Per Charlie Hebdo solo disgusto e disprezzo.
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La dislessia è un disturbo neurologico del sistema adibito alla lettura del linguaggio scritto.

Significa che il cervello ha un deficit di “collegamento”, di connessione con le diverse aree che riguardano la decodificazione e la traduzione di immagini scritte nel linguaggio scritto e parlato, cioè del sistema con cui comunichiamo.

Il deficit specifico della dislessia, che rientra nella più ampia categoria del DSA (disturbo specifico dell’apprendimento), comporta una difficoltà nello svolgere il compito di lettura, ma spesso le compromissioni riguardano anche la scrittura e l’articolazione del linguaggio.

Questo perché scriviamo e verbalizziamo traendo dalla memoria l’immagine della parola scritta che corrisponde a quel composto particolare di lettere combinato in un determinato modo.

Non è una questione di vista, semplicemente le parole non vengono decodificate nella maniera corretta.

É come se avvenisse un blackout, una interruzione, la parola si vede chiaramente ma non viene tradotta, non nel modo corretto, il cervello la elabora diversamente in modo quasi artistico.

Solitamente avviene più spesso con parole che contengono determinate sillabe, è la combinazione di certe sigle che crea il blackuot, da qui la prova che non si tratta di capacità di comprensione ma soltanto di decodifica dell’immagine.

Recentemente la legislazione italiana ha finalmente riconosciuto il deficit, in ritardo rispetto al altri Stati, l’insegnamento scolastico si è adattato e gli insegnanti dovrebbero essere informati sull’argomento, almeno in teoria, tutto dipende dalla preparazione di educatori ed insegnanti nel decifrare i segni che costituiscono un campanello d’allarme.

Io appartengo alla vecchia scuola, dove se non sapevi ben leggere e scrivere eri soltanto quello che non si applicava abbastanza, dove nessun insegnante si è mai accorto di nulla e la mia dislessia è passata nelle scuole dell’obbligo come livello di mediocrità dello studente.

Trent’anni fa l’impreparazione sul punto era giustificata, ora no.

Per fortuna questo non mi ha fermato, sto prendendo la seconda laurea nonostante il lavoro impegnativo, una laurea piuttosto difficile come quella in psicologia, una prima laurea in giurisprudenza, specializzazioni, due master e parecchi attestati attitudinali, sono un’esperta in campi del linguaggio e della comunicazione, sono una studiosa, una ricercatrice, ho scritto diversi libri, anche sul DSA (lo trovi in Pubblicazioni), molti articoli e sono una blogger e web-writer.

E ho scritto molto.

La difficoltà nella lettura non mi ha fermata.

Quindi, a conti fatti, la mediocrità dei miei primi anni di scuola dell’obbligo era frutto più della impreparazione e della ignoranza dei professori che del mio impegno e delle mie capacità.

Mi sono presa una bella rivincita.

Ma erano anni diversi, in cui la scuola annaspava ma non annegava e l’insegnamento era svolto nel modo classico, non troppi alunni, non esistevano difficoltà d’integrazione culturale e linguistica, pochi cambi di cattedra, più o meno gli stessi insegnanti che ti portavi appresso lungo tutto l’iter scolastico.

Ora purtroppo non è così.

I genitori questo lo sanno benissimo.

Ci si augura sempre di avere davanti un insegnante che è competente e consapevole, che si accorga subito dei segnali tipici della dislessia o di altri disturbi connessi con l’apprendimento.

Ci si augura sopratutto di avere a portata di mano e di portafoglio esperti che comprendano le difficoltà e sappiano farti una diagnosi precisa del problema nel più breve tempo possibile.

Perché la scuola procede e non aspetta le difficoltà di tuo figlio.

Ci si augura che la scuola fornisca adeguatamente i supporti necessari a chi patisce una qualche difficoltà, e che l’assistenza nell’iter trattamentale sia il più possibile mutuabile.

Perché la difficoltà non si risolve biologicamente ma può essere superata con dei metodi e strumenti compensativi adeguati, con interventi mirati perché ogni caso è un caso a parte e va valutato nel giusto modo.

Io l’ho capito in tarda età, da matura, quando l’argomento mi è venuto sotto mano quasi casualmente e ne ho fatto un approfondimento ed uno studio.

É stato un sollievo apprendere che non ero “tarda in certe cose” ma semplicemente dislessica.

Ora sorrido quando ho qualche difficoltà, quando non riesco a leggere una parola, magari a caratteri cubitali, e la gente mi guarda stranita perché mi ostino a ripetere nella maniera sbagliata una cosa che vedo benissimo.

Rido dei miei tanti errori nonostante rilegga.

Prima era un disagio, era imbarazzante non essere in grado di leggere un testo ad alta voce.

Perché la compromissione del linguaggio avviene proprio quando devi leggere a voce alta davanti agli altri per farti sentire.

Ed il pensiero che devi arrivare fino in fondo a quelle righe o alla pagina rende l’azione ancora più complicata, quasi l’esaspera.

Per fortuna lo scrivere male aiuta a mascherare degli errori, che guarda caso sono sempre gli stessi.

Si dice che la pessima grafia è tipica “dei dottori” e io lascio credere volutamente e sorrido ironicamente alla sorte.

La dislessia non mi ha fermata nella mia carriera, anzi scommetto che gli altri manco si sono mai accorti di questa mia difficoltà.

Qualche volta, se ho confidenza con l’altro, rispondo: “scusa, sono dislessica..”, ci rido su e vado oltre.

Nella maggior parte dei casi non mi giustifico perché il deficit non è una ragione di cui mi debba giustificare.

Esiste, punto, e io sono oltre.

La dislessia non deve fermare progetti e sogni.

La dislessia non deve frenare le passioni.

E io le mie passioni le sto coltivando nonostante tutto.

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