La validità legale in Tribunale del testamento olografo
16/07/2017
Il disegno della figura umana
19/07/2017

Riconoscere la falsità di un testo, cioè la non appartenenza alla persona che viene indicata come scrivente è un lavoro impegnativo, soprattutto quando vi sono delle notevoli similitudini, rintracciare l’originalità e confermare la vera paternità di uno scritto soltanto in riferimento ad una firma rende il lavoro del grafologo ancora più difficile per una serie di motivi.

Innanzitutto il confronto, fatto paragonando la firma in questione con altre sottoscrizioni originali, è arduo per la brevità del nome resa ancora più difficile nelle firme eseguite in velocità, dove il tratto si assottiglia o addirittura si riduce a poco più di una sigla.

Inoltre esiste un latro fattore influente dato dalla variabilità della firma che nel corso del tempo si può addirittura trasformare e ricreare.

Non c’è parte dello scritto che subisce maggior mutamento come la nostra firma.

Ecco perché il confronto andrebbe fatto possibilmente fra firme eseguite nel medesimo lasso temporale in modo da identificare una tipologia di sottoscrizione solitamente utilizzata in un arco temporale il più ristretto possibile.

Oltretutto la nostra firma varia anche in funzione al nostro stato d’animo, in base alle tensioni provate nel momento della firma ma anche dalla stanchezza stessa della mano nell’esecuzione.

Se ci siamo trovati a dover ad esempio compilare infiniti moduli bancari solo per l’apertura di un conto corrente possiamo renderci conto di come l’ultima firma differisca palesemente dalla prima, in quanto quest’ultima è stata eseguita con maggior concentrazione e minor stanchezza, che via via si perde con la ripetitività del gesto.

Indizi della falsità della firma

Chi tenta di firmare usando il nome di un altro e cercando di copiarne il tratto mantiene sempre i connotati caratteristici del modo di sottoscrivere e scrivere dello scrivente.

La firma poi è l’elemento scrittorio connotato di maggior velocità e rapidità di esecuzione in quanto gesto contenente un testo breve (spesso soltanto l’avvio o l’inizio del nome e del cognome) memorizzato e pertanto recuperabile dalla nostra memoria altrettanto velocemente.

Il testo richiede più impegno mentale non solo per ricordare la composizione grafica delle varie parole che si devono utilizzare, ma anche perché richiede che siano assemblate correttamente e con un senso logico diretto ad esprimere il concetto che intendiamo trasportare sul foglio.

La firma sorvola tutti tali passaggi mentali e diventa un gesto automatico, rapido che eseguiamo spesso inconsciamente senza pensare.

Altro indizio fondamentale rivelatore della falsificazione è il tratto lento, contratto e con delle inchiostrature derivanti dalla tensione e dall’emozione provata associata alla consapevolezza di compiere un atto non legittimo che nella maggior parte dei casi è diretto anche a realizzare degli intenti penalmente perseguibili.

Pensiamo a quante volte vengono pubblicati testamenti falsificati o contraffatti che poi nella maggior parte dei casi diventano oggetto di contestazione in cause civili che hanno come finalità quella di confermare o meno la veridicità della firma e la sua paternità in capo al de cuius, oppure firme false applicate a dei contratti aventi carattere dispositivo.

Vi sono poi una serie di segni patologici della firma falsificata che emergono con più o meno intensità anche nella migliore contraffazione.

A questo puto vorrei richiamare una classificazione fatta dal Grafologo Bruno Vettorazzo e citati nel suo libro “Grafologia Giudiziaria“, dove l’autore si riporta a della indicazioni fornite da Robert  Saudek, uno dei padri della grafologia francese- tedesca.

Saudek  nel libro dedicato alla “Psicologia della Scrittura” (precisamente nella pag. 113), opera un riferimento continuo tra teoria ed esempi grafici analizzando da diversi punti di vista le grafie di alcuni personaggi famosi: lo fa dal punto di vista della distribuzione della pressione nella grafia e della dimensione ed espansione grafica (soprattutto l’importanza tra il rapporto delle lettere grandi e quella delle lettere piccole e la variazione di questo rapporto); la strettezza e la larghezza grafica; la spontaneità grafica; gli attacchi e i distacchi (scritture estremamente attaccate sono prodotte con velocità); l’uso dello spazio; i legamenti delle lettere (che considera il più importante tra tutti i sintomi psicologici, perché lo scrivente ci presta meno attenzione e perché, qualora ci facesse attenzione, sarebbe difficile mantenere a lungo le modifiche, scivolando infine nella forma originale); l’angolazione grafica e infine la semplificazione o complicazione delle forme grafiche.

Sono molto importanti per lui gli aspetti fisiologici della scrittura e la valutazione dei gradi di variazione dei diversi elementi grafici.

Egli infatti scrive: “È impossibile fare l’analisi psicologica di una grafia senza prima averne fatto una descrizione fisiologica. Un’interpretazione, basata esclusivamente sull’impressione e non su un esame accurato degli aspetti fisiologici, può essere un trattenimento interessante ma non è certo né scienza, né attendibile.

Questo significa che non può esistere una scrittura uguale ad un’altra, così come non può essere possibile che due persone possano firmare nello stesso identico modo, e per identico non intendo simile, ma copiare la firma di un altro in quanto le caratteristiche personali dello scrivente sono trasfuse in esse e nei suoi piccoli particolari che altri non potranno mai riprodurre nello stesso identico modo.

Da qui si deduce un ulteriore elemento identificatore della contraffazione: la firma non potrà mai essere uguale a quella che l’autore originale avrebbe espresso.

I 10 segni del falsario

Riprendendo Vettorazzo, nel libro citato, individua 10 segni attraverso i quali è possibile riconoscere con esattezza la disonestà dello scrivente, purché ricorrano almeno quattro delle caratteristiche seguenti:

  1. grafia lenta, indipendentemente da cause strumentali, da immaturità grafica o da impedimenti psicofisici;
  2. grafia innaturale perché scolastica, rovesciata, oppure stilizzata, insomma senza vita e con frequenti arcate;
  3. grafia lassa cioè molle, senza struttura e pressione, cioè con frequenti collegamenti filiformi e righi ondeggianti;
  4. frequenti ritocchi indipendenti da cause strumentali e senza miglioramento della chiarezza… e originalità;
  5. lettere oscure (una lettera al posto di altra) con frequenti tratti ricoperti;
  6. grafia imbrattata e punteggiata, cioé con frequenti e ingiustificati punti di appoggio fra sillabe e parole;
  7. frequenti alzate di penna;
  8. omissione di tratti essenziali di lettere in grafia lenta, circostanza che solitamente non rileva in questo tipo di scrittura;
  9. enfasi iniziale marcata, soprattutto in unione ad altri segni già visti;
  10. lettere – v, a, d, g, q – aperte alla base e descritte con moto orario in due tempi.

Questi segni vanno anche collegati con la lentezza forzata del movimento grafico, il voler rallentare forzatamente il proprio automatismo, e “Il Saudek raccomanda ripetutamente la necessità che il primo e fondamentale sintomo (la lentezza) sia accompagnato da almeno altri tre sintomi di insincerità, perché si possa concludere con certezza per quest’ultima“.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *