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Il Disturbo Antisociale della Personalità – DAP
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Nel mio articolo sul Disturbo della Condotta ho descritto fattori predisponenti, i segnali indicatori del disturbo e le caratteristiche con cui si esprime e con quali sentimenti viene percepito dal soggetto interessato.

Ora prendiamo in considerazione come trattare tale disturbo.

La terapia cognitivo comportamentale è la più indicata per tale disturbo in quanto è diretta a rimodulare il comportamento come risposta sbagliata a determinati input esterni per impostare un controllo sul comportamento e sulla rabbia ripristinando gli atteggiamenti corretti e rispettosi.

Quando il bambino incontra uno stimolo potenzialmente attivante la rabbia, una frustrazione o un rifiuto o semplicemente una situazione nuova che non sa come gestire, sono soprattutto i processi di percezione e di valutazione, sbagliati, che questi compie ad influenzare le sue reazioni emozionali e fisiologiche, piuttosto che l’evento in quanto tale.

Infatti possono anche non esservi causa giustificanti tali brutte reazioni ma nella mente il ragazzo le interpreta secondo una sua prospettiva errata che innesca immediatamente la reazione difensiva ma allo stesso tempo attaccante di aggressività.

Se il bambino ha interpretato l’evento come minaccioso, provocatorio o frustrante, egli sperimenterà un’attivazione neurovegetativa intensa, di paura, di incapacità, di nervosismo e di tensione la cui unica risposta sarà dar seguito al comportamento scorretto ed inopportuno.

Questi tre insiemi di attività interne:

(1) percezione e valutazione di situazioni, circostanze e persone secondo dei criteri personali,

(2) attivazione neurovegetativa in risposta agli eventi esterni che sarà sempre difensiva,

(3) problem-solving interpersonale che sarà attuato sempre con reazioni di rabbia e di aggressione

contribuiscono alle risposte comportamentali del bambino e alle successive conseguenze che egli rivolge ai coetanei e agli adulti.

Le reazioni da parte delle altre persone possono poi diventare degli eventi stimolo, che danno vita ad un nuovo ciclo, attraverso circuiti di feedback, diventando ricorrenti unità comportamentali, collegate tra loro.

In pratica si innesca un meccanismo reattivo aggressivo che a sua volta stimola risposte dello stesso tipo senza fine.

Può essere utile per evitare tali meccanismi di auto induzione all’aggressività puntare sulla rimodulazione del comportamento di insegnanti, genitori e degli adulti che hanno a che fare con bambino o ragazzo che patisce il disturbo.

Per esempio, le madri di bambini con problemi comportamentali tendono a credere che la causa, e di conseguenza anche la soluzione, delle difficoltà del figlio riguardi il bambino e non il genitore o l’interazione ed il rapporto tra l’uno e l’altro.

Come conseguenza, in tale ottica, i genitori potrebbero pensare che (a) che i loro bambini siano responsabili dei loro comportamenti; (b) che il bambino intenzionalmente si comporti male manifestando rabbia o ripicche e dispetti nei confronti dei genitori e (c) che i problemi del bambino siano relativamente non modificabili o incontrollabili.

In altre parole, i genitori dei bambini con tali problemi potrebbero non accettare facilmente la premessa che le loro pratiche genitoriali e le modalità del rapporto tra loro abbiano giocato un ruolo importante nello sviluppo dei problemi o che possano essere usate per modificare l’attuale situazione.

Inoltre, alcuni genitori non si sentono competenti o capaci di fronteggiare il comportamento del bambino e sperano che il terapeuta si assuma la piena responsabilità di aiutare il figlio.

In altri casi, alcuni genitori ritengono che i problemi del bambino siano totalmente causati da loro, perché non sono bravi genitori.

Le attribuzioni genitoriali negative e pessimistiche sono da tenere in debito conto, dal momento che, non solo generano stati emotivi negativi nei genitori (per esempio rabbia e frustrazione e senso di incapacità a risolvere il problema), ma li inducono anche ad assumere delle pratiche disciplinari fallimentari o peggiorative.

La terapia cognitivo comportamentale

La terapia cognitivo comportamentale si focalizza sulla percezione e sui pensieri dei bambini con Disturbo della Condotta nell’affrontare le situazioni ritenute provocanti o frustranti.

Essa lavora su una molteplicità di componenti:

  • psico-educazione al problem solving e alle abilità sociali, per incrementare la capacità di trovare soluzioni e migliorare le relazioni;
  • sviluppo e incentivazione delle abilità di coping (fronteggiamento delle circostanze), per avere più strumenti per affrontare le situazioni;
  • utilizzo di giochi di ruolo, per esperire e prendere coscienza, attraverso la drammatizzazione, delle dinamiche relazionali agite e per verificare le strategie apprese;
  • lavoro esperenziale e compiti in vivo, per acquisire maggiore controllo sulle situazioni e sulle proprie reazioni;
  • educazione all’affettività, per riconoscere e prendere consapevolezza dei propri stati emotivi;
  • home-work, per allenarsi a casa a cambiare il proprio modo di agire;
  • costo della risposta, tecnica comportamentale per diminuire la probabilità che una risposta inadeguata venga emessa.

Gli approcci col terapeuta saranno impostati nelle seguenti fasi:

  • nella prima fase si aiuta il bambino ad identificare le situazioni scatenanti la rabbia (eventi attivanti sia interni che esterni) e il legame esistente tra emozioni, cognizione  e comportamento;
  • in una seconda fase, attraverso tecniche di auto-osservazione e auto monitoraggio dei processi cognitivi automatici e fisiologici (auto-dialogo, tecniche di rilassamento, training per l’assertività, ecc.) al bambino vengono fornite specifiche strategie, sia cognitive che comportamentali da usare durante il processo di fronteggiamento delle situazioni che gli provocano rabbia;
  • in una terza fase vengono insegnate al bambino strategie di controllo dell’aggressività per abbassare il livello di arousal fisiologico, abilità di problem solving e comportamenti interpersonali più efficaci (tecniche di comunicazione  efficace, role-play, dialogo interno, e negoziazione del conflitto, ecc.);
  • nella quarta fase, quando il giovane è diventato abbastanza  abile nell’uso in terapia delle abilità apprese nel gestire la rabbia, viene esposto in modo progressivo e sistematico a situazioni problematiche dove  si è sicuri che il bambino potrà sperimentare gradualmente un senso di efficacia  personale.

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