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Il mestiere dell’insegnante diventa sempre più difficile: classi sempre più numerose e bambini sempre più problematici, anche se non soffrono di nessuna patologia clinica in particolare.

Poi c’è sempre l’aspetto dell’educazione che manca nella famiglia ed i genitori si aspettano che siano gli insegnanti a sistemare le cose e mettere in riga il figlio, ma se lo fanno guai a loro scattano le denunce e le varie segnalazioni.

Oltre a questi casi estremi è veramente difficile mantenere l’attenzione di un bambino o di un adolescente per parecchie ore di seguito e qualche intervallo non basta certo a smaltire lo stress e a liberare la mente per poter essere pronta per una nuova materia.

Dunque all’insegnante di turno l’arduo lavoro di cercare di catturare l’attenzione di tutti gli scolari, mantenerli il più possibile ai loro posti ed attenti alla lezione, sperando che poi rimanga loro impressa ed acquisita.

Per creare un’esperienza di apprendimento efficace in qualunque classe, indipendentemente dalla scuola, l’insegnante deve essere capace di creare un’atmosfera cordiale e rispettosa, ma motivata e favorevole.

 

Alunni motivati

 

Questo è certamente facile quando gli alunni hanno un forte grado di motivazione intrinseca, perché amano la materia o si trovano in particolare sintonia con l’insegnante, così quando viene chiesto loro di ascoltare o di rispondere, fra di loro o all’insegnante, lo fanno con volontà ed entusiasmo.

Sono preparati a cooperare con le dinamiche ideate dall’insegnante. Si adattano senza difficoltà alle routine stabilite di non urlare e di non interrompere le risposte dell’insegnante o dei compagni. Stanno seduti al loro posto, non arrivano in ritardo, sanno lavorare in gruppo, ecc

Ma la maggioranza solitamente non è così ben disposta.

L’input della buona motivazione e disponibilità all’ascolto deve crearlo l’insegnante, in modo da coinvolgere gli alunni, non farli annoiare e mantenere la loro attenzione il più a lungo possibile.

Ovviamente l’attenzione è tale solo per pochi minuti per volta, per questo motivo è buona cosa intervallare spesso i concetti con qualcosa di divertente e che distrae, in modo da poter riprendere con serenità e non con la pesantezza mentale di chi è già stremato anche a partire dalla prima ora.

 

Una classe difficile

 

Se la classe presenta soltanto un elemento disturbatore è più facile gestirlo e tenerlo sotto controllo, magari cercando di conquistarlo senza perdere autorevolezza.

Ma spesso il disturbatore si accompagna ad un gruppo che può diventare anche numeroso col tempo, non dimentichiamoci che se un ragazzo vede un esempio negativo non punito né represso è più portato ad esprimere anch’esso la sua negatività, quindi la classe diventerebbe nel giro di poco tempo una classe veramente ingestibile.

In tale caso l’unica modalità di risoluzione, con il consenso dei genitori, è quella di separare i disturbatori ed inserirli in altre  classi più tranquille, dove non avranno più l’apporto ed il sostegno dei loro compagni e saranno gestibili più facilmente in quanto isolati dai contesti che favoriscono il loro comportamento inadeguato o disturbante.

Per ogni situazione valgono le seguenti regole.

La lezione deve essere programmata con estrema accuratezza, e il comportamento degli alunni deve essere gestito in modo efficace, prima che si possa mettere a frutto una qualunque risposta utile da parte della classe e che si possa avere un riscontro positivo nella lezione.

Contrariamente a quanto si pensi, i comportamenti problematici non sono semplicemente un sottoprodotto di un «cattivo» insegnamento.

I comportamenti problematici sono spesso inestricabilmente interconnessi alla scarsa motivazione degli alunni rispetto ai processi di apprendimento scolastico. Persino le migliori strategie e le lezioni più accuratamente programmate possono essere sopraffatte da un gruppo di alunni scarsamente motivati

La cosa più difficile da fare è pensare in termini positivi quando tutto quel che ci circonda appare così negativo e frustrante. Quel che l’insegnante vede è una classe piena di alunni che parlano fra loro e si urlano insulti, che spesso abbandonano il banco per infastidire qualcuno.

