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C’è una bellissima storia d’amore che è sopravvissuta nei secoli addirittura come mito, leggenda e fiaba, perché l’idea che l’amore vince su tutto è un sogno in cui tutti gli uomini e donne, seppur moderni, vogliono ancora credere.

La storia che vi sto per raccontare sopravvive ai nostri giorni con il nome de: “La Bella e la Bestia” una fiaba vista nei film, nei telefilm, opere teatrali, nei cartoons, nei libri per ragazzi, una favola eterna come eterno è il messaggio che trasmette e che appassionerà sempre le persone di ogni epoca, ceto e società.

La storia vera di Pedro Gonzales chiamato la “Bestia”

 

 

Colui che oggi in forma romanzata conosciamo come la Bestia è stato, in realtà, un certo Pedro Gonzales, il cui nome latinizzato e più conosciuto è quello di Petrus Gonsalvus, nobile spagnolo vissuto nel 1500.

Nato a Tenerife, l’uomo era affetto da ipertricosi congenita generalizzata, volgarmente nota come sindrome del lupo mannaro: in pratica si tratta di un eccesso di crescita di peli folti lungo l’intero corpo, viso incluso, da qui il nome della sindrome.

Nel Cinquecento una persona con questa malattia era in realtà considerata un selvaggio, la pelosità infatti era il tratto distintivo dei selvaggi di cui aveva favoleggiato l’Ariosto nell’Orlando Furioso, molto letto nelle corti d’Europa e diffuso in forma orale anche presso le classi contadine.

Inoltre Pedro aveva anche altre “carte in regola” per poter essere definito in quel tempo un selvaggio.

Fece la sua comparsa in Europa all’interno di una gabbia, portato in dono al matrimonio del re di Francia Enrico II con Caterina dei Medici, dopo essere stato catturato a Tenerife e faceva parte dell’etnia dei Guanci, l’ultima a piegarsi alla colonizzazione spagnola delle Canarie.

L’arrivo del selvaggio alla corte di Francia fece rapidamente il giro del continente, il re decise di educare questo “singolare” essere umano come un cortigiano, così in poco tempo Pedro divenne colto, educato e sensibile.

A questo punto entra in scena Caterina de’ Medici, che si mette in testa di trovare una moglie al selvaggio, con l’obiettivo di generare una dinastia di selvaggi al servizio del re di Francia.

Caterina scelse di persona la sposa: bella e robusta, così gli diede in sposa Catherine Raffelin, sua damigella d’onore: quest’ultima non appena vide il suo futuro sposo svenne immediatamente, ma poco alla volta l’unione tra i due, all’inizio destinata a essere infelice, si rivelò invece fruttuosa.

La donna imparò ad apprezzare la personalità dell’uomo e venne conquistata dalla sua dolcezza e cultura, e dal loro matrimonio nacquero sei figli, quattro dei quali sofferenti della stessa sindrome dalla quale era affetto il padre.

All’epoca le corti si divertivano a competere tra loro anche nella collezione di animali esotici, avere alla corte addirittura dei selvaggi rappresentava elemento di vanto e prestigio.

Iniziarono a circolare per l’Europa diversi quadri con raffigurato Pedro e i suoi figli pelosi, l’attrazione del periodo per gi annoiati e poco sensibili nobili.

Da questa storia avrebbe tratto origine la favola de La Bella e la bestia, che inizia a circolare in Europa proprio nella seconda metà del ‘500.

La famiglia di Pedro arriva sulle sponde del lago di Bolsena  dopo la rovina della dinastia Valois, venne ceduto dalla corona francese ai principi di Parma.

Ranuccio Farnese riconobbe a Pedro dignità e rango di gentiluomo, chiedendo in cambio qualche esibizione pubblica, la famiglia “di mostri” finì quindi sulle sponde del lago di Bolsena, nella Capodimonte che all’epoca era sotto il dominio dei principi di Parma (i Farnese).

 

Gli studi sulla famiglia Gonsalvus

 

Tutta la famiglia Gonsalvus venne fatta oggetto di studi, ritratta in codici medici e volumetti di compendi “mostruosi” (termine medio che significava al tempo qualcosa da ammirare).

