L’esperimento carcerario di Stanford

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Nel 1971 lo psicologo Philip Zimbardo decise di fare un esperimento che fece la storia della psicologia in quanto voleva dimostrare come il rivestire un determinato ruolo e l’appartenere ad un certo gruppo riuscisse anche a trasformare le persone facendole diventare un tutt’uno col sistema d’appartenenza e con ruolo che essi ricoprivano, tanto da modificare il loro comportamento ed indurlo a fare cose che nella loro vita non avevano mai fatto.

 

 

 

 

Ma nel dimostrare quanto fosse forte tale influenzasi ebbero durante l’esperimento delle conseguenze drammatiche al punto tale che la rappresentazione fu interrotta prematuramente soltanto pochi giorni dopo l’inizio per le troppe atrocità commesse dagli attori cooperanti, che ribadiamo erano perfettamente consapevoli del fatto di dover semplicemente rappresentare un ruolo immedesimandosi in esso, invece in quel ruolo essi si trasformarono completamente, sia caratterialmente che col comportamento messo in atto coscientemente.

L’esperimento carcerario promosso da Zimbardo e sposato da alcuni colleghi si svolse nell’università di Standford, nel periodo di interruzione delle lezioni e aveva come obiettivo quello di indagare il comportamento delle persone in base al proprio gruppo di appartenenza.

L’esperimento ha persino ispirato anche diversi film, tra cui quello più rappresentativo è The Experiment di Scheuring del 2010.

 

 

La finta prigione

 

 

I ricercatori hanno creato una prigione finta nel seminterrato dell’edificio della reparto di psicologia della Standford University e hanno selezionato 24 studenti universitari per svolgere i ruoli di detenuti e guardie.

Di seguito due scene tratte dal film Experiment di Scheuring che ha rappresentato l’esperimento in modo molto conforme alla verità.

Come si vede i partecipanti, soggetti presi a campione e perfettamente consapevoli del ruolo che andavano ad interpretare, dovevano assumere la funzione di detenuti e carcerieri, mentre il professor Zimbardo faceva le veci del direttore.

 

 

 

 

Tutti i partecipanti sono stati selezionati da un gruppo più ampio di 70 volontari dopo interviste e test di personalità con lo scopo di eliminare quelli con problemi psicologici, malattie o precedenti criminali,  abuso di droghe o atteggiamenti o comportamenti inadeguati e quindi facilmente sensibili alle frustrazioni o alla violenza.

Per prendere parte all’esperimento i volontari hanno deciso di partecipare per un periodo da uno a due settimane in cambio di 15 dollari al giorno.

Ogni cella ospitava tre prigionieri e comprendeva tre lettini. Altre camere sono state utilizzate per le guardie carcerarie. In più c’era il buco, ovvero la camera di isolamento e un’altra stanza adibita a cortile della prigione.

Proprio perché non c’era nessuna differenza tra loro, i 24 volontari furono divisi in maniera arbitraria con il lancio di una moneta in due gruppi: metà guardie e metà prigionieri, in modo che la loro scelta nei ruoli fosse perfettamente casuale.

I prigionieri dovevano rimanere 24 ore al giorno in carcere fino alla fine dell’esperimento, mentre le guardie avevano turni di 8 ore e lavoravano a gruppi di tre uomini.

Dopo ogni turno, le guardie erano autorizzate a tornare alle loro case fino al loro prossimo turno.

I ricercatori monitoravano costantemente tutti, sia guardie che carcerieri per mezzo di telecamere e microfoni nascosti, ma i partecipanti erano perfettamente consapevoli che sarebbero stai osservati in ogni loro momento.

L’esperimento di Standford in principio doveva durare 14 giorni, ma fu interrotto dopo appena sei perché iniziarono degli episodi di violenza di particolare gravità da parte di soggetti che avevano sempre dimostrato una particolare tranquillità e pacatezza.

Nel giro di pochi giorni si verificarono degli episodi inaspettati e certamente fuori da ogni previsione.

Dopo appena due giorni i detenuti iniziarono a protestare per la loro condizione, si strapparono le magliette e si rinchiusero nelle celle.

Le guardie iniziarono a praticare nei loro confronti forme sempre più violente a livello fisico e psicologico.

I carcerati furono costretti a cantare canzoncine, a defecare in secchi che non potevano vuotare, a pulire a mani nude le latrine.

Zimbardo, dopo un tentativo di evasione da parte dei detenuti represso con durezza, fu costretto a mettere fine al suo esperimento poiché i partecipanti cominciavano a mostrare seri segni di dissociazione dalla realtà, disturbi psicologici, fragilità e sadismo a seconda dei casi.

I prigionieri reagirono in vari modi al loro senso di frustrazione e impotenza.

All’inizio, alcuni si ribellarono lottando contro le guardie. Quattro prigionieri ebbero delle crisi emotive come modalità di fuga dalla situazione.