 

Come intervenire in tali casi-limite?

 

Della separazione e suddivisione in classi più tranquille si è già parlato.

Il singolo soggetto, se non soffre di particolari patologie come il deficit dell’attenzione (ADHD) deve essere soltanto stimolato nell’interesse, e tale modalità di stimolo va ricercata ed adattata in base alla personalità dell’alunno, il suo carattere, il suo modo di reagire, la sua sopportazione delle frustrazioni, critiche ed osservazioni.

Quindi il lavoro dell’insegnante diventa quello di uno stratega che mette in atto il metodo migliore in base al soggetto che si trova davanti, che va dunque studiato, analizzato e motivato con metodi adattati alle sue predisposizioni.

In tali casi potrebbe essere utile un counselor esperto comportamentale che sappia capire come conquistare l’attenzione e trattenerla il più possibile.

Non  dobbiamo dimenticare che più la situazione è «negativa» e frustrante e con maggior necessità occorre ripristinare le condizioni che favoriscano l’attenzione.

Occorre cioè gratificare positivamente quelli che fanno ciò che va nella direzione del comportamento atteso e desiderato, non colpevolizzando gli altri ma facendo capire loro che potrebbero ottenere facilmente le stesse gratificazioni con un po’ più di impegno.

Più attentamente la classe verrà «osservata» alla ricerca di segnali positivi dagli studenti, più ci si renderà conto che quel che non va è rappresentato persistentemente da una minoranza.

È quindi fondamentale gratificare i comportamenti positivi all’inizio di una lezione che si prospetta difficile. Più la lezione impiega a mettersi in moto, più diventa difficile ripristinare l’equilibrio.

E’ essenziale creare una spirale ascendente in cui la maggior parte della classe senta di fare progressi e di lavorare a qualcosa di costruttivo

Non c’è un solo modo per essere insegnanti convincenti ed efficaci. Si può essere più aperti o riservati, ma l’importante è risultare, ed essere, coerenti.

C’è tuttavia un ulteriore fattore di coerenza che è importante evidenziare. Si tratta della congruenza fra ciò che si fa e quello che si dovrebbe fare, ossia fra ciò che produce un facile e immediato consenso e ciò che il ruolo di educatore richiede.

Ci sono situazioni e soggetti con cui potrebbe funzionare il metodo del simpaticone ed altri inceve che hanno bisogno di seguire una persona che sia più autoritaria.

Le due figure non possono convive rema si può trovare un giusto compromesso in base alle risposte ed al comportamento del bambino o ragazzo, che se è buono andrà approvato se invece è negativo va punito.

L’autorevolezza si paga anche con una certa distanza: dare molta confidenza illude in un primo tempo di avere successo nella relazione, ma poi ritorna addosso come un boomerang, quando ci si accorge di non avere più l’autorità per fare richieste necessarie ma sgradevoli.

Ci sono tanti modi di essere autorevoli, così come ci sono tante personalità.

In parte l’autorevolezza deriva dalla sicurezza, dall’autostima e dal senso di efficacia che un insegnante riesce a conquistare, ma in buona misura deriva anche dalla coerenza tra comportamenti manifesti e convinzioni profonde. Coerenza che si traduce poi in correttezza, anche professionale, nelle relazioni.

Quindi ci sono diversi fattori dinamici, in interazione reciproca, che convergono nel determinare l’immagine dell’insegnante che gli studenti interiorizzano e il relativo tasso di autorevolezza. Questo dinamismo fa sì che, alterando anche di poco un fattore, cambi l’insieme.

 

L’insegnante esperto

 

L’insegnante esperto è colui che agisce d’intuito, non ha bisogno, né tempo, di progettare il modo di reagire in una certa situazione. Fa così e funziona, quindi viene rinforzato e continua a farlo.