Verso la fine del 1500 i Valois subirono un rovescio improvviso e perciò i Gonsalvus vennero spediti a Parma dai Farnese, per poi spostarsi definitivamente a Capodimonte, vicino il lago di Bolsena: qui il nostro protagonista morì a 81 anni, felice nonostante il suo aspetto fuori dal comune.

Di sicuro si tratta di una storia edificante, soprattutto perché rispetto alla fiaba Disney in questo caso non c’è alcuna trasformazione, ma solo la capacità di accettare la diversità e il desiderio di andare oltre le apparenze.

La corte francese di quell’epoca era dominata dalla storica “Caterina de’Medici”, moglie del re e donna di forte e complessa personalità, a tratti crudele e amante di tutto ciò che era esotico che rimase subito colpita dal singolare e “selvaggio” ragazzo e fu estremamente orgogliosa di ospitare tra i cortigiani una testimonianza vivente di un caso così unico nel suo genere.

Fu così che Petrus ricevette la più alta formazione culturale del tempo con lo studio della lingua latina e delle discipline umanistiche, crebbe come un vero gentiluomo e rimase a Corte per ben 44 anni con l’appellativo onorifico di “Don”, grazie alle sue origini reali.

Petrus era dotato di una corporatura imponente, caratteristica dei guanchi di Tenerife, i quali avrebbero avuto, alle origini, infiltrazioni di popoli nordeuropei, di carnagione chiara e capelli biondi. Da qui è ragionevole desumere la peluria rossiccia di Petrus.

Qualunque donna al mondo sarebbe rimasta intimorita da tutta quella peluria che ricopriva il suo volto e, all’inizio del matrimonio forzato, la bellissima Catherine pensò, quasi sicuramente, che la loro sarebbe stata un’unione infelice, ma col tempo la personalità, la sensibilità, la dolcezza e la cultura di Petrus Gonsalvus finirono per conquistare veramente il suo cuore e i due si innamorarono.

I membri della famiglia Gonsalvus vennero studiati dall’italiano Ulisse Aldrovandi, un appassionato naturalista dell’epoca, che pubblicò le loro immagini su uno dei suoi volumetti dal titolo “De Monstris”, dove il termine “monstrum” aveva una connotazione positiva rispetto a oggi, perché veniva usato per intendere semplicemente qualcosa fuori dall’ordinario e di eccezionale, portentoso.

Iniziarono a circolare per l’Europa diversi quadri con raffigurato Pedro e i suoi figli pelosi, verso la fine del 1500 Gonsalvus, con la rovina della dinastia Valois, venne ceduto dalla corona francese ai principi di Parma.

Nel 1618 Gonsalvus morì all’età di 81 anni lontano dai clamori delle Corti reali e lasciando vedova la sua Catherine dopo oltre 40 anni di vita insieme, felice nonostante il suo aspetto fuori dal normale, particolari della sua vita si trovano tra l’altro nell’Archivio Vaticano e in archivi di Roma e Napoli.

Don Petrus Gonsalvus fu una vera star nell’ambiente aristocratico europeo del XVI secolo, grazie anche alle sue spiccate doti intellettuali e si ritiene che Petrus e la sua famiglia siano i più antichi casi di ipertricosi, descritti in Europa.

 

L’aspetto psicologico della fiaba

 

Le fiabe rivestono un’importanza particolare in Psicologia, in esse emergono i “desideri più profondi che vengono realizzati e le ansie più segrete, che vengono superate…” (Galimberti, 2006).

 Nell’ambito della Psicologia analitica le fiabe sono considerate come “…l’espressione più pura e semplice dei processi psichici dell’inconscio collettivo. Per l’indagine scientifica dell’inconscio esse valgono perciò più di ogni altro materiale. Le fiabe rappresentano gli archetipi nella forma più semplice, più genuina e concisa…” (Von Franz M.L., 1969).

In questa ottica mi sembra che la fiaba della Bella e la Bestia offra degli spunti di riflessione significativi sul senso di sé nella propria storia e sul significato della relazione.

La Bestia, dopo la trasformazione, acquisisce delle caratteristiche che, alla fine dell’incantesimo, lo renderanno un principe diverso da quello che era prima di quell’avventura (ricordo che l’incantesimo è fatto da una fata che si era travestita da vecchia mendicante che il Principe aveva scacciato.