 Un altro sviluppò in tutto il corpo un’ eruzione cutanea di origine psicosomatica quando seppe che la sua richiesta di rilascio era stata bocciata.

Altri ancora provarono a fronteggiare il tutto comportandosi da prigionieri modello, obbedendo sempre alle richieste delle guardie.

Uno di loro venne addirittura soprannominato ‘Sarge’ per la sua maniera militare di eseguire gli ordini.

 

 

L’effetto Lucifero

 

 

Dopo l’esperimento Zimbardo definì questo mutamento del comportamento come l’effetto Lucifero: ambiente, ruoli, comportamenti già attuati da altri ed istituzioni influenzano in maniera determinante il comportamento di ogni singolo individuo.

L’esperimento, secondo lo psicologo, dimostrò che l’assunzione di un ruolo istituzionale porta l’individuo a comportarsi senza paura, vergogna, pietà che in condizioni normali ne regolano le azioni, mentre l’osservanza delle regole conduce un soggetto a non avere più alcuna autonomia comportamentale, ma ad uniformarsi al volere collettivo del gruppo.

Lo stesso studioso Philip Zimbardo, caporicercatore, ammise di essersi immerso nel ruolo di “direttore della prigione” in un modo che egli stesso non si sarebbe aspettato, soprattutto conoscendo i risvolti che la sua ricerca avrebbe preso, ma che in realtà andarono oltre le sue aspettative.

Zimbardo in seguito, affermò che uno dei risultati più importanti del suo esperimento fu proprio la sua personale trasformazione in una figura istituzionale rigida; una figura più interessata alla sicurezza della sua prigione piuttosto che al benessere dei suoi partecipanti.

Egli stesso trasformò il suo comportamento adattandosi al suo ruolo, l’effetto lucifero aveva coinvolto anche colui che tesseva le trame della vicenda e ne conosceva i preventivabili sviluppi psicologici.

Lo stesso accadde anche agli altri sperimentatori, senza esclusione da parte di nessuno.

Ad esempio Craig Haney, collega di Zimbardo, spiegò che si fece completamente impegnare nelle crisi giornaliere da affrontare e nella gestione della “prigione”, tanto da dimenticare l’obiettivo del loro esperimento.

 

 

La fine prematura dell’esperimento

 

 

A un certo punto uno dei colleghi di Zimbardo, prese in mano la situazione e con molta lucidità bloccò l’esperimento soltanto dopo 6 giorni in quanto stava prendendo piede una situazione inaspettata ed imprevista: gli episodi di violenza erano sempre più numerosi e cruenti sino a superare il minimo rispetto della persona umana.

I giovani che precedentemente all’esperimento si erano dichiarati pacifisti, ed erano veraemente persone tranquille, perfettamente inserite nel contesto sociale e mai mancanti nel rispetto delle regole sia dell’ambiente famigliare, sociale che scolastico, quindi soggetti ottimali e senza alcuna predisposizione alla rabbia ed alla violenza fisica, tantomeno propensi nel sviluppare l’odio verso un loro simile.

Chi ricopriva il ruolo di guardie furono capaci di umiliare, aggredire fisicamente e verbalmente i “prigionieri”, alcuni addirittura segnalarono di provare un grande piacere nel farlo.

I “prigionieri”, da parte loro, cominciarono rapidamente a mostrare i segni classici del crollo emotivo, pur sapendo che la situazione sarebbe durata soltanto pochi giorni. Cinque di loro dovettero lasciare la “prigione” prima ancora che l’esperimento fosse interrotto prematuramente.

 

 

Le critiche all’esperimento

 

 

Quello di Stanford è uno degli esperimenti più conosciuto nell’ambito della psicologia sociale, e in sintesi si proponeva di indagare il comportamento delle persone sulla base del proprio gruppo di appartenenza. I risultati dell’esperimento furono drammatici.

Le guardie non ricevettero alcuno specifico addestramento e furono istruite a fare tutto ciò che ritenevano fosse utile a far osservare le regole, mentre i detenuti furono informati delle condizioni che li aspettavano in termini di umiliazione e violazione della privacy.

Tutti erano consapevoli che si trattava di un esperimento che sarebbe durato soltanto pochi giorni.

I risultati dell’esperimento furono tragici e nonostante la durata prevista fosse di due settimane, portarono all’interruzione prematura dopo soli 6 giorni a causa del forte impatto psicologico che la situazione ebbe sugli studenti: in pochissimi giorni le guardie divennero maltrattanti, violente, sadiche, crudeli, cattive, con un  disprezzo particolare della vita umana e della sua dignità, e i prigionieri mostrarono evidenti segnali di stress e depressione sin dai primi giorni.

Se nell’immediato questi esiti furono interpretati come una riprova del forte impatto della categoria di appartenenza sulla condotta dei singoli, recentemente sono state sollevate diverse critiche alle procedure seguite e alla pertinenza delle inferenze proposte.