E un ottimo osservatore e valutatore e trova facilmente il metodo adatto ad ogni soggetto.

Ciò sembrerebbe contraddire l’esigenza di individualizzazione dell’insegnamento, che è uno dei capisaldi degli orientamenti formativi in vigore.

Questa indicazione risponde all’esigenza di prestare attenzione a tutti i segnali (feedback) che consentono al docente di mantenere o adattare la guida della classe schivando i pericoli.

È assolutamente necessario cogliere e fronteggiare i problemi del singolo, senza però mai perdere il controllo del gruppo.

Indugiare troppo a lungo col singolo alunno può comportare dei rischi che non devono essere sottovalutati, cioè creare delle forme di gelosie che poi si fatica a dissipare.

Naturalmente ci sono situazioni di conduzione molto diverse, le cui opportunità o necessità devono essere valutate di volta in volta.

E comprensibile e anche apprezzabile che un insegnante non voglia perdere tempo e che voglia dare un’impressione di efficienza e senso del dovere.

Però, come si diceva, la gestione della classe è un problema molto complesso, che richiede la piena consapevolezza dei vincoli e l’utilizzo delle risorse disponibili.

 

Il momento migliore per insegnare

 

Ci sono delle fasi critiche, dei momenti cruciali che devono essere utilizzati al meglio. Uno di questi, anzi, il momento generalmente più importante, è proprio l’inizio della lezione.

Occorre non avere fretta, gestirlo con calma, perché è in questa fase che si dà il ritmo a tutta le lezione. Se l’insegnante dà l’impressione di essere inseguito, di non avere tempo, predispone la classe a un andamento nevrotico che provocherà reazioni di rifiuto.

Ciò è tanto più vero quanto più la classe è stanca e nervosa. Questo momento decisivo deve essere giocato senza errori comunicativi e l’obiettivo deve essere chiaro: l’inizio dell’ora deve partire con il silenzio.

Poi si possono negoziare le attività, gli obiettivi, il livello di sforzo e così via, in base alla situazione.

Ma la lezione deve partire col ritmo giusto e con la chiara indicazione che è l’insegnante a dare le carte. Naturalmente i comportamenti dovranno essere modulati sulla base degli interlocutori che si hanno davanti.

Un conto è avere dei bambini turbolenti, altro conto è avere dei diciottenni quasi del tutto autonomi. Tempi, ritmi, richieste, esercizio del potere, ecc. possono cambiare moltissimo da situazione a situazione.

 

Alcuni consigli pratici

 

Alcuni punti chiave nella gestione della classe:

  • La relazione educativa è mediata dalla rappresentazione che gli alunni si fanno dell’insegnante. Tale rappresentazione si forma in tempi brevi e quindi sono cruciali le fasi iniziali del rapporto.
  • L’immagine può essere in una certa misura controllata e gestita, decidendo che cosa lasciare filtrare del proprio Io privato.
  • Non ci sono immagini vincenti, ma solo convincenti, quando c’è coerenza tra quel che si fa e come si è. La demagogia ha il fiato corto: nei tempi lunghi non regge.
  • Non c’è un solo modo di essere autorevoli. L’autorevolezza nasce da una miscela variabile che si compone di molti fattori: temperamento, autostima, fattori di contesto (fama), coerenza.
  • A questi fattori di base si devono aggiungere: un’esperienza filtrata dalla consapevolezza e dalla disponibilità a cambiare se necessario, una gestione accorta della lezione, la conquista di uno stile comunicativo favorevole.
  • Un’auto-osservazione attenta, oppure un’osservazione condotta da un collega di cui ci si fida, consente col tempo di mettere a fuoco e rimuovere degli errori comunicativi che possono ostacolare la relazione educativa.
  • L’ascolto, sia attivo sia passivo, è determinante non solo per mettere a fuoco e risolvere problemi di comunicazione con singoli alunni o con la classe, ma anche per fornire un modello nell’affrontare i problemi di relazione.
  • È necessario capire come gli studenti ci vedono.

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