E l’incantesimo avrà fine se la Bestia inizierà ad amare e sarà riamato; significativa la fine dell’incantesimo solo se ci sarà reciprocità); caratteristiche quali la sensibilità, la bontà, l’umiltà, la delicatezza, la tenerezza, la capacità di amare che manifesta in modo splendido quando libera la ragazza per permetterle di raggiungere il padre malato.

Ma cosa consente alla Bestia di sviluppare questi aspetti?

Nella fiaba è l’amore della ragazza, sua prigioniera, a restituire al re la sua vera natura. Ella, benché prigioniera, non si lascia fermare dall’aspetto fisico e dalle parole e, benché impaurita, si avvicina alla Bestia, l’accoglie, le parla, coglie la sua interiorità e si pone in modo tale da fargliela esprimere.

Ciascun individuo può trovarsi nei panni della Bella e la Bestia, la Bestia è nato “principe”, come nasce ogni uomo, cioè con la possibilità di esprimere pienamente il suo potenziale, la sua unicità.

Un incantesimo lo trasforma in Bestia: nell’interazione con il proprio ambiente ogni uomo può assumere convinzioni rigide su di sé confermandosi in un identità negativa che, inconsciamente, cercherà di confermarsi.

Una identità rigida che può ostacolare lo sviluppo delle sue potenzialità.

E ogni individuo può trovare una “Bella” nel suo cammino: cioè un altro che sappia guardarlo in profondità, andando al di là delle apparenze; che sappia accoglierlo, che sia pronto a “esistere per lui e al suo esistere per sé” (Berne, 1972)

E allora cosa accade?

Che non si è più quelli di prima: un rapporto vero, autentico trasforma; è come la luce che illumina e dà senso al mistero insito in ogni uomo.

Cioè, in ogni rapporto così, ognuno permette all’altro di esprimere parti di sé sconosciute; si sperimenta la possibilità e la libertà di rivelarsi all’altro e svelarsi a se stessi, emerge la ricchezza e la bellezza di ognuno.

Ecco allora l’importanza del rapporto: l’altro ci rivela, ci fa da specchio, ci salva o ci condanna, ci fa perdere o ci redime.

E’ il rapporto, allora, che svela pienamente ciò che è scritto nei “nostri geni e nei nostri cieli”, che risulta la chiave rivelatrice del nostro essere, non le nostre doti personali.

E’ nel rapporto che l’autonomia dell’individuo prende progressivamente forma.

E, ciò che accade in ogni rapporto d’amore; è ciò che accade nella relazione terapeutica, un percorso verso l’autonomia.

In essa il paziente, potrà riscoprire e rinarrarsi la sua storia e questa narrazione lo condurrà a una nuova scoperta del suo sé, un sé innestato in una storia unica e irripetibile. Una unicità che egli avrà la possibilità , libero da condizionamenti interni ed esterni, di donare, come arricchimento alla razza umana (Berne, 1962).

Questa libertà ha insito in sé anche la responsabilità: la responsabilità solo di “realizzare” se stesso? Non solo!

Infatti, come confermato da recenti studi nell’ambito della Psicologia Sociale, tale autonomia, tale crescita e tale unicità trascende dalla soggettività e dalla individualità; diventa quel plusvalore, quella ricchezza del sé che si riverserà nella dimensione relazionale, sociale e culturale della razza umana.

Ecco allora che il senso di sé s’intreccia con il senso più profondo della relazione.

L’apice di ogni incontro autentico sarà l’espressione piena della propria individualità che non si ferma all’affermazione di sé, del proprio valore ma si estrinseca pienamente nella capacità di accogliere, di donarsi, di amare.

E’ significativo che la Bella, quando la Bestia si trasforma nuovamente in Principe, così come raccontato nella fiaba classica moderna, gli chiede: “Sei tu?” accarezzandogli i capelli, l’unico attributo che conserva esteriormente della Bestia.

Ciò che conta, ormai, è l’anima, è l’interiorità; è in questa dimensione che si sono incontrati, è in questa dimensione che ha senso ogni incontro, ogni storia.

La predisposizione al trascendente comprende questo gioco dell’altro.

Significative le parole del filosofo esistenzialista Lavelle le quali, mi sembra, esprimano splendidamente il senso più profondo dell’incontro con l’altro e del senso di sé: “Il bene più grande che posso fare all’altro non è tanto dargli la mia ricchezza, quanto rivelargli la sua”.

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