In particolare, nonostante le conclusioni tratte riguardino quello che succede quando le persone si identificano in una categoria di appartenenza nella vita di tutti i giorni, il contesto dell’esperimento non era rappresentativo della quotidianità, ma era altamente influenzato dall’elevato livello di brutalità e depersonalizzazione indotta.

A questa critica mi riservo di precisare che in certe carceri l’uso della violenza e dell’umiliazione non è affatto un sistema così assurdo, quindi il contesto ben si allineava con una possibile realtà.

In secondo luogo, le umiliazioni protratte dalle guardie nel periodo di carcere sono state probabilmente legittimate dal modo brutale in cui i carcerati sono stati arrestati.

In questo senso, ci può essere stato un tacito consenso o addirittura un incoraggiamento implicito a utilizzare sui carcerati procedure violente e spietate, che hanno appunto portato alla conclusione anticipata della procedura.

Anche in tal caso mi sento di dissentire, poche sono le situazioni in cui i carcerati solo bonariamente collaborativi e devono quindi essere indotti a comportarsi secondo le regole, anche perché tollerare delle violazioni pregiudicherebbe la convivenza carceraria, inoltre darebbe il via a comportamenti che indurrebbero davvero ad entrare in contrasto col sistema carcerario con metodi anche violenti.

Per comprendere tale situazione basta soltanto seguire i ben noti accadimenti che con estrema regolarità si verificano all’interno delle carceri, spesso con effetti devastanti.

Ancora, i critici delle procedure notano come le guardie non fossero in realtà del tutto autonome nei loro comportamenti e nella loro linea di condotta, dal momento che erano presenti dei supervisori (uno dei quali rappresentato dallo stesso Zimbardo, artefice dell’esperimento): è possibile che anche in questo caso la tacita accettazione dei comportamenti violenti da parte dei supervisori abbia funzionato come approvazione, portando a perpetuare le violenze e le umiliazioni.

Che vi siano supervisori o no è un dato di fatto che se i carcerieri usano la violenza è perché tutti i superiori, direttore compreso tollera tale comportamento, perché altrimenti vi porrebbe rimedio, cosa che in realtà non si verifica mai se non in conseguenza a fatti eclatanti e che fanno molto scalpore sia sui media che sui social.

Quindi se nessuno viene a sapere nulla o nessuno ne parla nulla di quel che succede tende a mutare spontaneamente.

Inoltre, una delle guardie ha dichiarato di aver volontariamente calcato la mano, impersonando un ruolo sadico e violento, come era solito fare nella sua attività di attore di teatro, parlando della capacità di assumere un’altra identità prima di iniziare a recitare, infatti ebbe a dichiarare:  “stavo svolgendo un piccolo esperimento personale all’interno dell’esperimento di Stanford, testando quanto potessi forzare la mano e quanto tempo avrebbero impiegato gli altri prima di dirmi di smettere.”

E ditemi esistono forse carcerieri angelici che non sono mai stati dei violenti e dei sadici, anzi direi che molti di essi scelgono tale lavoro proprio per esprimere tale loro inclinazione.

Ancora, l’arruolamento dei partecipanti è avvenuta attraverso un annuncio che proponeva di partecipare a uno studio psicologico sulla vita carceraria, e questo potrebbe aver selezionato i partecipanti in una determinata direzione.

In uno studio del 2007, Carnahan e McFarland hanno indagato meglio questo aspetto, pubblicando due diversi annunci: mentre uno riportava le esatte parole originali dell’esperimento di Stanford, il secondo ometteva la specifica sulla vita carceraria: gli autori hanno confermato come, una volta sottoposti a test psicometrici, i soggetti che avevano risposto al primo annuncio ottenessero punteggi significativamente più elevati in aggressività, autoritarismo, narcisismo, dominanza sociale e punteggi significativamente inferiori in altruismo e empatia rispetto a quelli che avevano risposto al secondo, confermando l’ipotesi di una particolare selezione di persone anche nell’esperimento di Zimbardo.

L’ovvietà sta nelle indicazioni stesse, se avessero richiesto un campionario di persone per fare un esperimento in mezzo alla natura non pensate che si sarebbero presentati soprattutto naturisti ed animalisti?

Infine, la portata dei comportamenti violenti sembra essere stata sopravvalutata, dando maggiore attenzione a quelle guardie che avevano sviluppato comportamenti sadici e tralasciando che due terzi delle guardie (come traspare da un report scritto al tempo da Zimbardo stesso) non avevano sviluppato comportamenti tirannici.

Ma questo dipende soltanto dal grado di crudeltà a cui una persona può arrivare, in fondo non possiamo essere tutti uguali e reagire nello stesso identico modo.

Ritengo tale critica poco coerente ma soprattutto diretta a sminuire quello che Zimbardo ha messo in evidenza con un esperimento durato soltanto 6 giorni in cui le persona hanno completamente trasformato il loro modo di essere per adeguarsi all’ambiente ed agire di conseguenza.

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