald T. Lunde, docente a Palo Alto.

Il criminologo Francesco Bruno la vede così:

Il grande interesse per i serial killer c’è perché, di fronte a loro, noi abbiamo la sensazione che la più pura espressione del male si stia palesando. Il male privo di qualsiasi giustificazione. Qualsiasi motivazione appare, in un certo senso, liberatoria. In più, a sollecitare l’interesse, c’è l’innocenza della vittima, che, di solito, è debole ed indifesa. In quell’innocenza ci s’identifica tutti. Una scena dove il male sta tutto da una parte e il bene dall’altra, insieme al terrore, beh non è cosa trascurabile. (31)

Quando un caso di questo tipo occupa lo schermo della televisione o le pagine della stampa, in una prima fase, le reazioni emotive, la compassione, i sentimenti di solidarietà sono tutti in favore della vittima. Nel momento in cui, dopo un po’, il colpevole compare dinanzi ad un tribunale, incomincia a verificarsi un viraggio e l’interesse emozionale della gente muta di oggetto: lo sdegno diviene meno violento, l’imputato viene posto sotto le luci della ribalta; è lui a diventare il primo attore. La figura della vittima perde rilievo e il nucleo dell’attenzione pubblica si va concentrando sull’imputato: la sua storia di vita, la sua personalità, i suoi problemi sono quello che ora maggiormente interessa. Allorché il colpevole, una volta condannato, sarà posto in carcere, si verifica un ulteriore viraggio: è passato del tempo ed egli, per l’opinione pubblica non è più tanto il reo che sta espiando il male che ha fatto, quanto un uomo che sta soffrendo la pena.

Un altro ambito fortemente connesso al fenomeno dei serial killer è quello legato ad Internet, già molto utilizzata da chi commette crimini e soprattutto da organizzazioni pedofile. È estremamente probabile che, in un futuro prossimo, con la sempre maggiore diffusione della rete, gli assassini seriali possano far ricorso a questo strumento per selezionare le loro vittime. Avendo l’assassino seriale, spesso, problemi relazionali con il sesso femminile, Internet è lo strumento ideale per permettergli di comunicare in forma anonima.

Ancor più preoccupante è lo sviluppo della “pedofilia telematica” che, tra le numerose attività illegali svolte attraverso il sistema telematico, è quella che meno rispetta i confini geografici. I siti per pedofili sono limitati, ma hanno potenzialità criminose infinite. Fino a qualche anno fa, questi siti venivano aperti quasi esclusivamente in Asia, mentre oggi l’epicentro si è spostato in Russia e nell’Europa orientale. Un caso di pedofilia organizzata e omicidio seriale riguardante anche Internet è stato scoperto di recente grazie ad un’operazione di polizia congiunta in Italia e in Russia.

Il pedofilo, in Internet, può agire la sua perversione in maniera nascosta e quindi più sicura, può utilizzare l’abbondante materiale pornografico presente in rete, alimentando le proprie fantasie erotiche. Il vantaggio principale insito nel mezzo telematico è rappresentato dalla possibilità, da parte dell’adescatore, di evitare il contatto rapidamente in caso di difficoltà, nascondendosi nell’anonimato garantito dalla rete, molto più sicura rispetto alle strategie non digitali. Il successo di questa tecnica di avvicinamento è legata essenzialmente alla possibilità o meno che il minore non informi nessuno del contatto avvenuto o che la segnalazione sia considerata poco importante.

 

Note

  1. S. Bourgoin, Serial Killers, (trad. it. La follia dei mostri), Sperling & Kupfer, Milano 1993 e M. Garbesi, I Serial Killers, ed. Theoria, Roma-Napoli, 1997.
  2. G. Pallanca, Educazione e psicanalisi, Raffaello Cortina Editore, Milano 1984.
  3. M. Malagoli Togliatti, L. Rocchietta Tofani, Famiglie Multiproblematiche, NIS, Roma 1975, p. 35.
  4. A. Miller, L’infanzia rimossa, Bordingheri Editore, Torino 1987.
  5. C. Stern, A Study of Serial Murder, Paragon House, New York 1995, p. 244.
  6. S. Bourgoin, op. cit.
  7. R. Ressler, A. Burgess, J. Douglas, Sexual Homicide: Patterns and Motives, Simon & Schuster, Londra 1988. P. 35.
  8. M. Newton, Serial Slaughter: What’s Behind America’s Murder Epidemic, Loompanics, Washington 1992.
  9. R. Ressler et al., op. cit., p. 40.
  10. Bruno, F., Inquietudine Omicida, Phoenix, Roma 2000.
  11. Ibidem.
  12. R. De Luca, op. cit., p. 54.
  13. K. Keniston, Young Radicals; trad. it. Giovani all’opposizione: mutamento, benessere, violenza, Einaudi, Torino 1968, p. 318.
  14. Serial killer, incubo delle società avanzate, Corriere della Sera.
  15. G. Canepa, M. Lagazzi, (a cura di), I delitti sessuali, Cap. II, Ponti, G., Merzagora, I., Cedam, Padova 1988, p. 31.
  16. F. Ferracuti, (a cura di), Criminologia e psichiatria forense delle condotte sessuali normali, abnormi e criminali, cap. 8.1., Giuffrè, Milano 1988, pp. 3-5.
  17. R. Ressler, et. al., op. cit., p. 19.
  18. Ibidem.
  19. S. Glover, Perversion, Psychodinamics and Therapy, trad. it. Perversioni Sessuali, Feltrinelli, Milano, 1956, pp. 35-36.
  20. R. J. Stoller, Perversione: la forme erotica dell’odio, Feltrinelli, Milano 1978.
  21. R. Von Krafft Ebing, 1971, op. cit., p. 359.
  22. S.A. Egger, The Killer Among Us, Prentice Hall, New Jersey 1998, p. 31.
  23. F. Ferracuti, op. cit., p. 382.
  24. J. Douglas, Mindhunter, Rizzoli, Milano 1996, p. 220.
  25. Relazione presentata al Seminario “Mostri o Serial Killer”, analisi del fenomeno nell’Italia di oggi, Dic. 1995, Sala delle conferenze della Corte d’Appello di Roma.
  26. Ibidem.
  27. M. Garbesi, op. cit., p. 20.
  28. L. Dahmer, A Father’s Story, trad. it. Mio figlio, l’assassino, Sperling & Kupfer, Milano 1994.
  29. N.K. Norvell, Emotional and Coping Responses to Serial Killing, Praeger, Westport 1993.
  30. J.C. Fisher, Killer Among Us, Praeger, Westport, 1997.
  31. F. Bruno, M. Marrazzi, Inquietudine omicida: i Serial Killer analisi di un fenomeno, Phoenix, Roma 2000.

[1] Gianluca Massaro, la ricostruzione del profilo psicologico-comportamentale dei serial killer, 2002, sul sito: http://www.adir.unifi.it/rivista/2002/massaro/cap2.htm

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